Con agosto l’estate entra nella sua fase più intensa: le città si svuotano, le strade verso le località di villeggiatura si riempiono e Ferragosto diventa il centro simbolico della stagione. Ma il modo di viverla è cambiato profondamente. Da privilegio delle classi più agiate, la vacanza è diventata con il boom economico un fenomeno di massa, poi nostalgia, occasione di crescita, terreno di conflitto e infine motivo di inquietudine ambientale. Il cinema ha seguito questa trasformazione, raccontando alberghi eleganti, spiagge popolari, città deserte, campagne assolate e isole dove le divisioni sociali sono emerse con maggiore forza.
Nei film più riusciti, l’estate non è stata soltanto uno sfondo: ha modificato i comportamenti, fatto emergere solitudini e disuguaglianze, accompagnato primi amori e perdite dell’innocenza. Ripercorrere questi titoli permette di osservare anche i cambiamenti dell’Italia, dal dopoguerra alle stagioni contemporanee segnate da temperature sempre più estreme.
La spiaggia (1954)

Alberto Lattuada ha raccontato una villeggiatura ancora dominata dalle convenzioni sociali e dal denaro in «La Spiaggia». Anna Maria, una prostituta interpretata da Martine Carol, arriva con la figlia in una località ligure e viene accolta dagli ospiti di un albergo perché scambiata per una vedova rispettabile. Quando la sua identità diventa pubblica, gli stessi villeggianti che l’avevano corteggiata cominciano a evitarla. La spiaggia si trasforma così in un piccolo teatro dell’ipocrisia borghese, dove l’apparenza conta più del comportamento. Lattuada ha mostrato un’Italia in cui anche la vacanza rappresenta uno spazio di selezione sociale e il denaro può restituire quella rispettabilità che la morale comune ha negato.
Estate violenta (1959)

Valerio Zurlini ha ambientato a Riccione, nell’estate del 1943, la relazione tra Carlo, figlio di un gerarca fascista, e Roberta, vedova di un ufficiale più adulta di lui. Mentre i protagonisti continuano a frequentare feste e stabilimenti, la guerra entra progressivamente nelle loro vite attraverso bombardamenti, allarmi e il crollo del regime. Il film mette in contrasto il desiderio privato e la Storia. La vacanza appare come l’ultima illusione di normalità di una classe sociale protetta, destinata però a essere travolta dagli eventi. Per Carlo, quella stagione segna anche la fine dell’indifferenza e l’inizio di un confronto con responsabilità fino ad allora evitate.
Il sorpasso (1962)

Dino Risi ha racchiuso in uno dei suoi film più famosi l’euforia e le contraddizioni dell’Italia del boom economico. Il 15 agosto, in una Roma quasi deserta, Bruno Cortona convince il timido studente Roberto Mariani a salire sulla sua Lancia Aurelia e a seguirlo in un viaggio improvvisato lungo la costa. I due attraversano ristoranti, stabilimenti e feste, mentre davanti al parabrezza scorre un Paese attratto dalle automobili, dalla velocità e dai nuovi consumi.
Bruno incarna questa energia, ma anche l’irresponsabilità che la accompagna. Dietro la sua vitalità emergono solitudine, superficialità e incapacità di fermarsi. La commedia cambia progressivamente tono fino al tragico finale, trasformando una giornata di vacanza nel ritratto di un’Italia lanciata verso il benessere senza interrogarsi sulle conseguenze. Il sorpasso ha lasciato un’impronta profonda nella commedia italiana e nel successivo cinema di viaggio.
Casotto (1977)

Con «Casotto», Sergio Citti ha concentrato il film in una grande cabina collettiva di uno stabilimento di Ostia. Durante una domenica d’agosto, nello stesso spazio si incrociano famiglie, giovani, amanti clandestini, militari, sportive e piccoli opportunisti. La spiaggia non è quella delle cartoline, ma un luogo rumoroso, affollato e privo di intimità. Attraverso una comicità fisica e grottesca, Citti mostra desideri, menzogne e frustrazioni di un’umanità popolare costretta a condividere pochi metri quadrati. Il casotto diventa così una piazza nazionale, dove emergono anche gli aspetti meno decorosi della vacanza collettiva.
Un sacco bello (1980)

Nel suo indimenticabile esordio alla regia, Carlo Verdone ha ambientato tre storie nella Roma svuotata di Ferragosto. Enzo prepara un improbabile viaggio in Polonia, Leo incontra una turista spagnola e Ruggero affronta il padre, deciso a riportarlo alla vita borghese. Tutti immaginano una partenza o un cambiamento, ma nessuno riesce davvero a lasciare la propria condizione. Verdone ha raccontato l’estate di chi rimane in città e osserva le vacanze altrui da lontano. La comicità dei personaggi convive con una malinconia profonda, fatta di solitudini, incontri mancati e occasioni che sembrano svanire prima ancora di cominciare.
Sapore di mare (1983)

Uno dei film “estivi” per eccellenza nella storia del cinema italiano. Carlo Vanzina ha ambientato a Forte dei Marmi, nel 1964, le vacanze di un gruppo di ragazzi e famiglie provenienti da diverse città. Tra spiagge, locali e corse in bicicletta nascono amori destinati a concludersi con la fine della stagione. La Versilia di «Sapore di mare» viene ricostruita attraverso abiti, automobili e soprattutto canzoni, che diventano il principale veicolo della nostalgia. Il film non racconta soltanto un’estate, ma il ricordo di un mondo già perduto. Il suo successo ha fissato nell’immaginario collettivo un modello di vacanza fatto di primi amori, juke-box e malinconia per ciò che settembre interrompe inevitabilmente.
Ferie d’agosto (1996)

