Non solo Villa Caffetto: viaggio nella Brescia brutalista

Per scoprire il fascino del cemento in architettura, si può partire da questi cinque esempi che si trovano tra la città, la Val Trompia e il lago di Garda
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

La torre Cimabue a San Polo - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
La torre Cimabue a San Polo - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

«Brutal», ovvero brutale. Feroce. Ma anche crudo e diretto, come il cemento e i materiali grezzi, che nel Novecento hanno guadagnato dignità grazie ad architetti e architette che hanno deciso di lasciare loro un po’ di protagonismo. Tra la fine dei Cinquanta e i Settanta del Novecento, anche Brescia e il suo territorio sono state un laboratorio di architettura in cemento armato. Un laboratorio di brutalismo, quindi. Calcestruzzo a vista, centralità della struttura, edifici che di fondono con il paesaggio o tessuto urbano: in Europa e nel mondo sono numerosissimi gli esempi e quello più eclatante è il Barbican di Londra

A Brescia non ne rimangono molti, ma un tour brutalista è possibile. E per partire, ecco cinque edifici (o complessi) da appuntare sulla mappa.

Villa Caffetto a Calcinato

Villa Caffetto è uno degli esempi più noti di architettura residenziale sperimentale nel territorio bresciano. L’edificio si inserisce nel paesaggio assecondando il terreno ma senza mimetizzarsi, anche se cerca costantemente il contatto con la natura. Quando lo stavano costruendo, le persone non capivano cosa stesse accadendo: pareva una rimessa per barche, con quella struttura in cemento armato a vista, con volumi netti e una composizione che privilegia l’orizzontalità e la relazione con il terreno. A distanza di decenni, Villa Caffetto è l’esempio di brutalismo per eccellenza a Brescia. E oggi è regolarmente visitabile.

L'esterno di Villa Caffetto a Calcinato - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
L'esterno di Villa Caffetto a Calcinato - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Casa La Scala a San Felice del Benaco

Casa La Scala, progettata da Vittoriano Viganò tra il 1956 e il 1958 a Portese del Garda, rappresenta uno dei punti più radicali della sperimentazione residenziale italiana del secondo dopoguerra. La casa è costruita a partire da due grandi lastre trapezoidali, una alla base e una in copertura, che definiscono l’intero volume. La struttura principale è una trave centrale che funziona come spina portante, con pilastri metallici che sostengono una piattaforma sospesa sul promontorio.

Il piano abitativo è organizzato in modo essenziale: pochi setti interni separano cucina, bagno e camere, mentre il resto è uno spazio unico affacciato sul paesaggio attraverso vetrate continue. Le superfici vetrate scorrono e vengono schermate da tende, modulando la relazione con l’esterno. La casa è in gran parte sospesa (un po’ come la Casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright) e sotto la struttura si aprono spazi secondari come studio e veranda. Il collegamento con il lago avviene tramite una lunga «passeggiata architettonica», una scala integrata in una trave in cemento alta circa quaranta metri, in cui i gradini in lamiera sono stati inseriti durante il getto. 

Casa La Scala a San Felice del Benaco, Ministero della Cultura
Casa La Scala a San Felice del Benaco, Ministero della Cultura

Le torri Cimabue&co

Anche se la più famosa – la Tintoretto – non c’è più, a San Polo sopravvivono quattro torri che nel tempo sono diventate simbolo di un’edilizia popolare non sempre riuscita, ma che rappresentano un ottimo esempio di architettura brutalista e soprattutto sociale d’ispirazione altissima. L’architetto che le concepì – Leonardo Benevolo – si ispirò alla Cité Radieuse di Le Corbusier, fondata sul concetto di unité d’habitation e che a Marsiglia ebbe un lungimirante successo (lo stesso non si può dire di Brescia). Lo racconta bene Nuri Fatolahzadeh in un esaustivo articolo che ripercorre la storia dei quattro alti e geometrici complessi che ormai sono diventati uno dei volti della città, nel bene e nel male.

Le scuole medie di Lumezzane Pieve

Il complesso delle scuole medie di Lumezzane Pieve, realizzato tra il 1973 e il 1979 su progetto di Angelo Torricelli con Antonio Locatelli e Pietro Salmoiraghi, rappresenta un diverso tipo di brutalismo, infrastrutturale e sociale e non, come gli altri, residenziale. La particolarità è la struttura a grandi forme spigolose che scendono lungo il terreno, seguendone la morfologia. Nel 1983 fu menzionata nella «Rassegna critica delle opere di architettura in Lombardia» promossa da IN/Arch: segno che, nonostante la percezione dura degli edifici in cemento, il brutalismo è stato un movimento apprezzato.

L'esterno della scuola media Dante Alighieri di Lumezzane, foto Torricelli Associati
L'esterno della scuola media Dante Alighieri di Lumezzane, foto Torricelli Associati

La palazzina di via Bezzecca a Brescia

Con la palazzina di via Bezzecca 4 a Brescia, ecco una declinazione più domestica e modesta del brutalismo, legata alla residenza privata. Progettata tra il 1973 e il 1974 da Luigi Fasser e Ugo Conti, l’edificio si sviluppa su tre piani fuori terra con un impianto compatto. L’accesso è mediato da un passaggio interno, quasi nascosto dal contesto edilizio circostante.

La struttura è in cemento armato a vista. Le facciate sono segnate da elementi sporgenti: terrazze, parapetti-fioriera, finestre a bovindo trapezoidali e un corpo scala cilindrico che emerge oltre la copertura. Che è, di fatto, il suo segno più riconoscibile.

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