Sabato 22 agosto riparte la serie A 2026/27, con il consueto carico di attese, pronostici e incognite. In campo c’è lo spettacolo, fuori spesso un thriller fatto di mercato, proprietà, stadi, bilanci, allenatori già sotto pressione e problemi strutturali che il calcio italiano si trascina da anni. Materiale perfetto, almeno in teoria, per il cinema. Eppure il calcio ha sempre avuto un rapporto complicato con il grande schermo. Altri sport hanno prodotto film diventati classici ben oltre il pubblico degli appassionati: la boxe con «Rocky», «Toro scatenato» e «Million Dollar Baby», il baseball con «L’uomo dei sogni» e «Moneyball», il basket con «He Got Game», il football americano con «Ogni maledetta domenica». Il calcio, nonostante sia uno degli sport più popolari al mondo, ha molti meno titoli capaci di imporsi nell’immaginario collettivo.
Il motivo è prima di tutto visivo. Una sfida di boxe concentra due corpi in uno spazio ristretto e permette al cinema di lavorare su primi piani, montaggio e tensione. Il calcio distribuisce ventidue giocatori su un campo enorme: il senso di un’azione dipende spesso da movimenti lontani dal pallone e per raccontarlo bene serve una visione d’insieme. La televisione ha costruito negli anni una grammatica quasi perfetta per farlo, mentre il cinema, quando prova a imitarla, rischia di sembrare soltanto una brutta diretta.
Gesto tecnico
C’è poi il problema del gesto tecnico. Un pubblico abituato a vedere professionisti riconosce immediatamente un controllo poco naturale, una corsa sbagliata, un tiro poco credibile. Gli attori possono allenarsi, ma difficilmente sembreranno calciatori veri; i calciatori autentici, al contrario, non sono necessariamente attori. È per questo che molti dei film più riusciti sul pallone hanno scelto di raccontare soprattutto ciò che gli sta attorno.

Succede già in «The Arsenal Stadium Mystery», del 1939, uno dei primi titoli importanti del genere. Diretto da Thorold Dickinson, ambienta un giallo nel mondo dell’Arsenal: durante una partita un giocatore muore e il calcio diventa il teatro di un’indagine. Il pallone è presente, ma il motore narrativo è un altro. La soluzione più spettacolare è arrivata nel 1981 con «Fuga per la vittoria» di John Huston, probabilmente il film calcistico più famoso di sempre. Michael Caine, Sylvester Stallone e Max von Sydow hanno recitato accanto a veri campioni come Pelé, Bobby Moore e Osvaldo Ardiles. Durante la Seconda guerra mondiale alcuni prigionieri alleati affrontano una squadra tedesca in una partita organizzata a fini propagandistici, mentre parallelamente si prepara un’evasione. Il film ha aggirato il problema della credibilità mettendo in campo veri calciatori, ma soprattutto ha trasformato la partita nel climax di un’avventura bellica.
In Italia il pallone ha trovato terreno fertile soprattutto nella commedia. «L’allenatore nel pallone», diretto da Sergio Martino nel 1984, resta il caso più popolare: Lino Banfi ha reso immortale Oronzo Canà, tecnico della neopromossa Longobarda, alle prese con presidenti, mercato, moduli improbabili e il brasiliano Aristoteles. Più che il gioco, il film ha messo in scena i riti e le caricature del calcio italiano, diventando nel tempo un piccolo repertorio della sua mitologia. All’estremo opposto c’è «Shaolin Soccer», diretto e interpretato da Stephen Chow nel 2001: il film ha risolto il problema della verosimiglianza semplicemente eliminandolo; arti marziali, tiri impossibili ed effetti digitali hanno trasformato la partita in una fantasia da cartone animato. Il calcio in questo caso funzionava proprio perché non provava nemmeno a sembrare vero.
