Da Tokyo a L.A., gli straordinari viaggi delle opere d’arte bresciane

Nel 1930 andò a Londra: fu quello il suo primo viaggio moderno. Ma anche negli anni successivi visitò numerose capitali e città europee: Roma, Zurigo, Parigi… Nel 2012 fu addirittura a Beijing, l’anno successivo a Tokyo e infine, nel 2016, a Mosca. L’«Angelo» di Raffaello esposto alla Pinacoteca Tosio Martinengo ha un passaporto bello pieno. Tra le opere d’arte bresciane più spettacolari (pur nella sua minutezza), il dipinto è così pregiato che viene chiesto in prestito anno sì e anno no. Ed è questo il bello: quella dei prestiti museali è una prassi consolidata che ha tantissimi risvolti positivi.
I prestiti museali
Gli scambi di opere d’arte tra istituzioni o i prestiti concessi da collezioni private a mostre temporanee permettono alle opere di essere osservate, guardate, ammirate e studiate da vicino da un pubblico molto più ampio di quello che altrimenti ne avrebbe accesso. Allo stesso tempo danno prestigio ai musei e alle collezioni che li concedono in prestito: è una sorta di pubblicità indiretta. Non ultimo: aumentano il valore di un artefatto, valorizzandolo proprio attraverso la sua diffusione.
A Brescia negli anni sono arrivate molte opere in prestito, soprattutto nel caso di esposizioni temporanee monografiche, oppure per programmi specifici imperniati proprio sui prestiti, come nel caso del Museo Diocesano che ha ideato «Opera ospite». Ma sono numerose anche le opere dei musei civici bresciani gestiti da Fondazione Brescia Musei finite temporaneamente in Italia o all’estero. I numeri sono piuttosto ingenti: nel 2023 sono 118 le opere andate in prestito a 19 enti. L’anno precedente furono 150, per 28 realtà museali.

