La meditazione sulla morte: oggi un tabù, di cui si evita spesso di parlare; un sentimento personale, un tempo, che rifletteva il senso del limite e della finitezza umana. Che il concetto stesso di morte si sia evoluto nel corso dei secoli, è un dato. Lo documenta tra l’altro lo splendido saggio (un classico) di Philippe Ariès «Storia della morte in Occidente». E lo testimonia il fatto che, verso la fine del ‘300, la Chiesa cominciò ad accogliere in affreschi e miniature i temi macabri.
Sull’argomento interverrà la storica dell’arte Virtus Maria Zallot oggi pomeriggio, martedì 28 aprile, alle 17 nella sala Bevilacqua (via Pace 10 a Brescia) con «Senza misericordia. Il Trionfo della Morte e la Danza Macabra a Clusone», conferenza-spettacolo del gruppo Raccontar con Arte insieme ad associazione culturale Suavitas e Associazione artisti bresciani. Ne parliamo con la prof. Zallot, docente di Storia dell’arte medievale all’Accademia SantaGiulia.
Professoressa, ci inquadri il focus del suo intervento.
Riprende il libro di Chiara Frugoni «Senza misericordia», che approfondisce l’iconografia che troviamo a Clusone, sulla facciata dell’Oratorio dei Disciplini: l’Incontro dei tre vivi e dei tre morti, il Trionfo della Morte, la Danza macabra, dipinti nel 1485 da Giacomo Busca. Frugoni ha sempre utilizzato le immagini come documento visivo, non considerandole soltanto per il loro valore storico o estetico, ma proprio per le informazioni che ci forniscono in merito al sentire, al vivere, al pensiero delle persone che sono vissute, in questo caso, nel Medioevo inoltrato.

Quali informazioni ci arrivano da questi dipinti?
Attraverso di essi, è possibile considerare quali erano le paure e quali le aspettative delle persone. Mi soffermerò su un aspetto che pochi conoscono, ovvero come il purgatorio sia un’invenzione tarda, un’invenzione medievale. Altro importante aspetto, tipico del modo di fare ricerca di Chiara, è indagare particolari che possono sembrare secondari, ma che invece si rivelano significativi: così, osservando la Danza macabra si occupava di comprendere quale figura di artigiano o che professione esercitava ciascuno di quelli che si succedono nell’allegoria; gli oggetti, gli abiti, gli attrezzi che portano in mano sono caratteristici del loro mestiere.
Ha detto che il purgatorio è una «novità» dell’epoca medievale… collegabile forse a Dante?
Assistiamo a un cambiamento economico, sociale, culturale che porta da un lato a godere più della vita e, dall’altro, a preoccuparsi per quanto è effimera la nostra permanenza terrena. Si manifesta la capacità di fare i conti con il «dopo» e quindi trova spazio anche la rappresentazione del corpo in decomposizione. Anche questo c’è negli affreschi di Clusone, sintesi dei temi che si affermano soprattutto nel ’300-’400. Dante, nella «Divina Commedia», fa molto uso di citazioni indirette dedotte dall’arte e dà forma poetica ad una concezione che già circolava. Nelle sue peregrinazioni, ha avuto modo di vedere molti Giudizi universali in cui ricorreva il tema dell’organizzazione dell’inferno, della struttura del paradiso e dove, a volte, anche iniziava ad affermarsi questo luogo intermedio che è il purgatorio.
Lei interverrà anche il 12 maggio con «Un medioevo di abbracci»…
È il titolo di un mio saggio e allude alla decodificazione del significato dell’abbraccio nella letteratura e nell’arte. L’abbraccio è sempre stato non solo gesto intimo, privato, ma anche pubblico, esplicitato per sottolineare una ritrovata pace, una volontà o una sottoscrizione di concordia. Partiamo dall’osservazione che spesso il Medioevo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è affatto cupo e bacchettone; anzi, dal punto di vista tanto della narrazione che dell’illustrazione, abbiamo un periodo che è godereccio, sexy, capace di raffigurare a volte in modo inaspettato ed in luoghi inaspettati degli abbracci che hanno tante declinazioni diverse.



