Ridley Scott torna al futuro con «The Dog Stars» tra apocalisse e pandemia

Un virus che ha cancellato quasi tutta l’umanità, un cane, due uomini, un aereo: ecco gli ingredienti del nuovo film del regista di «Blade Runner», «Alien» e «Il gladiatore»
Cristiano Bolla
Una scena di The Dog Stars
Una scena di The Dog Stars

Nel nuovo film del regista di «Blade Runner», un virus ha cancellato quasi tutta l’umanità. Viene così rilanciata una delle grandi ossessioni del cinema: immaginare che cosa resta di noi dopo la fine. Un piccolo aeroporto abbandonato, un aereo, un cane, due uomini che hanno imparato a sopravvivere e un segnale radio che arriva da qualche parte oltre il loro mondo conosciuto. Non occorre molto altro a Ridley Scott per rimettere in moto una delle domande che il cinema continua a rivolgerci da oltre un secolo: che cosa accadrebbe se la civiltà finisse domani? E soprattutto: una volta sopravvissuti alla fine, che cosa resterebbe di noi?

È il territorio di «The Dog Stars - Le stelle dopo la fine», il nuovo film del regista di «Alien», «Blade Runner» e «Il gladiatore», nelle sale italiane dal 26 agosto. Protagonista è Jacob Elordi nei panni di Hig, giovane pilota sopravvissuto a una pandemia che ha sterminato gran parte dell’umanità. Con lui, in un aeroporto trasformato in rifugio, vive Bangley, interpretato da Josh Brolin: un militare esperto di sopravvivenza, armato, pragmatico e convinto che in un mondo senza regole la prima regola sia non fidarsi di nessuno. Nel cast ci sono anche Margaret Qualley, Guy Pearce, Benedict Wong e Allison Janney.

Hig è diverso. Ha perso la moglie, ha visto scomparire il mondo in cui viveva, ma conserva qualcosa che Bangley considera quasi una debolezza: la convinzione che da qualche parte possa esistere ancora una vita degna di essere vissuta. Quando dalla radio del suo Cessna arriva una misteriosa trasmissione, decide così di oltrepassare il perimetro sicuro che i due hanno costruito e andare a cercarne l’origine. È l’inizio di un viaggio nel continente svuotato dalla malattia, ma anche di una storia che sembra voler spostare la domanda dalla semplice sopravvivenza alla possibilità di restare umani.

La premessa

Scott parte dal romanzo omonimo di Peter Heller, pubblicato nel 2012, otto anni prima dell’arrivo del Covid-19. Nonostante le apparenze, infatti, «The Dog Stars» non nasce come allegoria della pandemia che abbiamo vissuto negli ultimi anni. Eppure è praticamente impossibile vedere oggi una storia nella quale un virus interrompe la normalità, cancella milioni di vite e lascia i sopravvissuti isolati e diffidenti senza sovrapporvi almeno in parte la memoria del 2020. Se il libro apparteneva ancora alla lunga tradizione delle pandemie immaginate, il film arriva a un pubblico che una pandemia globale l’ha conosciuta davvero.

L’apocalisse è cambiata

È uno dei motivi per cui l’apocalisse cinematografica è cambiata. Per decenni la fine del mondo è stata soprattutto un grande spettacolo. Il cinema ha fatto precipitare meteoriti sulla Terra, esplodere bombe atomiche, invadere il pianeta dagli extraterrestri, sommergere città e prosciugare oceani. Da «L’ultima spiaggia» a «Il pianeta delle scimmie», da «Mad Max» a «Independence Day», «Armageddon» e «The Day After Tomorrow», ogni epoca ha trovato la propria maniera di immaginare il disastro e, soprattutto, la paura che più le apparteneva. Durante la Guerra fredda era la bomba. Negli anni Settanta sono arrivati sovrappopolazione, crisi energetica e collasso delle istituzioni. «Mad Max» ha trasformato il dopobomba in un nuovo western, fatto di deserti, carburante e tribù. Più tardi il cambiamento climatico ha sostituito in parte l’incubo nucleare: da «The Day After Tomorrow» a «Interstellar», fino a «Mad Max: Fury Road», la catastrofe non viene più necessariamente dal cielo, ma può essere il risultato del mondo che abbiamo costruito.

Nel frattempo è cambiato anche ciò che interessa raccontare. Il vecchio disaster movie domandava spesso: come possiamo salvare il pianeta? Il post-apocalittico contemporaneo preferisce una questione più piccola e, proprio per questo, più difficile: che cosa vale la pena salvare?

«La strada»

«The Road», tratto nel 2009 dal romanzo di Cormac McCarthy, resta uno spartiacque. Non spiega quasi nulla dell’evento che ha devastato la Terra. Non ci sono scienziati alla ricerca della soluzione né presidenti chiamati a prendere decisioni epocali: ci sono un padre, un bambino e una strada in un mondo che sta morendo. La catastrofe vera è soprattutto morale: sopravvivere serve ancora a qualcosa se, per riuscirci, bisogna perdere ogni pietà? Il bambino continua a domandare al padre se loro siano ancora «i buoni». È forse una delle domande più semplici e radicali che il genere abbia prodotto. Negli ultimi anni questa linea ha conquistato cinema e televisione. «The Walking Dead» ha utilizzato gli zombie sempre più come sfondo per raccontare il conflitto fra differenti idee di comunità e potere. «A Quiet Place» ha ridotto l’apocalisse alle dimensioni di una famiglia. «I figli degli uomini» aveva già immaginato una fine ancora più inquietante perché quasi invisibile: l’umanità continua a lavorare, prendere autobus e guardare la televisione, ma non nascono più bambini. Il mondo non è esploso: semplicemente non ha più un futuro.

