Oggetti come portali: crocevia di relazioni e moltiplicatori di piani narrativi. «Tesori» che evocano mecenati di ieri e di domani, oltre che un’idea odierna di Museo capace di interrogarsi su ciò che giace all’ombra delle grandi esposizioni. E di valorizzarlo attraverso una mostra che è la Wunderkammer di un patrimonio in attesa di destinazione. Ne abbiamo parlato con i curatori Stefano Karadjov e Roberta d’Adda.
Come si è accesa la scintilla che ha fatto nascere «Tesori»?
SK: Nell’anno della Capitale della Cultura ci siamo resi conto che il pubblico è tempestato di immagini in cui il museo è solo la parte scenografica, un palcoscenico per grandi mostre. Abbiamo sentito il bisogno di una rappresentazione più trasparente e oggettiva: volevamo consentire al pubblico di osservare il nostro modus operandi, con un progetto che raccontasse tutta la parte non visibile di un museo. A partire dalla storia delle persone dietro gli oggetti.
RD: Per me è un sogno che si realizza. La mia carriera a Brescia Musei è iniziata come schedatrice nei depositi. Quando volevo riposarmi, aprivo i cassetti e guardavo le cartoline di Angelo Fornelli: mi sono innamorata di quella piccola storia e ho aspettato per anni di poterla raccontare.

Perché proprio 100 pezzi?
SK: È un richiamo a «La storia del mondo in 100 oggetti» di Neil McGregor. In realtà all’inizio avevamo pensato a 200 – uno per anno –, ma sarebbe stato fuorviante e forse anche esagerato. In ogni caso non si tratta di cento pezzi, ma items, ovvero nuclei concettuali che possono essere composti anche da più oggetti.
D’istinto: quali sono per voi i tre tesori assoluti in mostra?
RD: Senza dubbio le cartoline di Fornelli, l’astrolabio planisferico e l’aryballos corinzio.
SK: La Maddalena alla Croce di Romanino, meravigliosa. Poi le fotografie di Giuseppe Palazzi e l’opera di Elisabetta Kaehlbrandt.
Doveste scommettere sul pezzo che diventerà il più fotografato su Instagram o il più amato dai visitatori, su cosa puntereste?
RD: Sull’armatura del samurai.
SK: Io penso sulla video installazione di Fabrizio Plessi.
È stato difficile scegliere? C’è stata qualche divergenza sui pezzi da includere?
SK: Io ho insistito molto sull’arte contemporanea, per dimostrare che il processo di arricchimento delle collezioni, rimasto fermo a lungo, è ripartito negli ultimi dieci anni grazie alla Fondazione. E poi volevo ci fosse una circolarità: che il visitatore guardasse al passato attraverso la lente del presente, anche a costo di sacrificare qualche opera antica.
RD: Per fortuna il direttore ha contenuto la bulimia del conservatore. Il limite dei cento oggetti è stato severo ma giusto (ride, ndr).

Questa mostra celebra i lasciti e i donatori. Quali figure curiose emergono?
RD: Io racconterei Anna Ferioli Mignani, che abbiamo ribattezzato «l’accumulatrice seriale». Era una signora che abitava in corso Palestro coi suoi gatti e le sue galline. Viveva come una mendicante: andava a bussare alle porte chiedendo una tazza di brodo benché possedesse un intero palazzo in cui custodiva questo straordinario tesoro.
SK: Francesco Sailer era un ufficiale e maestro di equitazione. Un uomo lontanissimo dal mondo della cultura e per di più non bresciano. È entrato in questa storia dal nulla e ne è uscito nel nulla, ma ha donato ai Musei due pezzi straordinari: un astrolabio e un calendario runico che spesso ci chiedono in prestito.
Karadjov, lei ha dichiarato che questa è una mostra «non politicamente corretta». Che cosa intendeva?
Lo è prima di tutto nel metodo: scardina la narrativa dominante basata su stili e movimenti critici. In questa mostra Moroni vale quanto il soldato Fornelli. Le cartoline usate come forma di resistenza visiva da un uomo che si trovata sul Carso in un momento in cui tutto era al collasso valgono più di un’opera realizzata da un artista di bottega che ha vissuto una vita ordinaria. E poi «scorretta» nel senso che apre alla complessità, includendo personaggi figli dell’epoca coloniale o opere donate a scopo propagandistico a un alleato ingombrante come Mussolini. Non temiamo di costruire piattaforme di dibattito.
Finita la mostra che cosa ne sarà di questi pezzi?
SK: Non escludiamo che qualcosa possa rientrare stabilmente nelle collezioni permanenti, o che nascano delle capsule exhibitions. Abbiamo otto mesi per pensarci.
RD: Il fatto che questi oggetti siano stati studiati, fotografati e pubblicati garantisce già la loro vitalità. Ormai sono usciti dall’ombra.

Abbandonato l’affascinante ipotesi delle Casere, avete più riflettuto su un progetto alternativo di musealizzazione dei depositi?
SK: Questa mostra non è un appello, ma spero aprirà un dibattito all’interno dell’Amministrazione. Gestiamo quasi 90.000 capi d’opera. Se vogliamo mantenere questo ritmo di crescita, con decine di nuove acquisizioni all’anno, dovremo porci il problema. Attualmente abbiamo tanti depositi frammentati; sarebbe bello aggiornarli e riunirli in un unico luogo stabilmente visitabile. Finora i tempi non erano maturi, ma dopo otto anni di lavoro sull’identità culturale cittadina, è forse giunto il tempo di affrontare la questione.
RD: Il direttore e io abbiamo in ufficio una bacheca con i nostri sogni professionali. I depositi sono in pole position. Sarei felice DI depennarli prima di andare in pensione.
In chiusura una provocazione: se qualcuno vi dicesse che è una mostra campanilista o autoreferenziale?
SK: Risponderei che se non si conosce la propria storia è inutile prendere un volo low cost per andare a vedere una mostra a Londra o a Parigi.
RD: È un percorso dal Giappone all'Africa, dalla preistoria a oggi. Io stessa non padroneggio l’immensità di tutto questo patrimonio: chiunque può uscirne arricchito.




