Cinema

Dalla «Passione» a «Jesus Christ Superstar»: 8 film da vedere a Pasqua

Cristiano Bolla
Il periodo pasquale ha ispirato meno film del Natale, ma non mancano film significativi: dal racconto della Passione di Gesù alle commedie con conigli, uova e atmosfere di festa
Una scena di Jesus Christ Superstar
Una scena di Jesus Christ Superstar
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La Pasqua, al cinema, non ha mai avuto la stessa forza propulsiva del Natale. La ragione è abbastanza intuitiva: mentre il Natale, soprattutto nella cultura popolare contemporanea, si è progressivamente allargato fino a diventare una festa di atmosfere, famiglie riunite, commedie sentimentali, consumo e immaginario stagionale, la Pasqua è rimasta più strettamente ancorata al suo nucleo originario, cioè al racconto religioso della Passione, della morte e della resurrezione di Gesù. Un terreno, per sua natura, più solenne, più carico di implicazioni spirituali e meno facilmente piegabile ai meccanismi della commedia o del cinema di intrattenimento. Eppure, proprio da questa apparente rigidità sono nati film molto diversi tra loro: da un lato le opere che affrontano direttamente gli ultimi giorni di Cristo, dall’altro quelle che hanno intercettato la Pasqua come festa laica, come iconografia di conigli, uova, primavera e riunioni familiari.

Sono, in sostanza, due filoni distinti ma non incomunicabili. Il primo è quello che guarda alla Passione e ai Vangeli, e che nel tempo ha prodotto alcuni dei titoli più forti e controversi del cinema religioso. Il secondo si muove invece su un terreno più leggero, popolare, persino giocoso, dove la Pasqua si trasforma in occasione narrativa, scenografia di stagione o repertorio visivo. A fare da ponte tra i due mondi, in modo quasi sorprendente, è un musical che prende il cuore del racconto evangelico e lo trasporta dentro un linguaggio pop, spalancando una porta che il cinema più tardi ha attraversato anche in chiave apertamente laica.

La Passione e i vangeli

Nel primo gruppo, il titolo più noto e più divisivo resta «La passione di Cristo» di Mel Gibson. Il film, del quale è in produzione anche un sequel, si concentra sulle ultime ore della vita di Gesù, dall’arresto nel Getsemani alla crocifissione, con una scelta di messa in scena radicale: lingue antiche, pochissime concessioni narrative, un’insistenza quasi ossessiva sulla sofferenza fisica. La Pasqua, qui, non è semplicemente il contesto del racconto: è il racconto stesso, ridotto al suo nucleo più duro e drammatico. L’impatto del film è stato enorme, anche al di là del punto di vista commerciale (circa 612 milioni di dollari globali) e delle polemiche, perché ha riportato il cinema biblico al centro del dibattito pubblico mondiale e lo ha fatto in una forma lontanissima dalla compostezza dei classici hollywoodiani.

Una scena della «Passione di Cristo» di Mel Gibson
Una scena della «Passione di Cristo» di Mel Gibson

Diverso, quasi speculare, è il caso di «L’ultima tentazione di Cristo» di Martin Scorsese. Anche qui il riferimento è agli ultimi giorni di Gesù, ma il regista premio Oscar ha scleto una strada più interiore, più tormentata, più apertamente problematica. La trama segue Cristo lungo il suo cammino, mettendo al centro il conflitto tra missione divina e fragilità umana, fino a immaginare, nel momento della croce, la possibilità di una vita diversa. È un’opera che ha suscitato scandalo proprio perché sposta l’attenzione dal sacrificio fisico al dubbio, alla coscienza, alla tentazione. In rapporto alla Pasqua, il suo interesse sta tutto qui: invece di rafforzare una rappresentazione già codificata, la incrina dall’interno e la trasforma in una domanda sul peso della fede e sulla difficoltà del destino.

Se Gibson e Scorsese rappresentano due estremi della modernità, «Il vangelo secondo Matteo» di Pier Paolo Pasolini resta probabilmente il vertice artistico del cinema ispirato ai Vangeli. Il film ripercorre la vita di Gesù seguendo il testo di Matteo con rigore sorprendente, ma la sua forza non sta soltanto nella fedeltà alla fonte. Pasolini spoglia il racconto da ogni monumentalità e costruisce un Cristo vicino agli ultimi, immerso in paesaggi severi e reali, restituito attraverso volti che sembrano arrivare dalla vita quotidiana più che dalla tradizione figurativa. La Passione, in questo quadro, non è separata dal resto: è il compimento di una vicenda che il regista guarda insieme con intensità spirituale e con sensibilità profondamente umana. Per questo il film continua a occupare un posto unico, a metà tra il cinema d’autore e la rilettura religiosa.

