Dal 2 settembre il grande occhio del cinema mondiale comincerà a spostarsi verso la Laguna di Venezia. Al Lido, si alzerà ufficialmente il sipario sull’83ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica, diretta ancora una volta da Alberto Barbera: undici giorni di film, tappeti rossi, conferenze stampa, incontri, premi e divi inseguiti lungo pochi metri di lungomare. Sarà un’edizione forse meno scintillante, almeno sulla carta, rispetto ad alcune delle annate più recenti.
Hollywood arriverà con meno grandi produzioni e meno star da prima pagina. Dopo alcuni contraccolpi degli ultimi anni, il più evidente dei quali resta quello di «Joker: Folie à Deux», accolto con freddezza proprio al Lido prima di una complicata uscita nelle sale, gli studios sembrano diventati più prudenti nel consegnare con mesi di anticipo i propri titoli più costosi al giudizio dei grandi festival. Presentare un film in un contesto simile garantisce attenzione mondiale, ma significa anche esporsi subito a recensioni e reazioni che possono accompagnarlo fino all’uscita.
Non significa che mancherà il cinema interessante. Il programma comprende «Ink» di Danny Boyle, «Look Back» di Hirokazu Koreeda, «Wild Horse Nine» di Martin McDonagh, «Succederà questa notte» di Nanni Moretti e «Bunker» di Florian Zeller. Ci saranno Guy Pearce, Claire Foy, John Malkovich, Sam Rockwell, Penélope Cruz, Javier Bardem e Robert Pattinson. Ma questa è la Mostra vista da fuori. La domanda, una volta superato il cancello con l’accredito al collo, è un’altra: come si vive davvero tutto questo da giornalisti?
L’attesa della Mostra è essa stessa la Mostra?
Per molti comincia parecchie settimane prima, più o meno a metà luglio, quando Alberto Barbera presenta il programma e i futuri inviati seguono la conferenza stampa con l’attenzione con cui si aspettano le coordinate della propria missione. Si prendono appunti sui titoli, si fanno calcoli sugli autori e sulle quote rose dell’edizione (quest’anno male male, la polemica non è mancata), si prova a capire chi arriverà davvero al Lido e chi no. E, come ogni anno, si assiste alle piccole difficoltà del direttore nel governare il telecomando delle slide, ormai quasi un rassicurante rito della stagione.
Subito dopo arriva il primo vero problema: capire quali film si riuscirà effettivamente a vedere. Anni fa, per molti accreditati, significava stare fisicamente in fila davanti alle sale e sperare che avanzassero posti. Chi aveva le credenziali più prestigiose entrava prima; gli altri aspettavano, anche a lungo, con il rischio di arrivare alla porta e sentirsi dire che era tutto pieno. A quel punto bisognava spostarsi altrove e ricominciare da capo. C’è ancora chi è nostalgico di quel sistema. Valli a capire.
Oggi la battaglia si combatte online. Le prenotazioni aprono a finestre nei giorni precedenti l’inizio della manifestazione e la piattaforma decide, in pochi minuti, buona parte della settimana successiva. Negli anni sistemi come Boxol e Vivaticket hanno tormentato e intrattenuto gli accreditati con attese, server sotto pressione e l’ormai mitologico omino che segnala l’avanzamento verso l’accesso, a volte con la velocità di chi sta percorrendo una maratona attraverso tutta l’Eurasia. Il sistema è diventato molto più stabile, ma il brivido resta: un posto preso o perso può cambiare l’intero programma della giornata, i pasti, le ore di sonno e perfino gli articoli da scrivere.
Sei(mila) personaggi in cerca di alloggio
Risolto il problema dei film, resta quello ancora più concreto del letto. Gli alberghi del Lido diventano rapidamente un’ipotesi per pochi. Gli appartamenti possono raggiungere cifre da vacanza di lusso su un’isola privata del Pacifico, anche quando l’obiettivo è semplicemente trovare un posto sul quale crollare per qualche ora. Una stanza doppia, una camera improvvisata, persino un dignitoso divano letto a distanza percorribile a piedi dal Palazzo del Cinema assumono il valore di una conquista. Chi non trova posto al Lido allarga il raggio: prima Venezia, poi Mestre. Logisticamente, è come stare su Marte.
Nei primi vaporetti verso il Lido si forma così una piccola transumanza di accreditati: stessa borsa, stesso computer, occhiaie progressivamente più profonde e, in molti casi, nessuna particolare voglia di discutere alle otto del mattino dell’oscuro film kazako visto a mezzanotte nella scomodissima Sala Giardino.
Una, nessuna, centomila sale
Capire la geografia della Mostra è fondamentale. Il cuore è concentrato attorno al Palazzo del Cinema e al Casinò, ma ogni sala sviluppa una propria personalità. La sala Darsena è la più grande del complesso principale e uno dei luoghi simbolo delle proiezioni stampa. È anche la sala nella quale, per ragioni mai chiarite, l’aria condizionata sembra talvolta impostata per combattere personalmente il riscaldamento globale. Dopo quattro o cinque giorni il risultato è evidente: colpi di tosse e nasi soffiati diventano una seconda colonna sonora.
