Sono consistenti le tracce bresciane alla Settimana Internazionale della Critica, sezione competitiva parallela alla Mostra di Venezia, organizzata dal Sindacato Critici Cinematografici Italiani: oltre a Marco Santi, che la apre fuori concorso con il lungometraggio «Il Grande Giaffa» (ne abbiamo parlato alcuni giorni or sono), troviamo Elisa Chiari, in gara con il corto d’esordio nella fiction, «Gusci», che la ventinovenne filmmaker di Torbole Casaglia ha diretto insieme a Francesca Trovato.
Elisa, quando è nata la sua passione per il cinema?
Durante gli studi di Letteratura straniera a Padova ho immaginato un percorso successivo in ambito cinematografico. Ma la cultura dell’immagine è più risalente: sin da piccola avevo sempre una fotocamera in mano e, quando avevo 18 anni e studiavo all’Arnaldo, mio nonno (grande appassionato di fotografia) mi ha fatto dono di buona parte della sua dotazione analogica. Poi ho frequentato Cinema e Nuove Tecnologie allo Iulm di Milano, cominciato anche a lavorare come filmmaker freelance, in particolare su documentari, come «Mother Mare» (che osserva con approccio etnografico una comunità matriarcale in Estonia, ndr).
Oggi è felicemente milanese?
Felice per quanto lo si può essere a Milano, città con la quale ho un rapporto di amore-odio. E sempre con un occhio a Brescia, visto che faccio parte di un collettivo bresciano al femminile, Altre Muse, che si occupa di divulgazione culturale nel mondo dell’arte. Ma sono rimasta legata allo Iulm, che favorisce l’inserimento lavorativo in un settore complicato attraverso laboratori creativi e progetti in cui gli studenti possono trasformarsi in maestranze. È lì che ho conosciuto Francesca Trovato, mia co-autrice in «Gusci».
Il percorso comune precede la realizzazione del corto?
È così. Appena laureate, io e Francesca abbiamo vinto una residenza a Itineranze Doc, che si occupa di progetti di cinema del reale, sostenendo autori al primo o secondo lungometraggio: l’idea era realizzare un film sul tema del malocchio e delle pratiche connesse, che studiamo da anni. Eravamo a buon punto, con la casa di produzione torinese Base Zero, ma poi i fondi per il cinema italiano si sono bloccati. In attesa che si sblocchino, abbiamo pensato a un corto che non sia il film in breve, ma una storia collaterale, anche per cominciare a far emergere le tematiche che ci stanno a cuore.
Parliamo di «Gusci».
È la storia di due sorelle che hanno preso strade diverse. Dopo anni la maggiore, Elena, fa ritorno al paese d’origine per il matrimonio di Lucia. Ma c’è prima da svolgere un rito contro il malocchio, come da tradizione di famiglia, portando un cesto di uova sacre in un monastero in altura. L’ascesa è un percorso fisico e allo stesso tempo emotivo, che colma la distanza che la lontananza ha creato tra le due donne.
È materia ammantata da mistero e superstizione…
Ma va oltre la superstizione, ed è molto attuale. Parla dello sguardo degli altri che finiamo per interiorizzare e influenza le nostre scelte, e della difficoltà a trovare un posto in cui ci sentiamo a nostro agio e che possiamo chiamare casa.
Quali cineasti contemporanei apprezza?
Durante un periodo di studi a Madrid, è nata la passione per Almodóvar. Ma amo in particolare il cinema italiano e seguo con attenzione Alba Rohrwacher e Laura Samani.



