Il creator The Next Line: «Vi racconto il cinema in cento scene cult»

Cristian Micheletti, noto divulgatore cinematografico sui social, sarà a Brescia il 22 luglio per presentare il suo ultimo libro, compendio delle sequenze iconiche più famose della Settima Arte
Cristiano Bolla
Una scena del film «Il buono, il brutto», il cattivo di Sergio Leone
Una scena del film «Il buono, il brutto», il cattivo di Sergio Leone

Il monolite di «2001: Odissea nello spazio», la corsa verso il mare de «I 400 colpi», gli elicotteri di «Apocalypse Now», l’estasi dell’oro ne «Il buono, il brutto, il cattivo»: sono immagini che conosciamo tutti, perché certe scene finiscono per vivere oltre i film che le hanno generate. Diventano citazioni, simboli, riferimenti condivisi e, in alcuni casi, una porta d’ingresso per intere generazioni di spettatori. Cristian Micheletti, autore, sceneggiatore, creative strategist e divulgatore cinematografico conosciuto sui social come The Next Line, parte proprio da questa forza delle immagini nel libro «100 scene cult che ti faranno amare il cinema», edito da Burno.

Il volume attraversa epoche, generi e linguaggi differenti per interrogarsi su cosa renda davvero indimenticabile una sequenza, senza presentarsi come una classifica definitiva o come una selezione accademica dei cento momenti migliori della storia del cinema. Il libro, che verrà presentato il 22 luglio alle ore 20 alla Riserva del Grande, nell’ambito del progetto Riserva Naturale, offre l’occasione per parlare direttamente con lui non soltanto delle scene entrate nell’immaginario collettivo, ma anche di come siano cambiati il modo di guardare i film, la critica e la divulgazione cinematografica nell’epoca di TikTok, Instagram e dello streaming.

Partiamo dall’ABC: che cos’è una scena cult?

Me lo sono chiesto anch’io quando l’editore [Nicola Pesce,ndr] mi ha proposto di fare un libro sul cinema e abbiamo scelto questo tema. Io non avevo mai pensato di scrivere un libro sul cinema, sui social parlo soprattutto di scene. Da lì siamo partiti: cult deriva da cultus, quindi «onorato», «venerato». È qualcosa che col passare del tempo diventa oggetto di un’appropriazione collettiva. Ma non basta. Ci sono scene che sono cult per eccellenza e altre che magari non lo sono ancora soltanto perché non è passato abbastanza tempo. C’è anche il concetto di «instant cult», una definizione quasi contraddittoria. Diciamo che per diventare cult deve passare del tempo, ma poi riconosciamo che qualcosa possa diventarlo nel momento stesso in cui esce. Penso, per esempio, che alcune scene di «Backrooms», per una certa generazione, siano già degli instant cult. La definizione è ampia e ha confini labili, ma possiamo dire che una scena cult è qualcosa che rimane nella memoria.

I social hanno cambiato il concetto stesso di cult?

Sicuramente. Alcuni cineasti e alcune realtà produttive stanno cambiando la velocità e il modo in cui certe scene e certi film diventano centrali nel dibattito cinefilo. Determinate generazioni, giustamente, se ne stanno appropriando. Penso chiaramente ad A24 e Neon, probabilmente le due realtà che più di tutte stanno cercando di far emergere nuovi nomi. C’è anche un lavoro di scouting su giovani che emergono da linguaggi diversi, tendenzialmente da YouTube. Non c’è solo Kane Parsons: i Philippou, i Daniels, che hanno fatto «Everything Everywhere All at Once»… Il cinema ora ha la capacità di raggiungere, coltivare e far emergere nuovi talenti che hanno linguaggi riconoscibili e che, giustamente, vengono fatti propri da generazioni diverse dalla mia, visto che sono quasi un cinquantenne.

Come hai scelto le cento scene da inserire nel libro?

Ho fatto un ragionamento sulla destinazione d’uso. Questo non è il libro di un accademico e non è il libro di un critico. È il libro di un appassionato di cinema che possiede una certa cultura cinematografica e alcune curiosità. Sui social cerco di essere abbastanza interdisciplinare e uso anche altre discipline come chiavi di lettura dei film. Volevo quindi che chi mi segue riconoscesse nel libro il cinema di cui parlo abitualmente. Ho cercato di pensare a un lettore medio, non troppo anziano. Nella selezione ci sono pochi film delle origini e fino agli anni Cinquanta, molti titoli degli anni Settanta, Ottanta e Novanta e poi qualcosa di contemporaneo. Ho usato un po’ il bilancino, proprio per rendere il libro accessibile al maggior numero possibile di persone.

Per essere cult, cosa deve avere oggi una scena di un film?

Qualcosa che colpisca. Non so se si possa parlare necessariamente di un’emozione, ma deve far pensare a quel film e, allo stesso tempo, far vedere le cose in modo diverso. Per esempio la scena di Chunk ne «I Goonies», quando racconta la sua storia alla banda Fratelli. È una scena che da ragazzino ti colpisce e che, anche rivedendola adesso, mi fa capire molte cose sulla scrittura.

