Arte

New York celebra Raffaello: al Met anche due pezzi bresciani

In mostra al Metropolitan l’Angelo e il Redentore della pinacoteca Tosio Martinengo, che da giovedì accoglierà il dittico «Grace» del fotografo statunitense Bruce Gilden
L'Angelo, frammento della Pala Baronci
L'Angelo, frammento della Pala Baronci
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Artista ma anche imprenditore delle arti, «principe della pittura» ma anche giovane uomo preoccupato della maternità e della mortalità infantile: la grande mostra inaugurata oggi al Metropolitan di New York colloca Raffaello nel suo contesto storico e sociale andando oltre le Madonne idealizzate e gli angioletti. In tutto 237 opere tra cui 23 dipinti e 142 disegni, 175 dei quali dello stesso Raffaello.

Da Brescia

In mostra anche i due dipinti del maestro in prestito dai Civici Musei di Brescia: il «Cristo Redentore», e l’«Angelo» frammento della pala di San Nicola da Tolentino (o Pala Baronci), opera giovanile finita in pezzi alla fine del Settecento in seguito ad un terremoto a Città di Castello, e dispersa in musei e collezioni di tutto il mondo.

In Pinacoteca arriva Bruce Gilden
In Pinacoteca arriva Bruce Gilden

Al loro posto, la pinacoteca Tosio Martinengo dove sono solitamente esposti, accoglierà da giovedì il dittico «Grace» del fotografo statunitense Bruce Gilden, protagonista della mostra principale del Brescia Photo Festival 2026, opera appositamente commissionata da Fondazione Brescia Musei e realizzata ad hoc.

La mostra

La rassegna, aperta fino al 28 giugno, affronta una meteorica carriera, dalle origini umili ai primi successi alla corte di Urbino, dai fuochi di artificio dell’ultimo decennio nella Roma dei Papi alla morte nel 1520 a soli 37 anni. Dal racconto frutto di otto anni di lavoro della curatrice Carmen Bambach e narrato nell’audioguida da Isabella Rossellini, Raffaello emerge come un idealista innovatore la cui arte è radicata nel reale, un ricco imprenditore non dissimile dai moderni Andy Warhol o Jeff Koons, ma anche un influencer capace di promuovere la sua arte attraverso nuove tecnologie.

Per secoli Raffaello è stato conosciuto e amato per le Madonne idealizzate, una «sovrasaturazione» che ha reso stucchevole l’immagine dell’artista, ha spiegato Bambach, che ha scelto di mettere a confronto questa visione con la presenza di oggetti e immagini che testimoniano la sofferenza e i rischi del parto: tra questi il cosiddetto «Libro della cera», un registro delle spese funerarie di Raffaello per la madre e due sorelline morte alla nascita nel 1491. «Abbiamo restituito non solo il genio dell’artista, ma anche la persona dietro le opere – ha sottolineato Bambach – grazie a prestiti di altissimo livello.

I prestiti

La National Gallery of Art di Washington ha concesso la «Madonna Alba», il Louvre il Ritratto di Baldassarre Castiglione, l’Albertina di Vienna, l’Ashmolean di Oxford, il Rijksmuseum di Amsterdam e le Devonshire Collections di Chatsworth hanno prestato gli studi per la «Trasfigurazione», l’imponente ultima opera di Raffaello. Una cinquantina di pezzi vengono dall’Italia, «uno dei partner più preziosi del Met», ha dichiarato il direttore Max Hollein, mentre il ministro della cultura Alessandro Giuli, ospite all’inaugurazione, ha osservato che «i prestiti italiani testimoniano una alleanza strategica e l’impegno a condividere il nostro patrimonio con il pubblico globale». Ed è così che la Galleria Nazionale delle Marche ha messo a disposizione il Ritratto di Gentildonna («La Muta») e la Santa Caterina, mentre la Galleria Borghese ha offerto la «Dama con l’unicorno», e Palazzo Barberini la «Fornarina».

L'«Estasi di Santa Cecilia» dalla Pinacoteca nazionale di Bologna
L'«Estasi di Santa Cecilia» dalla Pinacoteca nazionale di Bologna

Un prestito di eccezionale rilievo viene dalla Pinacoteca Nazionale di Bologna: la monumentale «Estasi di Santa Cecilia», capolavoro della maturità dipinto nel 1518 per la cappella di Elena Duglioli a San Giovanni in Monte ed espropriato da Napoleone, che raffigura la patrona della musica con ai piedi strumenti abbandonati, simbolo della vanità dei piaceri terreni di fronte all’esperienza del divino. Bambach, una tra le maggiori esperte del Rinascimento italiano (ha firmato al Met i blockbuster del 2003 su Leonardo e quattro anni fa su Michelangelo), ha accostato la pala a un modello proveniente da Parigi riattribuito dalla studiosa allo stesso maestro.

Gli studi

L’esposizione segue Raffaello dalle origini a Urbino, dove nacque nel 1483 figlio di pittore, alla formazione con Perugino, fino alla stagione fiorentina dove cominciò ad emergere come pari di Leonardo e Michelangelo e all’ultimo, prolifico decennio romano alla corte di Papa Giulio II. Bambach ha offerto nuove letture grazie alle ricerche più recenti che evidenziano i diversi aspetti del talento di Raffaello: la capacità di reinventare l’iconografia bizantina della Madonna col Bambino umanizzando i soggetti, l’uso della geometria per costruire armonia e equilibrio, l’uso di modelle nude per la prima volta nell’arte occidentale, l’intensità psicologica dei ritratti e l’attenzione ai paesaggi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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