Le sue illustrazioni vibrano. Ti risucchiano nella parete o ti catapultano dentro una pagina del suo «Afro Maximalism», libro-manifesto che sfida i canoni dell’estetica occidentale. Ma col sorriso stampato in faccia. Quella di Precious Seronga è un’arte sgargiante, sfacciata, che ride senza vergognarsi e profuma d’eccesso e sensualità. Nata in Tanzania, ma ormai di casa a Londra, è una delle voci emergenti della cultura visiva africana. Di recente ha prestato la sua vis creativa al progetto «Cicli di giustizia» realizzato dal collettivo Raccontami per la Ong WeWorld e in mostra fino al 6 settembre al Mo.Ca.
Come è nato il suo contributo alla causa della giustizia mestruale e che tipo di accoglienza si aspetta rispetto a un tabù così radicato?
Per me è stato naturale utilizzare colori, simboli e massimalismo per celebrare l’empowerment delle donne. Prendi Amina and the Trees. Circondarla da un’esplosione di fioriture rigogliose è una sfida alla credenza per cui le ragazze non dovrebbero toccare fiori o piante durante il ciclo. I tabù legati alle mestruazioni sono spesso profondamente radicati, ma spero che un linguaggio visivo vibrante e gioioso rappresenti una modalità accessibile a una conversazione seria, incoraggiando le persone a vederla soprattutto come una questione di diritti umani.

In Afro Maximalism fonde l’influenza dell’alta moda coi pattern tradizionali africani. In che modo l’estetica dell’eccesso si fa strumento politico?
Nel libro ho unito la ricchezza visiva dei tessuti africani al glamour e alla teatralità dell’haute couture, celebrando l’ornamento e l’abbondanza piuttosto che la sobrietà. Per me quell’eccesso ha un valore politico, perché sfida l’idea che la raffinatezza o il buon gusto debbano essere per forza minimal. Il minimalismo è spesso considerato lo standard universale di ricercatezza, ma a me interessa mettere in discussione chi abbia creato questi standard e quali estetiche ne vengano escluse. Il mio lavoro accoglie l’esatto opposto: stratificazioni di pattern, colori saturi, acconciature elaborate, gioielli, tessuti e dettagli decorativi che pretendono attenzione. Lo vedo come un modo per rivendicare spazio e visibilità per le donne nere e per la cultura visiva africana.

L’arte contemporanea occidentale ha storicamente ignorato la creatività africana. Sente il peso o la necessità di portare una rappresentazione «Black» autentica?
Io la vedo piuttosto come un’opportunità per condividere e celebrare le mie origini. Non sento il dovere di rappresentare un’intera cultura attraverso il mio lavoro; mi interessa invece mostrare la bellezza e la varietà dell’arte visiva africana in un modo che mi venga naturale. Per esempio, quando creo stampe tessili con uccelli, flora nativa o altri elementi affini, il mio obiettivo è rendere visibili queste realtà, permettendo al contempo alle persone di scoprire qualcosa che forse non hanno mai incontrato prima. C’è un elemento educativo, ma passa attraverso la curiosità. Riconosco l’importanza della rappresentazione, ma per me si tratta in ultima istanza di creare un’opera che celebri la mia eredità culturale e apra uno spazio affinché le persone possano vedere l’Africa attraverso una lente diversa, mettendo al centro la bellezza e la complessità.
Ci sono artiste che considera fondamentali per la sua evoluzione visiva e politica?
Una delle prime artiste che ho davvero scoperto e ammirato è stata Barbara Kruger. Il suo lavoro è stato fondamentale per me perché mi ha introdotta al potere della giustapposizione e del messaggio concettuale. Ero affascinata da come riuscisse ad affiancare affermazioni audaci a immagini d’impatto, spingendo l’osservatore a mettere in discussione concetti legati all’identità, al genere, al potere e alla cultura dei consumi. La sua opera mi ha mostrato che il linguaggio visivo può comunicare un’idea in modo estremamente diretto, pur lasciando spazio all'interpretazione.

Come ha tradotto questa lezione?
Quell’influenza è rimasta dentro di me, anche se il mio linguaggio visivo si è poi sviluppato in una direzione molto diversa. Mi incuriosiva l’idea di declinare quel concetto di giustapposizione attraverso il colore e i pattern. Invece di combinare testo e immagini come fa Kruger, spesso accosto motivi differenti, riferimenti culturali, texture e simboli. Questa esplorazione si è gradualmente evoluta nel mio approccio massimalista. Quindi, sebbene il mio lavoro sia molto più decorativo e radicato nell’eredità culturale africana, credo ci sia un filo conduttore concettuale che unisce le due cose: l’uso dell’eccesso visivo e di combinazioni inaspettate per comunicare idee e incoraggiare chi guarda a osservare più da vicino.
Lei vive e lavora a Londra: cosa le manca di più della Tanzania? Pensa mai di ritornare?
Mi mancano il clima e, naturalmente, il cibo delizioso. Al tempo stesso Londra è il mio approdo dal punto di vista creativo. Mi ha offerto opportunità, visibilità e spazio per essere valorizzata e crescere come artista; quindi, in questa fase, è fondamentale per la mia evoluzione. Spero davvero di tornare in Tanzania, ma vorrei che questo ritorno significasse restituire qualcosa.
Che cosa intende?
Mi piacerebbe essere nella posizione di finanziare o sostenere iniziative e spazi creativi, come il Nafasi Art Space, contribuendo a creare opportunità per altri artisti. Di conseguenza, non la vedo necessariamente come una scelta: vedo Londra come un luogo che mi sta aiutando a crescere, con la speranza di poter un giorno usare questa crescita per sostenere la comunità creativa del mio Paese d’origine.

C’è un’opera che considera la sintesi perfetta della sua voce artistica e della sua storia?
Probabilmente Guava Palm, che è espressione estremamente diretta della mia voce artistica. Parla della gioia di essere una donna di colore e celebra la ricchezza del mio background, rifiutando la necessità di semplificarlo o ridimensionarlo. Voglio che il mio lavoro sia gioioso ed eccessivo senza scuse, e che dimostri che l’identità africana e della diaspora può essere rappresentata attraverso la bellezza, il piacere e la celebrazione. Guava Palm unisce molti degli elementi che per me sono fondamentali: il colore, la natura, il massimalismo e la femminilità.




