Cinema

«The Long Walk» non è tratto dal solito romanzo di Stephen King

Cristiano Bolla
Arriva al cinema un nuovo adattamento dal corpus letterario del Re del Brivido, ma si tratta di un film diverso dai vari «Shining» o «Misery non deve morire»
Dal film «The Long Walk»
Dal film «The Long Walk»
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Quando si pensa a Stephen King, il cinema arriva quasi automaticamente subito dopo. Pochi scrittori contemporanei hanno inciso così a fondo nell’immaginario dello schermo: dai brividi di «Carrie» e «Shining» ai claustrofobici giochi psicologici di «Misery non deve morire», fino a titoli amatissimi come «Stand by Me», «Le ali della libertà» e «Il miglio verde». Quella legata al suo lavoro è una filmografia indiretta vastissima, costruita su romanzi e racconti che Hollywood frequenta da mezzo secolo.

Eppure, proprio dentro un’opera così fortemente associata all’horror, al thriller, al soprannaturale e alle atmosfere da incubo, esistono libri che prendono un’altra strada. «The Long Walk», pubblicato nel 1979 con lo pseudonimo Richard Bachman, è uno di questi. E ora, dopo una lunghissima storia produttiva, arriva finalmente anche in Italia grazie al film diretto da Francis Lawrence.

Dal romanzo

La prima cosa da chiarire, per chi non conosce il libro, è che «The Long Walk» non assomiglia all’idea più comune di “romanzo di Stephen King”. Non ci sono case stregate, clown assassini o poteri telepatici al centro della scena. C’è invece un’idea durissima, astratta e insieme potente: in un’America alternativa, piegata da un potere autoritario, cento ragazzi vengono costretti a partecipare a una marcia senza sosta.

Devono continuare a camminare sopra una velocità minima; chi rallenta troppo riceve avvertimenti, e quando li esaurisce viene ucciso sul posto. Vince solo chi resta in piedi per ultimo. È un meccanismo da incubo, ma non fondato sul mostruoso, bensì sull’ordine imposto da una società che trasforma la resistenza fisica e la morte in spettacolo pubblico.

La trama

La trama segue soprattutto Raymond Garraty, uno dei partecipanti, e racconta il progressivo sfaldarsi del gruppo lungo la strada: la fatica, la fame, il sonno che manca, il dolore alle gambe, la paura che diventa compagna costante. Ma il cuore del romanzo non è soltanto la gara. È il modo in cui quei ragazzi, messi uno contro l’altro da una competizione disumana, continuano a parlarsi, a legarsi, a riconoscersi. Dentro una situazione feroce, King costruisce infatti un racconto sorprendentemente umano, fatto di confessioni, rivalità, solidarietà improvvise e amicizie che nascono mentre il traguardo coincide con la distruzione di quasi tutti.

La marcia diventa così anche una radiografia dell’adolescenza maschile: un’età in cui si prova a mostrarsi forti, mentre in realtà si è ancora esposti, fragili, spaventati. Anche per la storia di Stephen King, «The Long Walk» occupa un posto particolare. Pur essendo uscito anni dopo «Carrie», è considerato il primo romanzo che King scrisse davvero, tra il 1966 e il 1967, quando era ancora studente all’Università del Maine. Sul suo sito ufficiale l’autore ricorda come ispirazione le marce da 50 miglia organizzate negli Stati Uniti nei primi anni Sessanta e il fatto che, in quel periodo, viaggiasse spesso in autostop. La storia non nasce dal King già affermato e riconoscibile dei bestseller, ma da un autore giovanissimo, ancora in formazione, che però aveva già una visione lucidissima della violenza del potere, della competizione e del sacrificio dei corpi giovani.

Un titolo discusso

C’è poi la questione di Richard Bachman, lo pseudonimo con cui «The Long Walk» fu pubblicato. I libri firmati Bachman rappresentano una zona più secca, aspra e pessimista della scrittura di King. Meno espansiva, meno affidata al fantastico, più vicina alla distopia e alla parabola sociale. In questo senso «The Long Walk», così come «Running Man» (il cui remake con Glen Powell è uscito nelle sale solo pochi mesi fa), è diverso da molti suoi romanzi celebri perché non cerca solo di spaventare con l’irruzione dell’inspiegabile, quanto di mettere il lettore davanti a un mondo perfettamente spiegabile, e proprio per questo terribile. Il male qui non ha nulla di soprannaturale: è istituzionale, organizzato, normalizzato, applaudito dalla folla.

Immagine estratta dal film «The Long Walk»
Immagine estratta dal film «The Long Walk»

È questo che rende il romanzo tanto anomalo dentro il canone kinghiano e, insieme, tanto attuale. Non stupisce, allora, che il libro sia rimasto negli anni uno dei titoli più rispettati e discussi della produzione di King. È stato spesso indicato come uno dei Bachman più forti e, più in generale, come una delle sue prove giovanili più radicali. La sua fortuna critica dipende anche da questo doppio movimento: da un lato è un racconto immediato, quasi brutale nella sua costruzione; dall’altro si presta a molte letture, dalla critica dell’autoritarismo alla riflessione sulla spettacolarizzazione della violenza, fino all’idea di una giovinezza trasformata in materia di consumo e intrattenimento. Anche per questo continua a parlare con forza al presente.

Il cast

Non è un caso che a dirigerlo sia Francis Lawrence, celebre per aver curato la saga distopica di «Hunger Games». Qui sembra scegliere una via meno spettacolare e più spoglia. Nel cast spiccano Cooper Hoffman nel ruolo di Garraty e David Jonsson in quello di Peter McVries, cioè il compagno di strada che diventa il contrappeso emotivo del protagonista. Con loro ci sono, tra gli altri, Garrett Wareing, Tut Nyuot, Charlie Plummer, Ben Wang, Roman Griffin Davis, Judy Greer e Mark Hamill, il celebre Luke Skywalker della saga di «Star Wars», chiamato a incarnare il Maggiore, volto del potere che governa la marcia.

L’adattamento cambia alcuni elementi, a partire dal numero dei partecipanti, che nel film sono cinquanta invece dei cento del romanzo, e rielabora anche alcuni snodi del percorso e il finale. Ma il punto non è contare le differenze: conta piuttosto che il film sembri aver conservato l’essenziale, cioè la crudeltà della premessa e il cuore umano della storia. Francis Lawrence non addolcisce il materiale di partenza e porta sullo schermo un racconto duro, malinconico e fisico, in cui la gara diventa soprattutto una lenta tragedia collettiva.

Il messaggio

Il valore di «The Long Walk», ieri sulla pagina e oggi sullo schermo, non sta tanto nell’essere un’eccezione marginale dentro l’universo di Stephen King, ma nel mostrare con particolare chiarezza quanto quell’universo sia più vasto dell’etichetta horror con cui spesso viene riassunto. «The Long Walk» è un romanzo distopico, politico, fisico, persino filosofico nel suo spingere all’estremo una domanda elementare: che cosa resta di una persona quando tutto il mondo le chiede solo di continuare a camminare? È una storia di ragazzi, di potere e di resistenza; un libro scritto da un giovane King ma già capace di guardare con durezza il presente. E forse è proprio per questo che il suo arrivo al cinema, dopo tanti anni di tentativi, non ha il sapore della semplice curiosità per appassionati: sembra piuttosto il recupero, finalmente compiuto, di uno dei testi più insoliti della sua opera.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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