Andrienne, pizzi, fibbie e morette: in mostra la nobile moda veneziana

La Casa Museo Zani di Cellatica ospita fino al prossimo 6 dicembre «Magnifica eleganza»: viaggio nel fashion della Serenissima partendo dalle opere di Tiepolo, Longhi e Guardi
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Pietro Antonio Rotari, Dama con la moretta, collezione privata
Pietro Antonio Rotari, Dama con la moretta, collezione privata

La Venezia del Settecento era un po’ la Las Vegas dell’epoca. Nei ridotti – le sale da gioco che punteggiavano la laguna – si ritrovavano aristocratici, popolani, viaggiatori e personaggi come Giacomo Casanova. Ed è proprio qui – tra i palazzi nobiliari, la strada e gli antenati dei moderni casinò – che si sviluppò quel gusto estetico che ancora oggi fa dire «Venezia». Quello del carnevale, dello sfarzo, del barocco e del tardo barocco, dei tessuti elegantissimi e opulenti. Gonne, panier, andrienne, mantelli, culotte, gilet, scarpette, fibbie, pizzi e soprattutto maschere e morette. Come quella che compare sul volto della ragazza dipinta da Pietro Antonio Rotari nel 1756, scelta come immagine della nuova mostra ospitata dalla Casa Museo Zani di Cellatica. A spiegarlo bene è Massimiliano Capella, direttore artistico della casa sede della Fondazione Paolo e Carolina Zani, che ha ideato e curato l’esposizione inaugurata ieri: «Magnifica eleganza, Tiepolo, Longhi e Guardi tra arte e moda», dedicata alla raffinatezza veneziana, alla moda e all’estetica dell’epoca.

Il percorso

Quarantacinque pezzi tra dipinti, disegni preparatori, abiti del XVIII secolo, costumi del Novecento e fotografie raccontano in maniera solo apparentemente tradizionale la Venezia del Settecento, con un focus sull’abbigliamento e il fashion dell’epoca. A dare lo spunto sono le stesse opere conservate nella Casa Museo, ovvero quelle di Pietro Longhi, Giovanni Battista Tiepolo e Francesco Guardi, messe qui in dialogo con i loro stessi disegni preparatori, provenienti dal Gabinetto Stampe e Disegni del Museo Correr di Venezia, e con altre opere di collezioni private e di Collezione Intesa San Paolo Gallerie d’Italia di Vicenza. Ma non solo. A completare l’esperienza sono alcuni abiti originali del Settecento – delicatissimi, provenienti dalla collezione di Mara Bertoli – e i costumi premio Oscar disegnati da Danilo Donati per «Il Casanova» di Federico Fellini del 1976, ambiziosi e teatrali. Raffinatissimi.

Uno dei costumi di scena di Danilo Donati per il Casanova, premio Oscar 1977 - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Uno dei costumi di scena di Danilo Donati per il Casanova, premio Oscar 1977 - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Mito

«Durante il Settecento la Serenissima visse un periodo di forte contraddizione – racconta Capella. – Da una parte c’era il declino politico e commerciale, dall’altra la sua affermazione come capitale del divertimento e dell’eleganza. Fu in questi anni che si definirono l’estetica del suo mito e gli stilemi vestimentari che ancora oggi la contraddistinguono».

Un dettaglio di Il ridotto in Venezia di Pietro Longhi - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Un dettaglio di Il ridotto in Venezia di Pietro Longhi - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

A mostrare immediatamente la moda dell’epoca è il dipinto che accoglie i visitatori nella sala espositiva: «Il ridotto in Venezia» di Pietro Longhi, opera del 1750 che racconta l’arte dell’incontro a Venezia e nel quale si vedono subito diversi esemplari di abiti dell’epoca. «Venezia non inventò nulla – chiarisce il curatore – l’abito come lo conosciamo venne codificato alla corte di Luigi XIV. Ma fu a Venezia che questo stile divenne iconografia e mito».

L’andrienne, la robe à la polonaise, le pieghe Watteau...: è bello vederle prima dipinte nelle piazze e nei saloni di Guardi, Tiepolo, Rotari, Longhi... E poi ritrovarle lì davanti agli occhi in tutta la loro struttura e matericità. Una matericità fotografata anche da Mustafa Sabbagh nel 2014: i suoi scatti ai costumi di Donati sono esposti accanto alle opere e agli abiti sui manichini, ma anche in una sala completamente nera all’interno della Casa Museo.

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