Per dodici anni, dal 2007 al 2019, un gruppo di scienziati con una passione smisurata per fumetti, videogiochi e fantascienza ha occupato uno degli appartamenti più riconoscibili della televisione americana. «The Big Bang Theory» ha raccontato l’incontro tra due fisici di grande talento, Leonard Hofstadter e Sheldon Cooper, e la loro nuova vicina Penny, aspirante attrice molto più abile di loro nel decifrare le regole della vita sociale. Attorno a questo nucleo si è presto formata una comunità più ampia, destinata a trasformare una sitcom tradizionale in uno dei maggiori successi televisivi degli anni Duemila.
A sette anni dalla conclusione, quel mondo non ha smesso di allargarsi. Dopo il prequel «Young Sheldon» e il successivo «Georgie & Mandy’s First Marriage», arriva ora (dal 24 luglio 2026 su HBO Max) «Stuart fails to save the universe», una nuova serie che sceglie una direzione completamente diversa. Non torna all’infanzia di Sheldon e non prosegue il racconto della sua famiglia in Texas: recupera invece alcuni personaggi secondari della sitcom originale e li porta dentro una commedia fantascientifica fatta di universi paralleli, realtà alterate e catastrofi quantistiche.
Per comprendere perché questa operazione abbia un senso specifico, bisogna però tornare a ciò che «The Big Bang Theory» ha rappresentato. La serie non ha inventato la figura del nerd televisivo, ma ha contribuito in modo decisivo a renderla familiare a un pubblico vastissimo. Quando debuttò, nel 2007, l’industria culturale stava già assistendo alla progressiva affermazione di quella che veniva definita «geek culture».
La tecnologia occupava un posto sempre più centrale nella vita quotidiana, mentre fumetti, supereroi, fantasy e fantascienza stavano abbandonando la loro condizione di passioni riservate a comunità ristrette. «The Big Bang Theory» intercettò questo cambiamento e lo portò nel cuore della televisione generalista. Sheldon, Leonard, Howard e Raj non erano soltanto appassionati di mondi immaginari: erano fisici, ingegneri e ricercatori che parlavano di teorie scientifiche, missioni spaziali e nuove tecnologie. Le loro competenze potevano generare comicità, ma erano anche il fondamento della loro identità professionale. Il nerd non veniva più relegato al ruolo dell’amico eccentrico del protagonista: diventava il protagonista.
Le critiche
La serie non è mai stata immune dalle critiche. Una parte del pubblico le ha rimproverato di trasformare la cultura nerd in una successione di riferimenti facilmente riconoscibili o di ridere troppo spesso delle difficoltà sociali dei suoi personaggi. Eppure, con il passare delle stagioni, il racconto ha progressivamente ampliato la prospettiva. L’arrivo di Amy Farrah Fowler e Bernadette Rostenkowski ha dato maggiore spazio alle donne nella scienza, mentre le relazioni sentimentali, i matrimoni, le nascite e i cambiamenti professionali hanno da un lato snaturato la serie, ma dall’altro permesso ai protagonisti di non restare imprigionati nelle caratteristiche con cui erano stati inizialmente presentati.
Il caso più evidente è quello di Sheldon. Interpretato da Jim Parsons, vincitore di quattro Emmy per il ruolo, il fisico teorico era stato costruito come una figura rigida, incapace di comprendere molte convenzioni sociali e convinta della propria superiorità intellettuale. Nel corso degli anni, però, il suo rapporto con Amy lo ha costretto a misurarsi con l’affetto, il compromesso e la responsabilità verso gli altri. La serie si è conclusa proprio con un gesto di maturazione: durante il discorso per il Nobel, Sheldon ha rinunciato a celebrare soltanto sé stesso e ha riconosciuto il ruolo degli amici nella propria vita.
Anche per questo «The Big Bang Theory» ha lasciato qualcosa di più di una raccolta di battute e tormentoni. Ha accompagnato il passaggio della cultura nerd dalla periferia al centro dell’intrattenimento popolare. Nel corso delle sue dodici stagioni ha ospitato scienziati reali, astronauti, inventori e alcune delle personalità più importanti della cultura fantastica, da Stephen Hawking a Stan Lee, fino alle star di «Star Wars» Mark Hamill e James Earl Jones. La presenza di questi ospiti non serviva soltanto a sorprendere il pubblico, ma dimostrava quanto i mondi frequentati dai protagonisti fossero ormai diventati patrimonio comune.
La prima espansione del racconto è arrivata con «Young Sheldon», che ha ricostruito l’infanzia del personaggio in Texas. Il prequel ha progressivamente ridotto gli elementi più caricaturali per concentrarsi sulla famiglia Cooper, sulle sue difficoltà economiche, sulla religione, sulla crescita e sui rapporti tra genitori e figli. La successiva «Georgie & Mandy’s First Marriage» ha raccolto questa eredità seguendo Georgie, il fratello maggiore di Sheldon, alle prese con il matrimonio, la paternità e il lavoro.
«Armageddon multiversale»
«Stuart fails to save the universe» interrompe questa continuità familiare e torna nel presente narrativo della serie originale. Il protagonista è Stuart Bloom, interpretato da Kevin Sussman, proprietario del negozio di fumetti frequentato dal gruppo. Nella sitcom era una figura marginale, fragile e spesso costretta a osservare da fuori la felicità degli altri. Proprio questa posizione lo rende ora un protagonista interessante: la salvezza dell’universo viene affidata all’uomo che meno di tutti sembra avere le caratteristiche dell’eroe.
La storia prende il via quando Stuart rompe un dispositivo costruito da Sheldon e Leonard, provocando un «Armageddon multiversale». Per ripristinare la realtà deve collaborare con la fidanzata Denise, il geologo Bert Kibbler e il fisico Barry Kripke. Sono tutti personaggi già comparsi in «The Big Bang Theory», ma rimasti ai margini delle vicende principali. La nuova serie offre loro lo spazio che non avevano mai avuto e li conduce attraverso mondi alternativi popolati da versioni differenti di figure conosciute.
La novità principale è soprattutto formale. «Stuart fails to save the universe» non è una sitcom classica costruita quasi interamente su appartamenti, laboratori e dialoghi davanti a un pubblico. È una commedia fantascientifica più visiva e movimentata, aperta all’azione, alla parodia e alla componente metanarrativa. La scienza, che nella serie madre alimentava conversazioni e battute, diventa il motore concreto della trama. Il coinvolgimento di Danny Elfman per il tema musicale conferma la volontà di dare al progetto un’identità differente e più vicina all’immaginario fantastico.
Il rischio è evidente. Il multiverso è ormai una soluzione narrativa molto utilizzata e il nuovo spin-off dipende fortemente dalla memoria degli spettatori. Stuart, Bert e Kripke acquistano importanza perché il pubblico ricorda il posto che occupavano nel vecchio gruppo; le apparizioni dei personaggi conosciuti funzionano soprattutto per chi ha seguito le dodici stagioni originali. Chi entra per la prima volta in questo universo potrebbe quindi avvertire la mancanza di un legame emotivo con i protagonisti
Allo stesso tempo, la scelta di non limitarsi a ricostruire la vecchia formula dimostra la capacità del franchise di cambiare tono. «The Big Bang Theory» aveva raccontato una generazione nella quale essere nerd smetteva progressivamente di significare essere esclusi. Le serie nate dopo la sua conclusione hanno esplorato la famiglia, la crescita e ora persino il multiverso. È il segno più chiaro dell’eredità lasciata dalla sitcom: ciò che un tempo appariva come una sottocultura è diventato un linguaggio abbastanza condiviso da poter sostenere un intero universo televisivo.



