Convince «Il grande Giaffa», lungometraggio d’esordio del regista bresciano Marco Santi, che ha inaugurato la Settimana Internazionale della Critica, sezione della Mostra organizzata dal Sindacato Critici Cinematografici Italiani. È la storia di Giacomo Falta (Edoardo Pesce), che scrive di costume, senza grandi risultati, in un quotidiano diretto dallo zio della sua compagna. Insicuro e totalmente remissivo nei rapporti professionali e famigliari, Giacomo è una presenza praticamente invisibile ovunque si trovi. Una sera, cercando l’idea giusta per la festa di compleanno dell’esigente figliastro, compra i biglietti per lo spettacolo del Grande Giason, un carismatico performer di cui tutti parlano.

Fra identità e illusione
Giacomo ne è folgorato, per la capacità di persuasione – un po’ da pifferaio di Hamelin nella fiaba dei fratelli Grimm – che vede sprigionarsi da Giason, che conquista una platea di adulti e bambini con la sola presenza scenica. Il Grande Giason pare incarnare tutto ciò che Giacomo vorrebbe essere; quando, per una serie di circostanze fortuite, il nostro (anti)eroe si ritrova a mostrare un’altra faccia di sé, quella di Giaffa, e conosce l’adulazione altrui (tra cui quella di un’inquieta ragazza, interpretata da Carlotta Gamba), ecco che si reinventa d’emblè Grande Giaffa, con aspettative adeguate al nuovo status.

Ma reggere la parte fino in fondo è complicato, come scoprirà nel corso di una lunga giornata nella quale il già precario equilibrio tra realtà, identità e illusione arriverà a un punto di rottura, col redde rationem previsto proprio su un palcoscenico.
Fra due vuoti
Muovendosi intorno a interrogativi di sostanziosa pregnanza (Quanto della nostra identità appartiene allo sguardo degli altri? Cosa accade se abbiamo l’occasione di mostrarci diversi rispetto a ciò che siamo?) Santi compara due vuoti molto contemporanei, la cui differenza fondamentale consiste nel modo in cui vengono percepiti, cioè assegnando nessun valore all’uno e riconoscendo per contro all’altro qualità che in realtà non possiede. Per aumentare il senso di oppressione di Giacomo (e del contesto, quello volutamente indefinito di un’anonima cittadina di provincia) l’autore ricorre a una fotografia demodé e talvolta a inquadrature lievemente deformate, dirigendo con sicurezza un cast in cui Pesce e Gamba si confermano attori di livello.