Una scena di The dog stars
Una scena di The dog stars

Il Covid

Poi è arrivato il Covid, e l’immaginario della pandemia ha subito una trasformazione particolare. Nel 2011 «Contagion» di Steven Soderbergh poteva ancora impressionare per la precisione con cui immaginava contagi, quarantene, ricerca di un vaccino, disinformazione e paura del contatto. Nel 2020 il film è tornato improvvisamente popolarissimo perché ciò che fino a pochi anni prima appariva come una simulazione cinematografica ricordava inquietantemente i telegiornali. Strade vuote, aeroporti deserti, ospedali in difficoltà, distanziamento, persone percepite improvvisamente come possibili vettori di una malattia: il pubblico non aveva più bisogno che il cinema gli spiegasse come potesse apparire una pandemia. Per questo le narrazioni successive hanno cominciato spesso a interessarsi meno al contagio che alle sue conseguenze.

«Station Eleven», tratto anch’esso da un romanzo scritto prima del Covid, racconta un mondo devastato dall’influenza, ma vent’anni dopo sposta l’attenzione sull’arte, la memoria e la necessità di ricostruire comunità. «The Last of Us», nato come videogioco nel 2013 e diventato serie televisiva nel 2023, parte da un’infezione globale ma trova il proprio centro nel rapporto fra Joel ed Ellie: dopo aver perso tutto, si può ancora amare qualcuno senza essere distrutti dalla paura di perderlo?

Torna la pandemia

«The Dog Stars» appartiene alla stessa mutazione del genere. La pandemia è la causa dell’apocalisse, ma non sembra essere il vero argomento del film. Il virus ha già fatto il proprio lavoro. Ciò che resta è la sua conseguenza più profonda: un mondo nel quale l’altro è diventato un possibile pericolo. Bangley reagisce eliminando il problema alla radice: non fidarsi. Hig continua invece a desiderare la presenza umana. Il segnale che riceve via radio diventa perciò qualcosa di più di un espediente narrativo: è la possibilità che esista ancora un «altro» al quale avvicinarsi. È difficile non riconoscere in questa tensione un’eco dell’esperienza pandemica recente. Non perché il collasso immaginato da Heller sia paragonabile al Covid, ma perché abbiamo imparato quanto rapidamente possano cambiare gesti che sembravano elementari. La prossimità può diventare rischio, la casa rifugio, la distanza protezione. E abbiamo conosciuto la strana esperienza di vedere luoghi perfettamente intatti diventare improvvisamente vuoti. Una pandemia, diversamente da un meteorite o da una guerra, può lasciare in piedi gli edifici e cancellare le persone che davano loro un significato.

Jacob Elordi in The dog stars
Jacob Elordi in The dog stars

È un’immagine particolarmente adatta a Ridley Scott, autore che del futuro ha quasi sempre diffidato. Nel 1979 «Alien» demoliva l’idea asettica della fantascienza: nello spazio non trovavamo una società perfetta, ma lavoratori stanchi, gerarchie aziendali e una corporation disposta a sacrificarli pur di impossessarsi di una nuova forma di vita. Tre anni dopo «Blade Runner» immaginava una Los Angeles sovraffollata, inquinata e dominata dalle multinazionali, nella quale uomini artificiali finivano per dimostrare più desiderio di vivere e forse più umanità degli uomini che li avevano creati. Scott non ha mai pensato il futuro come un luogo separato dal presente. Parlando di «Blade Runner» spiegava di avere immaginato non tanto una fantascienza astratta quanto una possibile evoluzione di ciò che vedeva già intorno a sé: sovrappopolazione, degrado ambientale, potere economico, tecnologia. In «Prometheus» e «Alien: Covenant» ha spinto ancora più lontano la stessa inquietudine, interrogandosi sul rapporto fra creatori e creature; in «The Martian», al contrario, ha mostrato il volto ottimista della sua idea di progresso, quello in cui scienza, competenza e cooperazione permettono all’uomo di sopravvivere a un ambiente ostile.

È proprio questa ambivalenza a rendere «The Dog Stars» un progetto particolarmente coerente con la sua carriera. Da una parte c’è il survival puro: un uomo, un aereo, un territorio pericoloso, la necessità di trovare risorse e difendersi. Dall’altra ritorna la domanda che attraversa «Blade Runner» e molti altri suoi film: che cosa intendiamo davvero quando diciamo “umano”? Il paradosso è che questa volta Scott arriva alla domanda svuotando il mondo. In «Blade Runner» c’erano troppi uomini e pochissima umanità; in «The Dog Stars» ne sono rimasti pochissimi, e proprio per questo ogni incontro acquista un valore enorme. È qui che il film incontra la fascinazione più profonda del cinema per l’apocalisse. Immaginare la fine non significa necessariamente desiderare di vedere città distrutte. Significa cancellare, almeno per due ore, tutto ciò che consideriamo normale e osservare che cosa rimane.

Il lavoro, il denaro, le istituzioni, le abitudini possono scomparire. Rimangono paura, memoria, bisogno di protezione, desiderio dell’altro. Il grande cinema post-apocalittico lo ha capito da tempo: il meteorite, la bomba o il virus sono soltanto il punto di partenza. La domanda veramente interessante arriva dopo. Una volta salvata la vita, che cosa dobbiamo salvare perché quella vita abbia ancora un senso? È la domanda che Hig porta con sé quando accende il motore del suo Cessna e decide di seguire una voce nella radio. Dopo tante apocalissi cinematografiche, forse la fine del mondo continua ad affascinarci proprio per questo: non perché ci mostri come potremmo scomparire, ma perché ci costringe ogni volta a decidere che cosa, di noi, vorremmo far sopravvivere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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