In quest’altro caposaldo della commedia italiana, recentemente tornato in auge grazie al sequel «Un altro ferragosto», Paolo Virzì ha riunito a Ventotene due gruppi molto diversi. Da una parte ci sono il giornalista Sandro Molino e gli amici della sinistra intellettuale; dall’altra il commerciante Ruggero Mazzalupi e la sua famiglia, vicina alla nuova destra. La convivenza forzata fa emergere differenze politiche, culturali ed economiche, ma anche le contraddizioni interne a entrambi gli schieramenti. Uscito dopo Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica, il film ha trasformato la vacanza in un esperimento sociale. L’isola non attenua le divisioni dell’Italia degli anni Novanta: le rende più evidenti, costringendo i personaggi a condividere lo stesso mare e gli stessi spazi.
Io non ho paura (2003)

Un titolo molto diverso dagli altri. Nell’adattamento del romanzo di Niccolò Ammaniti, Gabriele Salvatores ha raccontato l’estate del 1978 attraverso lo sguardo di Michele, un bambino che vive in un piccolo paese agricolo del Sud. Mentre gli adulti restano chiusi in casa per il caldo, lui e gli amici attraversano in bicicletta campi di grano apparentemente infiniti. Durante una delle esplorazioni, Michele scopre in una buca un bambino rapito e comprende che gli adulti del paese, compresi i suoi genitori, sono coinvolti nel sequestro. Salvatores ha opposto la luce abbagliante dei campi all’oscurità del nascondiglio, trasformando una stagione di libertà nella fine dell’innocenza. La crescita del protagonista passa attraverso la scelta di ribellarsi al mondo adulto.
Le meraviglie (2014)

Avvicinandosi sempre più alla contemporaneità cinematografica, arriviamo ad una delle perle nascoste degli ultimi anni. Con «Le meraviglie» Alice Rohrwacher ha mostrato un’estate lontana dalle vacanze. Gelsomina vive con la famiglia in una fattoria dell’Italia centrale, dove i mesi più caldi sono dedicati alle api e alla produzione del miele. L’arrivo di un ragazzo affidato alla famiglia e di una troupe televisiva incrina l’equilibrio imposto dal padre Wolfgang. La televisione trasforma la vita contadina in spettacolo, mentre Gelsomina comincia a immaginare un’esistenza diversa. Rohrwacher ha raccontato così una stagione di lavoro e cambiamento, legata a un mondo rurale minacciato dalla modernizzazione e dal rischio di diventare semplice folklore. Il film non si è imposto nelle sale, ma ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2014.
Chiamami col tuo nome (2017)

Nel film che ne ha sancito il definitovo successo internazionale e lanciato la carriera di Timothée Chalamet, Luca Guadagnino ha ambientato nella campagna cremasca l’estate del 1983 vissuta dal diciassettenne Elio. Il ragazzo trascorre le giornate nella villa di famiglia tra letture, musica, bagni e gite in bicicletta, finché l’arrivo del ricercatore americano Oliver modifica lentamente il ritmo della stagione. La relazione nasce attraverso attese, esitazioni e gesti minimi.
Le piazze, le ville, i fiumi e le strade della provincia lombarda diventano parte della formazione sentimentale del protagonista. Il limite temporale della permanenza di Oliver rende quell’amore ancora più intenso: alla fine dell’estate Elio ha perso qualcosa, ma ha acquisito una nuova consapevolezza di sé. Guadagnino ha contribuito inoltre a trasformare la campagna lombarda (e la «nostra» Sirmione!) in una delle immagini contemporanee più riconoscibili dell’Italia all’estero, portandola anche agli Oscar, dove «Chiamami col tuo nome» ha vinto il premio per la Miglior sceneggiatura non originale a fronte di quattro candidature totali.
Siccità (2022)

Concludiamo la rassegna con il film più recente, il secondo di Paolo Virzì, che chiude idealmente questo percorso immaginando una Roma in cui non piove da tre anni. In «Siccità», il Tevere è prosciugato, l’acqua viene razionata e la città appare soffocata dalla polvere, dal caldo e dagli insetti. Le storie di medici, detenuti, professionisti e famiglie in crisi compongono un ritratto corale della società. In questo caso l’estate non offre vacanza né libertà. Diventa una condizione estrema che esaspera disuguaglianze, narcisismi e difficoltà di comunicazione. Alla mancanza d’acqua corrisponde l’aridità dei rapporti umani.
Il cambiamento climatico ha reso le stagioni calde più lunghe e spesso proibitive, modificando anche il modo in cui il cinema le rappresenta. Dopo aver raccontato villeggiature, spiagge popolari e amori destinati a finire a settembre, il grande schermo ha registrato anche questa trasformazione. Nel film, l’estate non appare più come una pausa dai problemi del Paese, ma come uno dei problemi più urgenti con cui il Paese deve confrontarsi. E considerando le allerte meteo, le continue settimane da bollino rosso e le ondate di caldo di questa calda estate 2026, viene da pensare che Virzì non sia andato poi molto lontano dalla realtà...