Un anno dopo «Sognando Beckham» di Gurinder Chadha ha usato invece il pallone come strumento sociale. Parminder Nagra ha interpretato Jess, giovane britannica di famiglia punjabi sikh che vuole giocare a calcio nonostante le aspettative familiari; accanto a lei c’era una giovane Keira Knightley. Il Beckham citato nel titolo era soprattutto un modello simbolico: il vero centro del film era il conflitto tra identità, tradizione, emancipazione e desiderio personale.
Il tentativo più diretto di fare del gesto tecnico il cuore dello spettacolo è arrivato con «Goal!», diretto da Danny Cannon nel 2005. Kuno Becker interpreta Santiago Muñez, giovane talento di origine messicana che ottiene la possibilità di entrare nel Newcastle United. Il film adotta la formula classica del racconto sportivo: talento, occasione, allenamenti, ostacoli, affermazione. Stadi reali, immagini di partite e apparizioni di campioni hanno cercato di dare al racconto una credibilità che raramente il calcio di finzione riesce a raggiungere. Il successo ha portato a due sequel: «Goal II - Vivere un sogno», del 2007, ha trasferito Santiago al Real Madrid e spostato il racconto sulla fama e sul massimo livello professionistico; «Goal III: Taking on the World», del 2009, ambientato sullo sfondo dei Mondiali 2006, ha perso invece parte della centralità del protagonista e confermato quanto sia difficile sostenere a lungo una saga fondata soprattutto sul calcio giocato.
Sempre nel 2009 arriva uno dei film più riusciti del filone, «Il maledetto United» di Tom Hooper. Michael Sheen ha interpretato Brian Clough nei suoi famosi 44 giorni sulla panchina del Leeds United nel 1974, con Timothy Spall nei panni di Peter Taylor e Colm Meaney in quelli di Don Revie. Qui la partita conta relativamente poco: il vero spettacolo era fatto di rivalità, orgoglio, rapporti di potere e gestione dello spogliatoio. Il calcio come dramma psicologico, per una delle vicende calcistiche più “cinematografiche” della storia recente.
Negli anni più recenti «Chi segna vince», diretto da Taika Waititi e uscito nel 2023, ha ripreso la storia già raccontata dal documentario «Next Goal Wins» del 2014. Michael Fassbender interpreta Thomas Rongen, allenatore chiamato a guidare la nazionale delle Samoa Americane, reduce anche dalla storica sconfitta per 31-0 contro l’Australia. Ancora una volta il pallone funziona soprattutto come struttura per un racconto di riscatto e di gruppo.
È però sul piccolo schermo che la formula sembra avere trovato una dimensione ancora più naturale, con «Ted Lasso». La serie, nata nel 2020 e tornata nell’agosto 2026 con la quarta stagione, parte da un’idea volutamente paradossale: Jason Sudeikis interpreta un allenatore americano di football chiamato a guidare una squadra inglese pur conoscendo poco il calcio. Attorno a lui si muovono Hannah Waddingham, Brett Goldstein, Juno Temple e Brendan Hunt. Il vero punto di forza della serie è il tempo. Una stagione televisiva può raccontare spogliatoio, allenamenti, mercato, crisi personali, proprietà, tifosi e stampa, lasciando alle partite il ruolo di punto d’arrivo. Non serve mostrare novanta minuti: basta aver costruito abbastanza bene ciò che quei novanta minuti significano per i personaggi.
Oltre le regole
Forse è proprio qui il nodo. Il calcio è ricchissimo di storie, ma la partita è troppo complessa, collettiva e imprevedibile per piegarsi facilmente alle regole del cinema. I film migliori hanno quasi sempre trovato una deviazione: «Fuga per la vittoria» l’ha trasformata in avventura, «L’allenatore nel pallone» in commedia, «Shaolin Soccer» in fantasia, «Il maledetto United» in conflitto psicologico, «Ted Lasso» in racconto corale. «Goal!» resta uno dei pochi tentativi davvero centrati sul calcio come gesto e spettacolo. Ma forse il problema è proprio questo: il calcio non ha bisogno che il cinema lo renda più drammatico. Ogni fine settimana produce già eroi, fallimenti e colpi di scena senza che nessuno conosca in anticipo il finale.



