Ferragosto non è una festa sentita come Natale o Pasqua. Non ha la stessa forza rituale, non porta con sé liturgie familiari altrettanto codificate e spesso coincide più semplicemente con il culmine delle vacanze estive. Eppure il 15 agosto è riuscito a esercitare sul cinema italiano una suggestione particolare. Le città che si svuotano, le strade improvvisamente silenziose, le partenze verso il mare, le famiglie che si ritrovano o si separano e quella sospensione temporanea della vita quotidiana hanno offerto a molti registi un contesto narrativo riconoscibile e fertile.
Da Dino Risi a Carlo Verdone, fino all’immancabile Paolo Virzì, Ferragosto è diventato di volta in volta uno spazio di libertà, solitudine, confronto sociale o memoria. In alcuni casi è il giorno che rende possibile un incontro, in altri diventa il momento in cui emergono con maggiore chiarezza le trasformazioni del Paese. Cinque film, molto diversi fra loro, mostrano come una ricorrenza apparentemente meno carica di significati simbolici rispetto ad altre sia riuscita comunque a diventare, sul grande schermo, un efficace osservatorio sull’Italia.
Il sorpasso (1962)

Roma è quasi vuota, è Ferragosto e Bruno Cortona gira per le strade a bordo della sua Lancia Aurelia B24 Spider. Cerca un telefono e incontra per caso Roberto Mariani, giovane studente di legge rimasto in città per preparare un esame. Bruno, interpretato da Vittorio Gassman, è rumoroso, impulsivo e invadente. Roberto, Jean-Louis Trintignant, è invece timido e prudente. Quello che dovrebbe essere un breve passaggio si trasforma in un viaggio verso il mare e in un confronto continuo tra due modi opposti di affrontare la vita.
Diretto da Dino Risi e scritto con Ettore Scola e Ruggero Maccari, «Il sorpasso» è uno dei titoli fondamentali della commedia all’italiana. Il Ferragosto non è però un semplice sfondo. La Roma deserta rende possibile l’incontro fra i protagonisti, mentre strade, automobili, spiagge e località di villeggiatura compongono il paesaggio dell’Italia del boom economico. Il film registra l’entusiasmo per il benessere e la modernizzazione, ma ne mette in luce anche l’irresponsabilità e le contraddizioni.
L’automobile diventa così simbolo di libertà, status e velocità. È questa capacità di trasformare una gita ferragostana in un ritratto del Paese a rendere ancora oggi «Il sorpasso» uno dei film più rappresentativi del cinema italiano degli anni Sessanta.
Il giorno dell’Assunta (1977)

Molto meno conosciuto rispetto agli altri titoli, «Il giorno dell’Assunta» di Nino Russo si svolge interamente il 15 agosto, in una Roma quasi deserta. Due uomini, interpretati da Leopoldo Trieste e Tino Schirinzi, attraversano la città seguendo un itinerario sospeso tra realtà e simbolo. Uno dei due, all’inizio, guarda un documentario dedicato a una festa religiosa di paese; poi incontra il compagno con cui comincia a muoversi fra strade vuote, mappe e registrazioni.
Il percorso passa anche da luoghi inconsueti, come un cimitero di automobili e gli studi di Cinecittà. Sullo sfondo emerge continuamente il rapporto dei due protagonisti con il Mezzogiorno e con le proprie origini. Russo utilizza quindi il vuoto ferragostano in modo molto diverso da Risi. Non c’è l’euforia della partenza, ma una sensazione di estraneità.
I due protagonisti sono uomini arrivati dal Sud e ormai assorbiti dalla vita romana senza sentirsi davvero parte della città. Il 15 agosto, interrompendo la normalità della capitale, rende più evidente questa condizione. Sospeso fra commedia, grottesco e riflessione sociale, «Il giorno dell’Assunta» è uno dei titoli meno noti del gruppo, ma anche uno dei più originali nell’uso cinematografico del Ferragosto.
Un sacco bello (1980)