Come vedi la coesistenza tra creator famosi sui social e critici tradizionali?

Sono d’accordo sul fatto che siano due cose ben distinte. Tengo sempre a sottolinearlo, anche quando arriva l’hater di turno (e fortunatamente sono pochi): io non sono un critico. Sono semplicemente un appassionato di cinema che sa un po’ di cose in più. Non mi ritengo un critico, perché credo che il critico abbia un compito più importante del mio. Noi abbiamo strumenti limitati. La maggior parte dei contenuti che posso creare dura al massimo tre minuti e dentro ci metto anche una scena di una ventina di secondi. Figurati quanto posso riuscire ad andare in profondità. Ne sono perfettamente consapevole. La responsabilità che dobbiamo assumerci è sapere che dobbiamo essere onesti nei confronti delle persone che ci seguono e cercare di dare loro sempre qualcosa di importante. Bisogna farlo senza essere boriosi, ma anche senza dare tutto per scontato. Questa, secondo me, è la capacità più importante che possiamo avere: ottenere l’attenzione di nuove generazioni che magari stavano abbandonando il cinema e che, invece, mi sembra stiano tornando alla grande.

Una scena può essere cult anche se la si vede sullo smartphone?

La mia frase a effetto, che conoscono tutti, è: «Andate al fot***o cinema». Quindi, chiaramente, no. Per me la sala cinematografica è di primaria importanza, anche proprio in relazione alla funzione dell’opera. Per come è nato il cinema, c’è una sospensione dell’incredulità. Stare in una stanza al buio per due ore, concentrarsi, buttarsi dentro una storia: sono tutte cose che non possiamo fare se guardiamo uno smartphone. Banalmente, non possiamo farle nemmeno a casa in streaming. Tant’è vero che io parlo di pochissime produzioni in streaming.

Lavori tra radio, televisione e branded content. Come bilanci il lavoro per i brand con la tua passione, senza perdere credibilità con il pubblico?

Sempre attraverso il rispetto e l’onestà nei confronti del pubblico. Quando realizzo branded content sul mio canale, si tratta normalmente di contenuti cinematografici. Finora non ho mai fatto pubblicità a un oggetto o a un servizio. Se c’è scritto «Adv», è un Adv. Chi mi segue deve sapere che sono stato pagato per parlare di quella cosa. Allo stesso tempo, credo di essermi costruito una certa credibilità. Se dico sì a un film, è perché si tratta di un’opera che, in qualche modo, rientra nelle mie corde. Difficilmente mi chiamano per parlare di Netflix, anche perché io non ne parlo quasi mai. Forse farei molti più soldi…

Durante la selezione delle cento scene hai dovuto tagliare qualcosa o invece hai faticato ad arrivare al numero?

All’inizio avevo in mente tantissime scene. Poi ho ripensato al concetto di cult e, in realtà, ti dirò che ho quasi fatto fatica a trovarne una decina. Ne avevo circa ottanta sulle quali ero sicurissimo. Per le altre venti ci ho messo un po’, anche perché alcune non sono scene che amo particolarmente. Lo dico anche nell’introduzione: non sono cento scene tratte da film che amo.

Una scena famosissima che, secondo te, è sopravvalutata?

Qualsiasi scena cult di «Interstellar». Esagero, ma non è un film che amo particolarmente. Oltre a quello, oggi, soprattutto con molti film horror, va molto di moda la parola «disturbante». Ci sono film come «A Serbian Film», che secondo me è un filmaccio e che viene definito cult. Anche quello è un uso improprio del termine. Spesso confondiamo il cult con qualcosa di estremo, in un senso o nell’altro. Secondo me non è corretto.

Una scena da far vedere agli alieni per spiegare loro che cos’è il cinema?

L’Estasi dell’oro ne «Il buono, il brutto, il cattivo». Oppure il triello, ma direi soprattutto quella scena immediatamente precedente, quando Tuco corre felice nel cimitero. È cinema puro. Non ci sono dialoghi. Ci sono un movimento di macchina, un attore straordinario, una musica straordinaria e un montaggio incredibile. La musica cresce insieme al movimento della macchina da presa. Per me quello è cinema puro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

News in 5 minuti

Cosa è successo oggi? A metà pomeriggio facciamo il punto, tra cronaca e novità del giorno.

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...
Impara l’inglese in un meseImpara l’inglese in un mese

La nuova edizione in cinque volumi è in edicola con il GdB ogni giovedì fino al 20 agosto.

SCOPRI DI PIÙ
Una data speciale, da ricordare con la prima pagina del GdBUna data speciale, da ricordare con la prima pagina del GdB

Dall’archivio storico, disponibile dal 27 aprile 1945 a oggi

SCOPRI DI PIÙ
Il tuo quotidiano ti segue ovunque, anche in vacanzaIl tuo quotidiano ti segue ovunque, anche in vacanza

Con GDB replica + Tablet hai il Giornale di Brescia sempre con te, anche lontano da casa.

SCOPRI DI PIÙ