A questa linea appartiene oggi anche «Il vangelo di Giuda», diretto da Giulio Base e ora nelle sale italiane. Il punto di partenza è chiaro e, per certi versi, audace: la Passione viene riletta dal punto di vista di Giuda, cioè dal personaggio che più di ogni altro, nella tradizione, è rimasto fissato come simbolo del tradimento. Il film lavora proprio su questo scarto, cercando di restituire complessità a una figura che il racconto canonico e l’immaginario collettivo hanno spesso ridotto a un’unica funzione. Il legame con la Pasqua è diretto e pieno, ma si accompagna a un cambio di prospettiva che rende il titolo particolarmente interessante: non una semplice ripetizione del racconto evangelico, ma una sua interrogazione laterale, concentrata sul rapporto tra colpa, destino e necessità.

Il musical

Il quinto titolo imprescindibile è «Jesus Christ Superstar», film che Norman Jewison trasse dal celebre musical di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice. Anche qui siamo dentro gli ultimi giorni di Cristo, ma il tono è completamente diverso. La Passione viene raccontata attraverso canzoni rock, coreografie, accensioni pop, e soprattutto attraverso uno sguardo che concede grande spazio a Giuda, personaggio tragico e centrale. In questa forma nuova, colorata e insieme inquieta, il racconto pasquale è uscito dal recinto del film devozionale e incontra la cultura di massa. Proprio per questo «Jesus Christ Superstar» è il passaggio ideale verso il secondo filone: quello in cui la Pasqua smette di essere solo evento religioso e comincia a diventare anche repertorio di simboli e occasione narrativa.

Una scena di Jesus Christ Superstar
Una scena di Jesus Christ Superstar

Divertimento pasquale

Se nel musical la svolta passa ancora per il Vangelo, nel film del 2011 «Hop» il cambiamento è completo. Qui il protagonista è E.B., figlio del Coniglio pasquale, deciso però a sottrarsi al destino di erede della grande macchina delle uova di cioccolato per inseguire il sogno di diventare un batterista rock. La storia si sviluppa come una commedia per famiglie, tra equivoci, convivenze forzate e inseguimenti, ma la cosa più interessante è il modo in cui la Pasqua viene trattata: non più come ricorrenza liturgica, bensì come universo laico perfettamente riconoscibile, fatto di conigli, fabbriche di dolciumi, colori pastello e spirito primaverile. È uno dei pochi casi in cui il cinema costruisce attorno alla Pasqua un immaginario commerciale e pop così compatto da ricordare, almeno in parte, quello natalizio.

Nello stesso orizzonte, anche se in modo meno diretto, si colloca «Le 5 leggende» (2012). Il film non è propriamente pasquale, perché il suo racconto riunisce figure leggendarie di varie stagioni e tradizioni, chiamate a difendere l’infanzia dalla minaccia dell’Uomo Nero. Tra questi Guardiani c’è però anche il Coniglio di Pasqua, trasformato in personaggio d’azione e inserito in una mitologia condivisa insieme a Babbo Natale, alla Fatina dei denti e a Jack Frost. La festa, qui, non struttura la trama, ma il suo simbolo principale entra a pieno titolo nel pantheon del cinema d’animazione contemporaneo. Ed è un segnale interessante: vuol dire che la Pasqua, pur restando meno centrale di altre ricorrenze, possiede comunque una sua forza iconografica, capace di sopravvivere anche fuori dal suo contesto originario.

Guardando più indietro, il classico di riferimento è «Easter Parade», musical del 1948 con Judy Garland e Fred Astaire che in Italia conosciamo con il titolo «Ti amavo senza saperlo». La vicenda è quella di un ballerino rimasto senza partner che scommette di riuscire a trasformare una ragazza inesperta in una nuova stella dello spettacolo. La Pasqua, in questo caso, non ha nulla di spirituale: è una cornice mondana, elegante, quasi ornamentale, fatta di costumi, numeri musicali, sfilate e atmosfera di festa. Ma proprio per questo il film è prezioso. Mostra che già il grande cinema classico americano aveva intuito la possibilità di usare la Pasqua come scenario leggero e spettacolare, molto prima che l’animazione e il family movie ne codificassero i simboli più popolari.

Il panorama, come si può ben capire, è meno esteso rispetto a quello natalizio, ma non povero. La Pasqua ha ispirato il cinema soprattutto quando ha accettato di restare fedele alla propria origine, cioè al dramma della Passione, oppure quando ha scelto la strada opposta, lasciandosi tradurre in immagini laiche e familiari, in conigli, uova e colori di primavera. In mezzo ci sono film che hanno provato a fare da ponte, a cominciare da «Jesus Christ Superstar», capace di tenere insieme il racconto evangelico e la cultura pop. È forse proprio questa la particolarità del cinema pasquale: non essere un genere vero e proprio, ma un territorio di confine, dove convivono devozione, rilettura autoriale, spettacolo musicale e fantasia per famiglie. Meno riconoscibile del cinema di Natale, certo, ma non per questo meno rivelatore di come il grande schermo sappia trasformare una festa in racconto.

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