Documenti non ce n’è, almeno per ora («ci si dovrebbe chiudere per un mese a cercare in archivio di Stato a Venezia»), ma a parlare sono i materiali. La tela, i colori... gli stessi su cui hanno lavorato negli ultimi sei mesi e mezzo i restauratori che hanno pulito ed analizzato la grande «Assunta» del Moretto custodita in Duomo vecchio, a Brescia. Materiali che... parlano veneziano, come dichiara lo storico dell’arte Davide Dotti, coordinatore scientifico dell’intervento: «La tela, il colore... tutto indica che il pittore bresciano soggiornò a Venezia, come già si era ipotizzato. Le indagini compiute sono un indizio ulteriore».
L’opera tornata alla originaria luminosità sarà svelata ai bresciani domani, sabato 13 giugno, alle 20.30 in Duomo vecchio, alla presenza del vescovo mons. Pierantonio Tremolada. All’incontro (ad ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili) interverranno, con Dotti, il restauratore Antonio Zaccaria e l’autore della campagna diagnostica Vincenzo Gheroldi, con il parroco della Cattedrale mons. Gianluca Gerbino, e i sostenitori dell’intervento: Maurizio Zanella presidente di Ca’ del Bosco, e Toto Bergamo Rossi direttore di Venetian Heritage. Abbiamo chiesto a Dotti alcune anticipazioni.
Davide Dotti, cosa ha svelato il restauro?
Nel dettaglio interverranno i restauratori, ma posso anticipare che è emerso il modo di dipingere di Moretto «alla veneziana». Non solo l’iconografia ripresa dall’Assunta di Tiziano nella chiesa dei Frari, con la scena divisa in due parti, sopra la Vergine assunta e sotto gli apostoli increduli; ma anche la tela veneziana spigata che fu utilizzata, la stesura rapida del colore leggero e liquido, tutti elementi che anche in assenza di documenti fanno ipotizzare un soggiorno veneziano del Bonvicino, dopo l’apprendistato a Brescia.

L’opera fu commissionata nel 1524 dai Fabbricieri del Duomo e consegnata nel 1526, anni in cui a Venezia brillava l’astro del Vecellio. Per Moretto, all’epoca giovanissimo, fu un incarico prestigioso, e per la città il primo vero capolavoro di committenza pubblica.
C’è stata qualche altra scoperta particolare?
A parte la presenza di ripensamenti e «pentimenti», ovvero variazioni in corso d’opera che erano comuni in dipinti di queste dimensioni, le indagini hanno sfatato una leggenda, quella che a metà Ottocento fosse stata tagliata ed asportata la testa del San Pietro. In realtà, è stato riscontrato un lungo strappo in corrispondenza dell’intera figura dell’apostolo, probabilmente dovuto ad una caduta accidentale della pala, che finì sull’altare e sui candelabri sottostanti, lacerandosi. Ma nessun taglio volontario o asportazione di parti. Forse la leggenda fu creata per giustificare questo incidente…
Il restauro è stato condotto in loco.
Come già sperimentato per i teleri di Tiepolo a Verolanuova, anche qui abbiamo preferito non spostare l’opera, ma intervenire con un cantiere allestito in chiesa. Non volevamo lasciare un «vuoto» sulla parete, e anzi abbiamo fatto in modo che l’allestimento consentisse di vedere in diretta i restauratori al lavoro. Abbiamo aperto il cantiere alle visite, e consentito a quasi 300 persone di salire sui ponteggi, ma le richieste erano state il triplo…

Restauratori e tecnici hanno lavorato fianco a fianco.
Sì, in modo da effettuare diagnosi prima dell’intervento, ma anche durante il lavoro di pulitura, che in questo modo era verificato in tempo reale.
Cosa vedranno i visitatori?
Dovranno abituarsi ad una nuova percezione del dipinto, che ha ritrovato luminosità e chiarezza. Siamo abituati a vedere opere ingiallite e ingrigite, in realtà i colori del ’500 erano chiari, squillanti... Sarà una vera sorpresa.




