La Venezia del Settecento era un po’ la Las Vegas dell’epoca. Nei ridotti – le sale da gioco che punteggiavano la laguna – si ritrovavano aristocratici, popolani, viaggiatori e personaggi come Giacomo Casanova. Ed è proprio qui – tra i palazzi nobiliari, la strada e gli antenati dei moderni casinò – che si sviluppò quel gusto estetico che ancora oggi fa dire «Venezia». Quello del carnevale, dello sfarzo, del barocco e del tardo barocco, dei tessuti elegantissimi e opulenti. Gonne, panier, andrienne, mantelli, culotte, gilet, scarpette, fibbie, pizzi e soprattutto maschere e morette. Come quella che compare sul volto della ragazza dipinta da Pietro Antonio Rotari nel 1756, scelta come immagine della nuova mostra ospitata dalla Casa Museo Zani di Cellatica. A spiegarlo bene è Massimiliano Capella, direttore artistico della casa sede della Fondazione Paolo e Carolina Zani, che ha ideato e curato l’esposizione inaugurata ieri: «Magnifica eleganza, Tiepolo, Longhi e Guardi tra arte e moda», dedicata alla raffinatezza veneziana, alla moda e all’estetica dell’epoca.
Il percorso
Quarantacinque pezzi tra dipinti, disegni preparatori, abiti del XVIII secolo, costumi del Novecento e fotografie raccontano in maniera solo apparentemente tradizionale la Venezia del Settecento, con un focus sull’abbigliamento e il fashion dell’epoca. A dare lo spunto sono le stesse opere conservate nella Casa Museo, ovvero quelle di Pietro Longhi, Giovanni Battista Tiepolo e Francesco Guardi, messe qui in dialogo con i loro stessi disegni preparatori, provenienti dal Gabinetto Stampe e Disegni del Museo Correr di Venezia, e con altre opere di collezioni private e di Collezione Intesa San Paolo Gallerie d’Italia di Vicenza. Ma non solo. A completare l’esperienza sono alcuni abiti originali del Settecento – delicatissimi, provenienti dalla collezione di Mara Bertoli – e i costumi premio Oscar disegnati da Danilo Donati per «Il Casanova» di Federico Fellini del 1976, ambiziosi e teatrali. Raffinatissimi.

Mito
«Durante il Settecento la Serenissima visse un periodo di forte contraddizione – racconta Capella. – Da una parte c’era il declino politico e commerciale, dall’altra la sua affermazione come capitale del divertimento e dell’eleganza. Fu in questi anni che si definirono l’estetica del suo mito e gli stilemi vestimentari che ancora oggi la contraddistinguono».

A mostrare immediatamente la moda dell’epoca è il dipinto che accoglie i visitatori nella sala espositiva: «Il ridotto in Venezia» di Pietro Longhi, opera del 1750 che racconta l’arte dell’incontro a Venezia e nel quale si vedono subito diversi esemplari di abiti dell’epoca. «Venezia non inventò nulla – chiarisce il curatore – l’abito come lo conosciamo venne codificato alla corte di Luigi XIV. Ma fu a Venezia che questo stile divenne iconografia e mito».
L’andrienne, la robe à la polonaise, le pieghe Watteau...: è bello vederle prima dipinte nelle piazze e nei saloni di Guardi, Tiepolo, Rotari, Longhi... E poi ritrovarle lì davanti agli occhi in tutta la loro struttura e matericità. Una matericità fotografata anche da Mustafa Sabbagh nel 2014: i suoi scatti ai costumi di Donati sono esposti accanto alle opere e agli abiti sui manichini, ma anche in una sala completamente nera all’interno della Casa Museo.




