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Cultura e spettacoli

Così le pieghe dell’abito della Vittoria Alata connettono passato e presente

Al Mo.Ca opere d’arte, di moda e design contemporaneo in onore dell’iconico bronzo romano: la mostra è a ingresso gratuita
Giulia Camilla Bassi
L'Armatura Inutile, di Emma De Devitiis Lovrich (2026)
L'Armatura Inutile, di Emma De Devitiis Lovrich (2026)

Non una celebrazione tradizionale della Vittoria Alata, ma il tentativo di interrogarla dal presente, tornando a quei principi etici e civili che affondano le radici nella cultura classica. Nasce da questa premessa «Shaping Memories. Arte e Moda Oltre la Vittoria», la mostra ospitata fino al 6 settembre al Mo.Ca-Centro per le Nuove Culture (via Moretto 78 a Brescia, ingresso gratuito dal mercoledì alla domenica dalle 15 alle 19) e inserita nelle celebrazioni della Festa della Vittoria per i duecento anni dal ritrovamento dei Bronzi bresciani. Progettata da Silvia Casagrande, con la cura di Ilaria Bignotti e Camilla Remondina, la mostra muove da uno degli elementi più riconoscibili dell’iconico simbolo cittadino: il chitone, l’abito drappeggiato che ne avvolge il corpo.​​​​

Sono proprio le sue pieghe, metaforiche e non, a diventare il filo conduttore di un percorso che accosta celebri artisti contemporanei, abiti firmati da fashion designer di primissimo piano e lavori di sette giovani artisti. Non un semplice omaggio all’antico, dunque, ma un percorso che prova a spostarne forme e significati per interrogarsi sul presente. Ne abbiamo parlato con la curatrice Ilaria Bignotti.

Ilaria, ci racconti del progetto.

La mostra è nata da una richiesta del Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, che hanno coinvolto il Mo.Ca alla luce della programmazione che stiamo portando avanti ormai da più di un anno, dedicata al contemporaneo e alle generazioni emergenti. Abbiamo optato per una mostra interdisciplinare, capace di intercettare anche il rapporto tra costume e società, come era già avvenuto con la mostra dedicata al jeans. Abbiamo quindi chiesto a Silvia Casagrande, che aveva curato anche quel progetto, di ragionare sull’abito e sui suoi dettagli, partendo proprio dal chitone della Vittoria Alata.

Il titolo però porta «oltre la Vittoria»…

La mostra non vuole tanto essere un omaggio alla classicità, quanto interrogare la Vittoria Alata dalla prospettiva del presente. Ci siamo chiesti che cosa significhino oggi quella piega e quell’abito drappeggiato, ma anche che cosa voglia dire piegare il tempo e lo spazio, trasformandoli attraverso la piega dei materiali. L’oltre è quindi il passaggio dal passato al presente, interrogandolo attraverso la prospettiva delle arti visive. Ma sta anche nello sguardo internazionale della mostra, che riunisce artisti e designer di diversi paesi, grazie anche a prestiti importanti che ci sono stati accordati.

Un abito di John Galliano e una fotografia di Vanessa Beecroft
Un abito di John Galliano e una fotografia di Vanessa Beecroft

Il percorso prende avvio da un’opera di Paolo Scheggi…

Scheggi ci riporta simbolicamente al secondo dopoguerra, quando gli artisti tornarono a interrogare il passato in un momento drammatico come quello attuale. Fiorentino d’origine e quindi profondamente intriso di cultura umanistica, Scheggi amava citare una frase di Leibniz: l’opera d’arte doveva essere «chargé du passé et gros de l’avenir», carica del passato e gravida dell’avvenire. È proprio questo «oltre» che interroghiamo attraverso il percorso della mostra.

Come si sviluppa?

Si parte dalle ricerche degli anni Sessanta, per arrivare agli anni Novanta con Vanessa Beecroft e Umberto Manzo e quindi agli artisti attivi negli ultimi vent’anni, come Francesca Pasquali, Paolo Gonzato e la bresciana Silvia Inselvini. Il percorso si apre inoltre a geografie differenti: all’Europa orientale con Maria Szakats, al Nord Europa con Ann Iren Buan e alla cultura giapponese attraverso i fashion designer presenti in mostra.

Un abito di John Galliano e una fotografia di Vanessa Beecroft
Un abito di John Galliano e una fotografia di Vanessa Beecroft

La Vittoria Alata è anche il punto di partenza di una open call rivolta ai giovani artisti…

L’idea non era trattare la Vittoria semplicemente come un’icona. È una scultura che rappresenta la vittoria su una guerra e ci siamo chiesti che cosa significhi oggi, anche rispetto al concetto di pace e ai tempi che stiamo vivendo. Da qui è nata l’open call «Vittoria 200-Forever Young», fortemente voluta dalla sindaca e rivolta agli artisti tra i 18 e i 35 anni.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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