Lo abbiamo suggerito anche nella selezione di film che hanno raccontato meglio l’estate italiana, ma anche il primo film diretto da Carlo Verdone si svolge proprio nel giorno di Ferragosto. Come «Il sorpasso», è ambientato in una Roma svuotata, ma il clima è cambiato profondamente rispetto al film di Dino Risi.
Verdone interpreta tre protagonisti principali. Enzo è uno spaccone che vuole partire per un viaggio avventuroso ma si ritrova senza compagno. Leo è un ragazzo timido che incontra la turista spagnola Marisol e spera in un’avventura sentimentale. Ruggero, infine, vive in una comunità hippy e deve affrontare il padre, interpretato da Mario Brega, deciso a riportarlo a casa. Le tre storie si sviluppano parallelamente durante la stessa giornata. Verdone interpreta complessivamente sei ruoli e porta sul grande schermo alcuni tipi umani già sperimentati nel teatro e in televisione. Dietro la comicità, però, emergono soprattutto fragilità, insicurezze e bisogno di compagnia. È questo elemento a dare unità alle diverse vicende.
Sergio Leone ebbe un ruolo importante nella nascita del progetto, incoraggiando Verdone a sviluppare il soggetto e a dirigere personalmente il film. «Un sacco bello» segnò così l’inizio della sua carriera da regista cinematografico. Anche qui Ferragosto è essenziale. La città deserta isola i personaggi e rende più evidente la loro solitudine. Se in Risi il vuoto di Roma apriva la strada a un’avventura, in Verdone diventa soprattutto uno spazio nel quale vengono a galla difficoltà e fallimenti.
Ferie d’agosto (1996) e Un altro Ferragosto (2024)

Due citazioni d’obbligo, accorpate insieme. Paolo Virzì ha utilizzato la vacanza ferragostana per realizzare, a distanza di ventotto anni, un lungo ritratto dell’Italia attraverso due film strettamente collegati. «Ferie d’agosto» è ambientato a Ventotene, dove due gruppi di villeggianti occupano case vicine e finiscono per entrare in contatto. Da una parte ci sono Sandro Molino, interpretato da Silvio Orlando, e una compagnia progressista di amici e parenti. Dall’altra la famiglia Mazzalupi, guidata da Ruggero, interpretato da Ennio Fantastichini.
L’isola diventa un laboratorio dell’Italia degli anni Novanta. Le discussioni riguardano politica, famiglia, educazione, rapporti di coppia e differenze sociali. Virzì non riduce però lo scontro a una semplice opposizione ideologica. Più i personaggi convivono, più le loro identità mostrano contraddizioni e fragilità. «Ferie d’agosto», secondo lungometraggio del regista, vinse il David di Donatello come miglior film.

Nel 2024 «Un altro Ferragosto» ha riportato a Ventotene molti degli stessi protagonisti e interpreti. Il tempo trascorso diventa parte integrante della storia. Altiero, il figlio di Sandro e Cecilia la cui nascita era annunciata nel primo film, è ormai adulto e torna sull’isola con il marito. Anche i Mazzalupi si riuniscono, questa volta per le nozze di Sabry, diventata nel frattempo una celebrità dei social. Il seguito riprende quindi lo stesso dispositivo per misurare quanto siano cambiati i personaggi e il Paese. All’Italia delle appartenenze politiche molto marcate degli anni Novanta si sovrappone quella dei social network, dell’esposizione pubblica e di nuove forme di successo.
Anche le assenze degli interpreti scomparsi nei ventotto anni trascorsi fra i due film, fra cui Ennio Fantastichini e Piero Natoli, entrano nella memoria del racconto. Visti insieme, i due lavori costituiscono un caso particolare nel cinema italiano: stessi luoghi, stessi nuclei familiari e stessa stagione diventano uno strumento per osservare il passaggio del tempo.
Pranzo di Ferragosto (2008)

Con «Pranzo di Ferragosto» il 15 agosto torna dentro le case della Roma svuotata. Gianni, interpretato dal regista Gianni Di Gregorio, vive con l’anziana madre e ha problemi economici. Alla vigilia della festa, l’amministratore del condominio gli propone un accordo: in cambio di un aiuto con i debiti, dovrà ospitare sua madre e sua zia. Poco dopo si aggiunge anche la madre anziana di un medico amico. Gianni si ritrova così a trascorrere Ferragosto con quattro donne anziane. La premessa deriva in parte da un’esperienza personale dello stesso Di Gregorio, che aveva vissuto a lungo con la madre vedova e aveva ricevuto in passato una proposta simile dall’amministratore del proprio condominio.
Il film evita però di trattare le protagoniste come semplici figure da accudire. Ognuna conserva desideri, abitudini, capricci e una forte volontà di autonomia. Con il passare delle ore, il centro della storia si sposta così dalla fatica dell’assistenza al piacere della compagnia. Il tono resta leggero, ma senza trasformare la vecchiaia in caricatura.
Prodotto da Matteo Garrone, «Pranzo di Ferragosto» segnò l’esordio di Di Gregorio nella regia di un lungometraggio. Fu presentato nel 2008 alla Settimana Internazionale della Critica della Mostra di Venezia e il regista vinse poi il David di Donatello come miglior regista esordiente. Rispetto agli altri titoli, qui Ferragosto perde quasi del tutto la dimensione spettacolare della vacanza. Non ci sono spiagge o grandi partenze, ma persone rimaste in città mentre gli altri se ne sono andati. È proprio questa scelta a trasformare una giornata apparentemente vuota in un racconto di relazioni e convivenza.



