«La casa nella prateria» torna su Netflix: la rilettura di un cult

Il nuovo adattamento rilegge il mito del Far West e della frontiera ripartendo dalla famiglia Ingalls e coinvolgendo le popolazioni indigene che vivevano in quelle terre a fine Ottocento, per una rappresentazione veritiera e accurata
Cristiano Bolla
Un'immagine della nuova Casa nella prateria
Un'immagine della nuova Casa nella prateria

Tra pochi giorni torna una di quelle serie che tutti pensano di conoscere, anche quando magari non l’hanno vista davvero. «La casa nella prateria» appartiene ormai a una memoria più vasta della televisione stessa: un titolo evocato per parlare di famiglia, sacrificio, buoni sentimenti, vita semplice, comunità. Per molti è un ricordo legato ai pomeriggi davanti alla tv; per altri è soprattutto un’immagine tramandata, quasi un modo di dire. Una casa di legno, la prateria, una bambina che corre nell’erba alta, un padre severo e affettuoso, una famiglia chiamata a resistere a tutto. Più citata che vista, forse, almeno dalle generazioni più giovani. Ancora per poco, però: Netflix si prepara a riportare «La casa nella prateria» al centro dell’attenzione con una nuova serie, attesa dal 9 luglio 2026.

L’adattamento

Si tratta di un nuovo adattamento dei libri di Laura Ingalls Wilder, l’autrice che trasformò in racconto letterario la propria esperienza di bambina nella frontiera americana dell’Ottocento. La nuova versione, sviluppata da Rebecca Sonnenshine, riparte dal nucleo originario: la famiglia Ingalls, il viaggio, la ricerca di una casa, la fatica di costruire un futuro in un territorio difficile. Al centro ci saranno Laura, interpretata da Alice Halsey, il padre Charles, affidato a Luke Bracey, la madre Caroline, interpretata da Crosby Fitzgerald, e la sorella Mary, interpretata da Skywalker Hughes.

La prima stagione seguirà gli Ingalls nel trasferimento dal Wisconsin verso il Kansas, nei pressi di Independence, dove la famiglia tenta di stabilirsi e di immaginare una nuova vita. La prateria, però, non sarà soltanto lo scenario poetico del ricordo. Netflix presenta la serie come un intreccio tra dramma familiare, racconto di sopravvivenza e storia delle origini del West americano. Questo significa che accanto alla dimensione intima, ai rapporti fra genitori e figli, la crescita di Laura, la tenacia quotidiana, troverà spazio una lettura più ampia e più problematica della frontiera.

La novità

È qui che si annuncia la novità più interessante. La nuova «La casa nella prateria» non sembra voler raccontare solo il sogno dei coloni, ma anche ciò che quel sogno comportava per chi in quelle terre viveva già. La produzione ha dichiarato di aver lavorato con consulenti Osage e di aver coinvolto attori e artigiani per rendere più accurata la rappresentazione della presenza nativa, dalla lingua ai costumi, dagli oggetti alle acconciature. Un dettaglio che tocca il punto più delicato dell’eredità di «La casa nella prateria»: il mito della frontiera, per decenni raccontato soprattutto dal punto di vista dei pionieri bianchi, oggi non può più essere riproposto senza interrogarsi sulle conseguenze dell’espansione verso Ovest per le popolazioni indigene.

Il nuovo adattamento dovrà quindi muoversi su un equilibrio non semplice. Da un lato c’è l’affetto del pubblico per una storia percepita come rassicurante, luminosa, familiare. Dall’altro c’è la necessità di restituire complessità a un immaginario che la televisione degli anni Settanta aveva spesso semplificato. Non si tratta necessariamente di rinnegare la serie classica, ma di leggerla dentro il tempo in cui fu prodotta e di chiedersi che cosa possa diventare oggi. Anche la scelta di annunciare già una seconda stagione, con personaggi amatissimi come Nellie Oleson e la maestra Eva Beadle, conferma la volontà di riattivare non solo una storia, ma un intero universo narrativo.

La serie è già stata rinnovata per una seconda stagione - Foto Netflix
La serie è già stata rinnovata per una seconda stagione - Foto Netflix

La serie originale

Per capire perché l’operazione sia così significativa bisogna tornare alla serie originale. «La casa nella prateria» andò in onda sulla Nbc dal 1974 al 1983, per nove stagioni, dopo un film pilota trasmesso nel marzo 1974. Era liberamente ispirata ai libri di Wilder, ma sviluppò presto una propria identità televisiva. Il volto e il motore creativo della serie furono Michael Landon, interprete di Charles Ingalls e figura centrale anche dietro la macchina da presa, come produttore, regista e sceneggiatore. Accanto a lui c’erano Karen Grassle nel ruolo di Caroline, Melissa Gilbert in quello di Laura, Melissa Sue Anderson in quello di Mary e le gemelle Lindsay e Sidney Greenbush nel ruolo di Carrie.

Ogni episodio prendeva una difficoltà concreta (la povertà, la malattia, l’emarginazione, il lutto, l’ingiustizia, la scuola, il lavoro) e la trasformava in racconto morale. La famiglia Ingalls non era ricca, non era al riparo dal dolore, non aveva certezze. Ma aveva una casa, o almeno il desiderio ostinato di costruirla. Aveva una comunità, quella di Walnut Grove. Aveva un sistema di valori fondato su solidarietà, fede, responsabilità, sacrificio e perdono. In un’epoca televisiva segnata anche da altri grandi racconti familiari, come «I Walton», «La casa nella prateria» offriva una forma di western domestico: non il West dei duelli e dei fuorilegge, ma quello del pane da mettere in tavola, della scuola da raggiungere, del raccolto da salvare, dei figli da educare.

La serie tv originale
La serie tv originale

Molto dipendeva anche dai personaggi. Charles Ingalls, il «Pa» di Michael Landon, divenne un modello di padre televisivo: forte, protettivo, giusto, capace di piangere e di chiedere scusa. Caroline era la figura della stabilità, della cura e della resistenza silenziosa. Laura, vivace e impulsiva, era invece il punto d’ingresso ideale per il pubblico più giovane: una bambina che osservava il mondo, sbagliava, imparava, cresceva. Intorno a loro si muoveva una galleria di figure secondarie entrate nella memoria degli spettatori, dal vicino Isaiah Edwards al dottor Baker, fino alla famiglia Oleson. E tra tutti, naturalmente, Nellie Oleson, la ragazzina viziata e antagonista di Laura, uno dei personaggi più ricordati dell’intera serie.

Il successo e l’eredità

Il successo di «La casa nella prateria» nasceva da questa capacità di parlare a pubblici diversi. Era una serie per famiglie, ma non priva di dolore; era edificante, ma spesso attraversata da temi duri; era ambientata nel passato, ma proponeva conflitti comprensibili anche nel presente. La sua popolarità è sopravvissuta alla prima messa in onda grazie alle repliche, alla distribuzione internazionale e, più di recente, alla disponibilità in streaming. È diventata un classico perché ha saputo fissare immagini riconoscibili e sentimenti elementari: la paura di perdere la casa, il bisogno di appartenenza, il desiderio di crescere senza tradire le proprie radici.

Proprio per questo il ritorno della serie si misura con un mito popolare che ha formato l’immaginario di milioni di spettatori e che oggi richiede uno sguardo più consapevole. La nuova serie dovrà dimostrare di saper conservare il cuore emotivo dell’originale senza ripeterne automaticamente lo sguardo. Se riuscirà a farlo, «La casa nella prateria» potrà tornare a essere non soltanto una citazione del passato, ma una storia da vedere davvero.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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