«Carrie» torna in tv: il primo e più attuale dei romanzi di Stephen King

Dal romanzo del 1974 di Stephen King ai film di Brian De Palma e Kimberly Peirce, fino alla nuova serie Prime Video di Mike Flanagan: un soggetto che continua a cambiare insieme alla società
Cristiano Bolla
Una scena della serie
Una scena della serie

Tra i tanti racconti partoriti in oltre mezzo secolo dalla fantasia di Stephen King, alcuni sembrano appartenere inevitabilmente al tempo nel quale sono stati scritti, altri continuano invece a prestarsi a nuove interpretazioni senza bisogno di inseguire nostalgie per gli anni Ottanta, biciclette, walkie-talkie o derive fantascientifiche. «Carrie» appartiene decisamente alla seconda categoria. Perché dietro la telecinesi, il sangue e una delle sequenze più celebri della storia dell’horror c’è prima di tutto il racconto di una ragazza che non possiede gli strumenti per affrontare il mondo, di una famiglia incapace di proteggerla e di una comunità che trasforma la diversità in un bersaglio. Tutte cose che nel 1974 avevano un significato preciso e che, più di cinquant’anni dopo, hanno semplicemente cambiato forma.

La storia di «Carrie»

Pubblicato il 5 aprile 1974, «Carrie» fu il primo romanzo di King ad arrivare nelle librerie. La sua stessa nascita è diventata parte della mitologia dello scrittore: King aveva iniziato la storia unendo due idee, la crudeltà adolescenziale e la telecinesi, ma dopo appena tre pagine decise di gettarle nel cestino. Fu la moglie Tabitha a recuperarle e a convincerlo a proseguire. Da quelle pagine sarebbe nata Carrie White, adolescente cresciuta sotto il controllo di una madre dominata dal fanatismo religioso, derisa dai compagni e completamente impreparata persino davanti alle trasformazioni del proprio corpo.

La scena iniziale delle mestruazioni nello spogliatoio contiene già quasi tutto il romanzo. Carrie non sa cosa le stia accadendo, pensa di essere in pericolo e chiede aiuto mentre le altre ragazze la umiliano. King lega così adolescenza, vergogna del corpo, sessualità repressa e violenza del gruppo. La telecinesi è l’elemento fantastico, ma è anche ciò che rende fisico un disagio accumulato troppo a lungo: più Carrie viene schiacciata, più scopre di possedere un potere capace di alterare gli equilibri tra lei e chi la tormenta.

C’è poi una caratteristica spesso sacrificata nelle trasposizioni. «Carrie» non è costruito come un racconto perfettamente lineare: alla narrazione si alternano articoli di giornale, testimonianze, interrogatori, libri e documenti che ricostruiscono retrospettivamente quello che è successo. King racconta quindi una tragedia di cui conosciamo molto presto le conseguenze, spostando l’interesse dal «cosa accadrà» al «come si sia potuti arrivare fin lì». È una storia sull’orrore, certo, ma anche sulla responsabilità collettiva.

Gli adattamenti

Il cinema non impiegò molto ad accorgersi della sua forza. Nel 1976 Brian De Palma realizzò «Carrie – Lo sguardo di Satana», con Sissy Spacek nel ruolo della protagonista e Piper Laurie in quello della madre Margaret. Il regista eliminò buona parte dell’architettura documentaria del libro e concentrò tutto sulla potenza delle immagini: lo spogliatoio, il rapporto claustrofobico tra madre e figlia, il ballo scolastico e naturalmente Carrie ricoperta di sangue di maiale. La versione di De Palma finì per diventare quasi inseparabile dal romanzo nell’immaginario popolare e portò anche a due candidature agli Oscar, per Spacek come protagonista e Laurie come non protagonista.

