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Mara Bertoli: «I miei mille abiti che raccontano tre secoli di moda»

Giulia Camilla Bassi
Dal primo Seicento alla Belle Époque, alcuni pezzi della collezionista bresciana sono esposti a Palazzo Martinengo: la sua raccolta attraversa trecento anni di storia del costume
La collezionista Mara Bertoli
La collezionista Mara Bertoli
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Un ensemble straordinario di abiti d’epoca, scarpe, ombrellini, merletti, ricami e accessori preziosi capace di attraversare e raccontare oltre tre secoli di storia del costume. È il tesoro della collezionista bresciana Mara Bertoli, frutto di una passione coltivata negli anni tra ricerca e incontri con studiosi del tessile antico, e cresciuta fino a riunire centinaia di pezzi che spaziano dal primo Seicento alla Belle Époque.

Alcuni di questi capi sono oggi esposti nella mostra «Liberty», visitabile fino al 14 giugno a Palazzo Martinengo, a cui Bertoli ha contribuito prestando dieci abiti completi e collaborando alla sezione moda con la storica del costume Virginia Arabella Hill. L’abbiamo incontrata per farci raccontare questo patrimonio privato che custodisce storie, viaggi e trasformazioni, tra aneddoti, curiosità e la storia di un baule che ha attraversato l’oceano per tornare a Brescia e svelare i suoi segreti.

Gli abiti in mostra a Palazzo Martinengo - Foto New Reporter Papetti © www.giornaledibrescia.it
Gli abiti in mostra a Palazzo Martinengo - Foto New Reporter Papetti © www.giornaledibrescia.it

Come è nata la sua collezione di abiti e accessori storici?

La collezione è nata molti anni fa, a Venezia, dove la mia famiglia ha una casa e dove ho studiato all’università Ca’ Foscari. Sono molto legata alla città e ai suoi carnevali: all’inizio cercavo soprattutto materiali per realizzare costumi personalizzati, quindi passamanerie, merletti, tessuti particolari. Poi ho cominciato a collezionare abiti e pezzi veri e propri.

Quali sono state le sue principali fonti di ispirazione?

Mi ha molto influenzata vivere Venezia e il Carnevale. A Venezia c’è anche un Museo del Costume a Palazzo Mocenigo molto interessante, e ho fatto spesso riferimento alle loro collezioni e alle loro mostre. Ho conosciuto poi Doretta Davanzo Poli, un’importantissima studiosa del costume che mi ha dato un grande impulso per iniziare la collezione e molti preziosi consigli. Nel tempo, poi, ho comprato tantissimi testi specializzati che si sono aggiunti alla collezione.

Uno dei pezzi esposti a Palazzo Madama tre anni fa
Uno dei pezzi esposti a Palazzo Madama tre anni fa

Quanti pezzi conta la collezione?

Sono moltissimi, sicuramente più di mille, dagli abiti a tutti i complementi, come gli ombrellini e le borse che sono la mia seconda grande passione. Mi sono data però un limite cronologico abbastanza preciso: arrivo fino al 1915 circa, quindi fino alla fine della Belle Époque. Non mi interessa il Novecento e non colleziono vintage o abiti di stilisti contemporanei.

Il pezzo più antico che vanta nella sua collezione?

Delle «chopine» veneziane dei primi anni del Seicento. Sono scarpe molto alte, potremmo definirle le antesignane delle nostre platform, con una piattaforma di circa quindici centimetri. A Venezia esistevano anche modelli molto più alti, fino a quaranta centimetri: le signore dovevano uscire accompagnate perché era difficile camminare. Sono piuttosto rare, realizzate in cuoio.

Altri pezzi di punta?

Dei begli abiti del Settecento da uomo, delle belle marsine ricamate, abiti completi con gilet, sottomarsina e pantaloni al ginocchio… E anche diversi abiti da donna settecenteschi che oggi sono piuttosto rari e ambiti.

Come nasce la collaborazione con curatori e istituzioni per esporre la sua collezione?

Ultimamente si sono aperte molte porte al costume. Una delle esposizioni che ha aperto la strada è stata «Boldini e la moda» a Ferrara, curata proprio da Virginia Hill. Davide Dotti ha poi voluto rompere il ghiaccio ufficialmente l’anno scorso con dieci abiti in occasione della mostra «Belle Époque». Abbiamo creato una sezione di peso che è piaciuta molto.

E quest’anno la collaborazione continua con la mostra Liberty…

Una piccola curiosità: in mostra ci sono cinque abiti provenienti da un baule del bresciano, appartenuto a una famiglia emigrata in America. Erano di una signora elegante che si riforniva di abiti in Italia e in Francia. Il baule conteneva una ventina di capi e della biancheria bellissima, tutti databili intorno al 1910-1911. Gli abiti sono giunti in condizioni straordinarie – cosa piuttosto rara – e recano etichette di sartorie importanti.

Tra gli abiti esposti ce n’è uno particolarmente importante legato alla storia della moda italiana…

Sì, abbiamo fatto un’altra piccola scoperta riguardo all’abito blu con l’applicazione di serpenti intrecciati. È un abito molto importante, che non arriva dal baule sopracitato ma da un altro corredo, ed è legato a Rosa Genoni, la prima stilista ad aver lanciato il Made in Italy all’inizio del Novecento. Il capo risale al 1911, periodo in cui Genoni era «première» nella maison milanese Haardt et Fils. Quel modello partecipò a un concorso nazionale da lei stessa promosso per la realizzazione di un abito da sera italiano: non vinse, ma arrivò secondo. Fu poi prodotto in vari colori, il mio è in blu notte. È un capo raro e molto rappresentativo del più puro stile Liberty. Anche la pronipote di Rosa Genoni è corsa a Brescia a vederlo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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