Nel 2024 «Campo di battaglia» di Gianni Amelio, ambientato durante la Prima guerra mondiale e attraversato dal diffondersi dell’epidemia, diventò involontariamente un’esperienza in quattro dimensioni: tossivano i personaggi sullo schermo e tossiva la platea. Un anno prima, l’ultima mattina dell’edizione 2023, «La società della neve» di J.A. Bayona aveva raccontato la tragedia delle Ande ai pochi giornalisti ancora operativi. Anche quella, nella Darsena refrigerata, fu una notevole prova di resistenza.
Poi c’è la Sala Grande, quella prestigiosa, delle grandi anteprime serali e delle ovazioni. È lì che ogni anno nascono i celebri resoconti sugli applausi: cinque minuti, otto, dieci, dodici minuti, quantità di tempo che a un certo punto fanno sospettare che attori e registi siano stati sostituiti da cartonati o ologrammi mentre gli originali sono già tornati in albergo. Intorno ci sono la Sala Giardino, dove lo spazio tra le file trasforma ogni movimento in un incidente diplomatico, le più raccolte Perla, Pasinetti e Volpi, il decentrato Astra e infine il PalaBiennale, la struttura da 1.760 posti ribattezzata, con discreta efficacia, «PalaBestiame».
Quel che resta di un giorno alla Mostra
In questa geografia si sviluppa una giornata tipo: due proiezioni stampa al mattino, poi il terzo piano del Palazzo del Casinò per seguire le conferenze, scrivere, inseguire dichiarazioni e capire cosa fare dopo. Anche le star, in fondo, sono al lavoro. Fanno avanti e indietro dall’Hotel Excelsior, arrivano, posano per i fotografi, rispondono alle domande, tornano in albergo, si cambiano e qualche ora dopo ripercorrono praticamente la stessa strada per la première serale. Cambia l’abito. I giornalisti e i fotografi, invece, sono gli stessi.
Nel frattempo il soldato semplice dell’informazione deve anche mangiare. L’area ristoro diventa una prova nella prova: panini, self service, code che possono divorare la mezz’ora disponibile e tavoli contesi non solo ai colleghi ma anche alle api, presenza fissa delle pause pranzo. Se piove, l’intero ecosistema entra in crisi ed è il caos, il momento in cui il darwinismo dà prova della sua inconfutabile efficacia.
E così per undici giorni. Proiezioni, scale, conferenze, articoli, interviste, caffè (tanti caffè, benedettissimi caffè), altri film. Ogni tanto una cena negli stessi posti di ogni anno, una piccola coccola sociale, poi di nuovo in sala per una proiezione serale o per una di quelle anteprime tardive che mettono alla prova anche gli Highlander della cinefilia. A quel punto i titoli iniziano a sovrapporsi, i volti degli attori si confondono e la domanda «Com’era quello di ieri?» può richiedere qualche secondo di troppo e risposte preordinate.
Addio, all’anno prossimo
Arriva l’ultimo giorno. I pochi sopravvissuti si ritrovano ancora una volta nell’area stampa mentre nella Sala Grande si svolge la cerimonia di premiazione. Nessuno ha particolare energia per conversare: si guarda lo schermo e si scrive. Ogni tanto qualcuno rompe il silenzio con un «Ma dai» oppure con un «Ma come è possibile?». Un applauso, una smorfia, poi di nuovo le tastiere, perché tutti stanno trasformando l’ultima sera nell’ultimo articolo.
Finché anche quello è chiuso. Gli steward cominciano a guardare i pochi rimasti con l’espressione di chi vorrebbe finalmente spegnere le luci e sarebbe pronto a prenderti di peso e calarti dalle finestre pur di farcela. Si raccolgono computer, caricabatterie, borse, poi si scendono per l’ultima volta le scale del Palazzo del Casinò. Fuori il Lido è già diverso: le transenne perdono importanza e gli spazi che per giorni sono sembrati il centro dell’universo tornano lentamente a essere strade e marciapiedi. L’ultimo viaggio sul traghetto è quello decisivo, è il momento in cui molti si ritrovano a pensare che basta, l’anno prossimo no. Troppo faticoso, troppo costoso, troppi film, troppo poco sonno. Non ne vale la pena. Mai più…
Poi il vaporetto si allontana dal Lido e Venezia torna davanti agli occhi, vicinissima e quasi estranea. Si ripensano i film belli, quelli terribili, le corse, le notti, le discussioni, le case, le auto, i viaggi e i fogli di giornale di cui cantava Tiziano Ferro, persino il freddo della Darsena diventa un caldo ricordo. E si capisce che la Mostra ha vinto anche questa volta. Forse conviene cominciare subito a cercare un appartamento per l’anno prossimo.