Un fotogramma del film di Brian De Palma
Un fotogramma del film di Brian De Palma

Da lì «Carrie» non ha più smesso di tornare. Nel 1988 diventò persino un musical di Broadway, con musiche di Michael Gore, testi di Dean Pitchford e libretto di Lawrence D. Cohen, già sceneggiatore del film di De Palma: durò appena cinque rappresentazioni dopo le anteprime, ma sarebbe stato successivamente ripensato e riproposto Off-Broadway nel 2012. Nel 1999 arrivò il sequel cinematografico «The Rage: Carrie 2», mentre nel 2002 Angela Bettis interpretò Carrie in una nuova versione televisiva. Nel 2013 fu invece Chloë Grace Moretz a raccogliere l’eredità del personaggio nel film diretto da Kimberly Peirce, con Julianne Moore nei panni di Margaret.

Proprio quest’ultima versione aveva già intuito quanto fosse semplice trasportare il cuore della storia nel presente: cambiano gli strumenti del bullismo, non il meccanismo. Dove negli anni Settanta bastavano uno spogliatoio e un gruppo di adolescenti crudeli, oggi ci sono smartphone, video e social network capaci di trasformare un’umiliazione privata in qualcosa di pubblico, replicabile e potenzialmente eterno.

La nuova serie

È precisamente da qui che riparte Mike Flanagan. Il 7 ottobre Prime Video distribuirà tutti gli otto episodi della nuova «Carrie», prima trasposizione del romanzo pensata direttamente come serie. Summer H. Howell, scelta dopo una ricerca che ha coinvolto quasi 1.500 candidate, interpreta Carrie; Samantha Sloyan è la madre Margaret White, mentre nel cast figurano anche volti noti come Amber Midthunder e Matthew Lillard.

La scelta di affidare «Carrie» a Flanagan è tutt’altro che casuale. Negli ultimi anni il regista e autore americano è diventato uno dei nomi più riconoscibili dell’horror contemporaneo grazie a opere come «The Haunting of Hill House», «The Haunting of Bly Manor» e «Midnight Mass», oltre agli adattamenti kinghiani «Il gioco di Gerald» e «Doctor Sleep», ovvero il sequel di «The Shining». Il suo horror raramente si esaurisce nel soprannaturale: fantasmi, vampiri o poteri psichici diventano strumenti per parlare di lutto, trauma, fede, famiglia, dipendenze e del modo in cui le persone continuano a convivere con ciò che le ha ferite. È quindi facile capire cosa possa aver trovato in Carrie White.

Smartphone e social

La nuova serie conserva la storia di una ragazza cresciuta isolata, costretta a confrontarsi per la prima volta con la scuola pubblica, il proprio corpo e coetanei pronti a farne un bersaglio. Ma Flanagan porta quel materiale nel 2026. La celebre umiliazione legata alle prime mestruazioni passa ora anche attraverso uno smartphone e la diffusione sui social: il bullismo non finisce più quando Carrie esce dallo spogliatoio, perché l’immagine può seguirla ovunque. Summer H. Howell ha spiegato inoltre che questa Carrie è stata pensata meno come una ragazza già completamente spezzata e più come una giovane curiosa, aperta e inesperta, la cui diversità nasce anche dall’essere cresciuta lontano dalla tecnologia e dalla società contemporanea.

Flanagan prova contemporaneamente a recuperare qualcosa che il cinema aveva inevitabilmente ridotto: la struttura del romanzo. La tragedia viene osservata anche attraverso testimonianze e ricostruzioni di chi è sopravvissuto, facendo convivere il racconto diretto di Carrie con il ricordo di ciò che è accaduto. È il modo più evidente per tornare a King senza limitarsi a rifare De Palma.

Per questo «Carrie» continua a sopravvivere alle sue versioni. Non serve reinventarne il nucleo, perché sono le società intorno a Carrie White a continuare a reinventare i modi per isolarla. Nel 1974 bastavano una madre fanatica, le compagne di scuola e l’incapacità degli adulti di capire fino in fondo ciò che stava accadendo. Nel 2026 a tutto questo si aggiunge una tecnologia che amplifica l’umiliazione e non permette facilmente di dimenticarla.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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