Un aereo diretto da Los Angeles a Shanghai è costretto a un atterraggio d’emergenza nel Pacifico. Il velivolo precipita nell’oceano e comincia ad affondare, lasciando i sopravvissuti intrappolati nella fusoliera mentre gli squali circondano il relitto. Da questa situazione prende avvio «Deep Water», survival thriller diretto da Renny Harlin e interpretato, fra gli altri, da Aaron Eckhart, Ben Kingsley e Angus Sampson. Il film unisce due filoni molto popolari: il racconto catastrofico, costruito attorno a un gruppo alle prese con un disastro, e lo shark movie, nel quale uno o più squali diventano la minaccia principale. In «Deep Water» il mare non è soltanto il luogo dell’incidente, ma una trappola che si chiude progressivamente. I passeggeri devono trovare una via d’uscita, controllare il panico e collaborare mentre il tempo a disposizione diminuisce.
Per Harlin è un ritorno in acque conosciute. Nel 1999 il regista ha firmato «Blu profondo», uno dei film che hanno rilanciato il genere dopo la stagione aperta da «Lo squalo». Se allora i predatori erano stati resi più intelligenti da esperimenti scientifici, nel nuovo film la tensione nasce dall’incontro fra una catastrofe tecnologica e un ambiente nel quale l’essere umano è in netto svantaggio. È proprio questa sproporzione a definire lo shark movie. In acqua l’uomo vede poco, si muove lentamente e non sa che cosa si trovi sotto la superficie. Lo squalo, al contrario, è perfettamente adattato. Il genere ha trasformato così una paura elementare — essere osservati da qualcosa che non riusciamo a vedere — in un meccanismo di suspense immediato.
Il modello resta «Lo squalo», diretto da Steven Spielberg e uscito nel 1975. Nella località balneare immaginaria di Amity, il capo della polizia Martin Brody cerca di chiudere le spiagge dopo una serie di attacchi, ma si scontra con le autorità, preoccupate per le conseguenze sulla stagione turistica. Insieme all’oceanografo Matt Hooper e al pescatore Quint, parte infine alla ricerca dell’animale. Il film non ha portato per la prima volta gli squali sullo schermo, ma ha costruito intorno a loro un modello narrativo destinato a durare.
La minaccia non fa emergere soltanto la fragilità dell’uomo, ma anche quella delle istituzioni, divise fra sicurezza pubblica e interessi economici. Le difficoltà incontrate durante le riprese hanno contribuito alla forza del risultato. Lo squalo meccanico funzionava male e Spielberg è stato costretto a mostrarlo meno del previsto. La paura è stata quindi affidata soprattutto alla musica di John Williams, alle inquadrature dal punto di vista dell’animale e a pochi segnali sulla superficie. Prima ancora di vedere lo squalo, lo spettatore ha imparato a temerne l’arrivo.

Il successo ha generato tre seguiti ufficiali e numerose imitazioni. Con il tempo, però, la formula è diventata più rigida: località turistiche, autorità che ignorano il pericolo, attacchi in successione e caccia finale. Lo squalo ha spesso smesso di comportarsi come un animale, assumendo i tratti di un assassino da film horror, capace di organizzare agguati e perfino di vendicarsi. «Blu profondo» ha aggiornato il genere trasferendo l’azione in una base scientifica isolata nell’oceano. Gli squali, modificati durante una ricerca medica, diventano più intelligenti e sfruttano l’allagamento della struttura per cacciare gli esseri umani. Alla paura del predatore si aggiunge così un tema tipico della fantascienza: il progresso che, superati certi limiti, produce conseguenze incontrollabili.
Pochi anni dopo «Open Water», del 2003, ha scelto la strada opposta. Una coppia di subacquei viene dimenticata in mare durante un’escursione. Non ci sono laboratori o animali giganteschi: soltanto due persone esposte alla stanchezza, alla disidratazione e agli squali. Il terrore nasce dalla sproporzione fra il corpo umano e l’immensità dell’oceano. La linea del survival essenziale è proseguita con film come «The Reef», «Paradise Beach – Dentro l’incubo» e «47 metri», nei quali il predatore è soltanto una parte del pericolo, insieme alle ferite, alla fatica, alla pressione e all’impossibilità di chiedere aiuto.
L’esagerazione
Parallelamente, il genere ha abbracciato l’esagerazione. La saga di «Sharknado», iniziata nel 2013, ha immaginato tornado capaci di scagliare squali sulle città, sostituendo il realismo con la parodia. «Shark – Il primo squalo» uscito nel 2018 e relativo sequel sempre con protagonista Jason Statham, ha trasformato invece un megalodonte preistorico in un mostro da grande spettacolo internazionale. Titoli più recenti come il film Netflix «Under Paris» hanno aggiunto una dimensione ambientale, collegando la minaccia all’inquinamento e alla trasformazione degli ecosistemi. Resta però una contraddizione: il cinema continua a usare lo squalo come mostro, anche quando prova a raccontarlo come vittima degli squilibri creati dall’uomo.
La realtà è molto meno minacciosa. Gli esseri umani non fanno parte della dieta naturale degli squali e la grande maggioranza delle specie non è considerata pericolosa. Nel 2025 l’International Shark Attack File ha registrato 65 morsi non provocati in tutto il mondo, nove dei quali mortali: numeri tragici, ma molto bassi rispetto alla quantità di persone che ogni anno frequentano mari e oceani. Il cinema altera soprattutto l’intenzionalità. Sullo schermo lo squalo sceglie una vittima, la riconosce e la insegue.
Nella realtà i morsi possono dipendere da curiosità, confusione o reazioni a particolari movimenti. Non esiste il predatore instancabile che decide di dare la caccia a un essere umano per giorni. «Lo squalo» ha avuto un’influenza enorme sull’immaginario collettivo. Spielberg ha espresso in seguito il proprio rammarico per gli effetti attribuiti al film, mentre Peter Benchley, autore del romanzo originale, si è impegnato nella conservazione marina. Sarebbe però semplicistico attribuire a una sola opera il declino di alcune popolazioni, dovuto soprattutto alla pesca e alle catture accidentali.
Lo shark movie vive proprio della distanza fra realtà e rappresentazione. La scienza descrive animali complessi e fondamentali per gli oceani; il cinema li ha trasformati in mostri perfetti. «Deep Water» si inserisce in questa tradizione unendo il disastro aereo all’assedio subacqueo. L’aereo, simbolo del dominio tecnologico dell’uomo, diventa un relitto invaso dall’acqua. Fuori dalla fusoliera le gerarchie si rovesciano: gli esseri umani sono gli intrusi, mentre gli squali sono gli unici davvero nel proprio ambiente.