Ci sono però alcuni prestiti che si ricordano più di altri o che sono particolarmente prestigiosi o interessanti. Uno di questi è quello di uno dei capolavori conservati a Brescia, ovvero l’«Angelo» di Raffaello esposto alla Pinacoteca Tosio Martinengo. come anticipato. Nel 2019 fu trasportato a Torino in occasione della mostra «Leonardo da Vinci. Disegnare il futuro», ospitata dai Musei Reali. Nello stesso anno, ma alla Galleria Nazionale dell’Umbria, la Pinacoteca prestò «Newton che scopre la rifrazione della luce» di Pelagio Palagi, solitamente conservato all’Ateneo di scienze, lettere e arti di Brescia e che in quell’occasione trovò spazio tra le opere di «Bolle di sapone. Forme dell’utopia tra vanitas, arte e scienza».
L’«Angelo» di Raffaello
Tornando all’Angelo di Raffaello Sanzio, i suoi viaggi sono davvero numerosi e significativi. E nemmeno troppo recenti: già nel 1930, infatti, fu spedito a Londra per la «Exhibition of Italian art» dedicata all’arte tra il Due e il Novecento, mentre sette anni dopo fu prestato a Roma per la mostra sulle colonie estive e dell’assistenza all’infanzia.
Nel 1948 fu quindi a Zurigo per l’esposizione «Kunstschätze der Lombardei» e quasi quarant’anni dopo, nel 1983, volò a Parigi per essere ammirato nella mostra «Raphaël dans les collections françaises».
Fu anche a Tokyo (nel 2013), a Mosca (nel 2016) e a Beijing. In quel caso era il 2012 e la mostra era «Il Rinascimento a Firenze. Capolavori e protagonisti». E nel 2017 lo accolsero i Paesi Bassi, quando a Enschede fu allestita «In het Hart van de Renaissance. Schilderkunst uit Noord-Italië».
Il Cristo redentore benedicente
Un’altra opera di Raffaello conservata in pinacoteca condivide alcuni viaggi con l’«Angelo». Si tratta del dipinto dedicato al Cristo redentore benedicente, che come il primo dipinto venne prestato a Londra nel 1930, a Zurigo alla fine degli anni Quaranta e a Enschede.
A questi viaggi si aggiungono, tra gli altri, quelli a Parigi nel 2001, a Roma nel 2006, a Budapest nel 2009, a San Paolo del Brasile nel 2013 (per «Mestres do Rinascimento. Obras-primas italianas»), a Varsavia nel 2016 (con Moretto, Savoldo, Moroni e Lotto) e a Helsinki nel 2016 per la mostra «Renessanssi. Nyt! Rafaelista Tizianiin».
Ceruti a Los Angeles
Tra i viaggi spettacolari più recenti c’è quello di Giacomo Ceruti verso Los Angeles per la mostra «Giacomo Ceruti: A Compassionate Eye» allestita nell’estate del 2023 al J. Paul Getty Museum. La monografica – la prima in assoluto dedicata al Pitocchetto negli Stati Uniti, presentava una serie di dipinti di Ceruti solitamente esposti alla Pinacoteca Tosio Martinengo: mendicanti, vagabondi e persone umili, ritratti con il suo ormai noto realismo dignitoso.
Anche in quel caso le pareti della pinacoteca non rimasero bianche: a sostituire le opere fu chiamato il fotografo contemporaneo David LaChapelle, che a Brescia propose l’esposizione della serie «Jesus is my homeboy» e un’opera inedita, «Nomad in a beautiful land», dedicata allo scoperchiamento delle disuguaglianze sociali attraverso la riproduzione di una serie di tende di senzatetto in fila fuori dal Lacma (il museo di Los Angeles) decorate con i loghi e pattern delle case di moda più conosciute, da Burberry a Dior, da Louis Vuitton a Gucci.
Il progetto Ptm Andata e ritorno
Anche il progetto Ptm Andata e ritorno è molto interessante per Brescia. Grazie a esso, nelle sale della Pinacoteca Tosio Martinengo si sono osservate opere altrimenti non esposte, a riempire gli spazi vuoti lasciati proprio da alcuni prestiti.
Tra le tappe più significative c’è stata l’esposizione di due opere provenienti dai depositi: la statua «Carolina Lera Brozzoni in veste di Flora» di Giovanni Franceschetti e il dipinto «Niobe» di Luigi Basiletti, accompagnato da quattro disegni preparatori. Questi lavori hanno temporaneamente preso il posto di alcune sculture prestate a mostre milanesi su Canova e Thorvaldsen. Un’altra volta sono entrati nel percorso museale cinque disegni di Andrea Appiani, provenienti dal Gabinetto disegni e stampe dei Musei Civici.
Tra il novembre 2021 e il gennaio 2022 è stata la pala di Moretto con Sant’Orsola e le compagne a tornare temporaneamente a Brescia. Proveniente dal Castello Sforzesco di Milano, ha preso il posto della Pala Rovellio, prestata alla mostra «Il Rinascimento di Bergamo e Brescia». Negli stessi mesi, è stato esposto anche il dipinto «Adorazione dei pastori» di Bernardino Licinio, veneziano attivo nel primo Cinquecento. Ha sostituito temporaneamente l’«Adorazione dei pastori» di Savoldo, anch’essa in mostra a Milano.
Come funzionano i prestiti
«Il nostro sistema museale, in virtù della ricchezza e varietà delle collezioni, riceve ogni anno molte richieste di prestito», spiega Roberta d’Adda, conservatrice di Fondazione Brescia Musei. «Riguardano sia opere dei percorsi permanenti che opere conservate nei depositi. Non a tutte le richieste viene data risposta positiva: si fa sempre una valutazione circa la serietà dell’iniziativa, gli aspetti di sicurezza e affidabilità di sede e organizzatori, ma anche il progetto scientifico. Quando arriva la richiesta, questa deve essere per legge corredata da una serie precisa di informazioni, che il museo condivide poi con la Soprintendenza, ente che poi autorizza o meno il prestito».
Una delle valutazioni riguarda lo stato di conservazione dell’opera e le eventuali ricadute positive che possono derivare dal prestito. «Per esempio: si presta volentieri se la mostra in oggetto ha un forte carattere di ricerca, perché ciò implica la possibilità che emergano novità sull’oggetto che prestiamo», spiega D’Adda.
A quel punto si preparano i documenti, tra cui la scheda che riporta lo stato conservativo e le necessità di viaggio ed esposizione. Ci sono indicazioni sulla cassa per il trasporto (per quelle delicate ci sono richieste complesse), sulla vetrina, sulla protezione con distanziatore, sul tipo di antifurto... Il tutto è concordato con la Soprintendenza. «Si stipula poi un contrattio di prestito nel quale si ribadiscono richieste e raccomandazioni. Si prescrive che nella sala non si facciano lavori edili, o che nessuno la spolveri».
C’è poi il Condition report, che è una cartella clinica senza indicazioni pratiche, ma con lo screening dettagliatissimo dello stato di conservazione, accompagnato da una ricca documentazione fotografica.
Chi trasporta le opere

Importante è anche la persona che segue fisicamente l’opera accompagnandola: si chiama courier. Può essere il conservatore del museo, il registrar (la persona che segue le pratiche di prestito), ma anche un restauratore professionista, un funzionario della Soprintendenza con delega… A volte sta direttamente sul mezzo di trasporto (aereo cargo, camion...) oppure si accerta del carico raggiungendo l’artefatto in un secondo momento.
«A Los Angeles per Ceruti – svela D’Adda – le colleghe incaricate hanno viaggiato sul cargo. Di solito ci alterniamo: sono viaggi impegnativi che richiedono giorni fuori ufficio. La nostra registrar ha una formazione da restauratrice: è Natania Arici e spesso segue lei i prestiti. A volte io. Per le opere archeologiche c’era Francesca Morandini e ora competerà il futuro conservatore. Dipende insomma, dalla pertinenza scientifica».
Per il 2025 e 2026 Brescia Musei ha già tante pratiche aperte, anche per monografiche internazionali. «Le richieste arrivano anche due, tre anni prima».
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