Cronaca

Disagio giovanile, lo psicologo Lancini: «La vera prevenzione è la relazione»

Barbara Fenotti
«Dovremmo chiederci cosa stiamo insegnando alle nuove generazioni sul rispetto della vita dell’altro», ha osservato lo psicoterapeuta
Matteo Lancini al Tg Preview di Teletutto con Fabio Gafforini - © www.giornaledibrescia.it
Matteo Lancini al Tg Preview di Teletutto con Fabio Gafforini - © www.giornaledibrescia.it
AA

Più che spiegare ai ragazzi cosa devono provare, oggi servirebbe fermarsi ad ascoltarli. È da questa carenza di ascolto autentico, e dall’eccesso di prescrizioni emotive su come essere, sentire e reagire, che nasce una parte del disagio giovanile che sempre più spesso si riversa sul corpo fino a trasformarsi in violenza verso se stessi e gli altri. Una violenza che interroga il mondo adulto prima ancora delle nuove generazioni ed è stata al centro della riflessione proposta da Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, ospite in collegamento della puntata serale di Tg Preview su Teletutto, la trasmissione di approfondimento informativo con ospiti e collegamenti.

Il punto di partenza sono stati i fatti di cronaca recente, come l’accoltellamento dello studente a La Spezia. «Ogni caso è unico e va compreso nelle sue dinamiche specifiche» ha chiarito Lancini, mettendo subito un punto fermo: parlare di disagio non significa in alcun modo giustificare. «La giustizia deve e farà il suo corso» ha sottolineato. Allo stesso tempo, però, è difficile ignorare come oggi esista una modalità sempre più diffusa tra le nuove generazioni di esprimere il malessere attraverso la violenza sul corpo, proprio o altrui: ritiro sociale, autolesionismo, disturbi alimentari, tentativi di suicidio, accoltellamenti, omicidi.

Conflitto evolutivo

«Non parlo di disturbi mentali né di giustificazioni – ha precisato lo psicoterapeuta – ma della difficoltà dei ragazzi di mettere in parola il conflitto evolutivo e la sofferenza». Dietro quello che spesso viene definito un futile motivo si nasconde in realtà qualcosa che futile non è affatto. L’atto violento diventa la punta dell’iceberg di un disagio profondo, di un malessere e di un conflitto che non riescono a trovare una forma espressiva attraverso il linguaggio.

«Come mai non si riesce a mettere in parola ciò che si prova? Questo è il tema», ha sottolineato Lancini, individuando due fattori centrali. Da un lato una società che afferma di voler ascoltare le nuove generazioni, ma che in realtà pratica un ascolto selettivo, pronto a silenziare le emozioni che disturbano – rabbia, tristezza, paura – non solo in famiglia ma anche a scuola. Dall’altro una narrazione diffusa che descrive i giovani come troppo fragili o troppo attaccati a internet, quando invece si tratta di generazioni che avrebbero molte ragioni per contestare il mondo adulto. Quel conflitto, però, non riesce a emergere verso l’esterno e finisce per rivolgersi contro il proprio corpo o quello degli altri.

Da qui l’invito a interrogarsi sui modelli che proponiamo. «Dovremmo chiederci cosa stiamo insegnando alle nuove generazioni sul rispetto della vita dell’altro», ha osservato Lancini, richiamando un contesto segnato da guerre, prevaricazioni e da un’idea di dominio assoluto di sé che attraversa la politica nazionale e internazionale, ma anche molte delle nostre quotidianità. In questo scenario attribuire la violenza giovanile a videogiochi o trapper è una semplificazione che «fa ridere, ma io piango», perché confonde la realtà con il virtuale e assolve il mondo adulto dalle proprie responsabilità.

Le relazioni

Sul piano delle relazioni la strada indicata passa da una rinnovata alfabetizzazione emotiva degli adulti, chiamati a smettere di pensare che la vita debba essere priva di conflitti e che bambini e ragazzi debbano essere sempre felici. «Sono cresciuto in un’epoca in cui la scuola era un palcoscenico di conflitti tollerati» ha ricordato Lancini. Tornare a tollerare le emozioni significa anche cambiare le domande che poniamo ai giovani: non come devi pensare o cosa devi provare, ma semplicemente chi sei tu?. In questo quadro si inserisce il tema dello smartphone e di internet, spesso trasformati nel capro espiatorio del disagio.

«Regalare o togliere il cellulare è diventato il pensiero dominante dei genitori di oggi» ha detto Lancini, definendo la rete un vero e proprio «lavacoscienza» degli adulti. Da qui la critica a una scuola che pensa di risolvere il problema vietando il telefono, quando invece servirebbe costruire un serio modello di educazione digitale. «La scuola dovrebbe chiedere scusa ai ragazzi se oggi fanno l’esame di maturità senza poter usare strumenti, come l’Ai, che nelle università di tutto il mondo sono consentiti».

Il malessere generazionale viene così interpretato come conseguenza dell’aver avuto troppo, internet compreso, mentre si continua a togliere anziché aggiungere ciò che davvero servirebbe. Anche per questo, secondo Lancini, bisognerebbe interrogarsi su cosa accade online: su come i ragazzi si vedono, su dove arriva la rabbia, ponendo domande scomode. «Non credo che gli adulti siano pronti» ha ammesso, osservando come «in Italia i giovani contino sempre meno, siano pochi e al secondo posto in Europa per numero di Neet, mentre chi ha strumenti spesso se ne va all’estero. Senza contare che molti provvedimenti presi dalla politica sembrano pensati più per intercettare il consenso emotivo degli adulti che per rispondere ai bisogni delle nuove generazioni».

Il consumo di sostanze

Un segnale ulteriore del cambiamento riguarda il consumo di sostanze. «Non è più un consumo trasgressivo o una rappresentazione simbolica contro l’autorità paterna: oggi è un uso lenitivo, antidolorifico, spesso anticipato, che segnala disperazione più che ribellione».

Nel suo lavoro, anche a contatto con dirigenti scolastici e insegnanti «fantastici» di Brescia, lo psicologo incontra ragazzi che raccontano vissuti di grande profondità. «Se trovano un adulto autentico, si aprono». Un dato che trova conferma anche nel questionario somministrato nel 2021 dal Giornale di Brescia agli under 35, in collaborazione con lo stesso Lancini, dal quale emergeva con chiarezza un messaggio: i giovani non si sentono davvero ascoltati dagli adulti.

I comportamenti di oggi, infine, vanno letti anche alla luce della pandemia. «Più che il Covid in sé – ha sottolineato Lancini – ha pesato il post-pandemia: un’occasione mancata per parlare di fragilità umana e di morte, sostituita da un ritorno immediato alla prestazione. È il post Covid che ha tolto fiducia negli adulti».

Ma esistono veri segnali d’allarme capaci di prevenire suicidi o omicidi? Secondo Lancini, no. «L’unica vera prevenzione è la relazione» ha concluso. Cercare ossessivamente indizi di disagio non serve, così come trasformarsi in investigatori della vita dei figli. Occorre invece creare spazi in cui potersi esprimere, accettare che i valori trasmessi vengano rielaborati e riconoscere che per diventare adulti migliori bisogna fare i conti anche con tristezza, paura e rabbia. L’ansia, oggi spesso diventata angoscia, va compresa. E, soprattutto, bisogna imparare a stare in silenzio ad ascoltare, senza dire subito che ciò che un ragazzo prova è sbagliato.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.

Suggeriti per te

Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...