Vent’anni fa moriva Gian Butturini: «Con questo libro gli ridiamo la voce»

L’ultima, inedita intervista che il fotografo rilasciò a Pietro Gorlani è diventata un libro. Il figlio Tiziano: «Siamo d’accordo, è ora che Brescia Musei gli dedichi una retrospettiva»
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Gian Butturini
Gian Butturini

Nel 2004 il fotografo Gian Butturini chiese al giornalista Pietro Gorlani, che allora lavorava per il BresciaOggi, di seguirlo a Calcutta. Gorlani lo accompagnò, si fece raccontare la sua vita, lo guardò in azione. «Era già malato, ma si muoveva come un treno», sorride. Butturini aveva 69 anni. Solo due anni dopo morì. E così quella lunga intervista rimase lì in un cassetto. Ora, a vent’anni esatti dalla morte, il racconto è diventato un libro: presentato a Librixia, si intitola «Scatti di vita» e immortala – non tramite scatti, ma nero su bianco – la vita di Butturini prendendola direttamente dalla sua voce. Ci sono il cinema, l’amore per Rimini, Cuba, il ritorno a Cuba, la strage di Bologna, Franco Basaglia… 

Gian Butturini, una foto di Che Guevara che gioca a scacchi, Cuba
Gian Butturini, una foto di Che Guevara che gioca a scacchi, Cuba

«È stato un personaggio anomalo e inconsueto per Brescia. Un cittadino del mondo che rimase legatissimo alla sua terra. Lo andavo a trovare spesso: era un libro aperto, ti raccontava del Cile e di quando rischiò la vita in Marocco. Una vita da epica fumettistica. “Starà scherzando”, pensavo a volte, ma era tutto vero – racconta Gorlani. – Chissà se nell’era di AI e globalizzazione ci saranno ancora questi fotografi di mondo e di guerra. Ormai non ci si vive più. Lui stesso morì in povertà in una casa del Comune a Verziano. La sua non fu una scelta di arricchimento, aveva altre leve etiche. Non lo dico con polemica, ma alcuni suoi film, per esempio «Crimini di pace» sulle morti bianche dei muratori che costruirono Milano, andrebbero rivisti. E a vent’anni dalla sua morte sarebbe bello organizzare una mostra antologica: l’archivio non basta, serve qualcosa che il pubblico possa vedere e studiare». A essere d’accordo è anche il figlio Tiziano Butturini che con la sorella Marta gestisce l’associazione Gian Butturini. Con questo libro, spiega, hanno voluto in qualche modo ridargli la parola.

Tiziano: come mai quest’intervista era rimasta inedita?

Perché fu l’ultima e ne venimmo a conoscenza solo in seguito. La rilasciò a Calcutta a Pietro Gorlani nel 2004. Nel decennale della morte ripubblicammo un libro autobiografico del 1898 («Daiquiri 2.0», edito da Nimesis) e così nel ventennale, avendo saputo molto dopo di questa intervista inedita, abbiamo pensato di pubblicarla. Qui è lui che parla direttamente: Gorlani interpreta, ma la voce è la sua.

La copertina del libro
La copertina del libro

Ciò che emerge è un artista sfaccettato e anche impegnato.

La sua cifra era questa. Un artista poliedrico, che aveva un grande desiderio di comunicare e ha usato tutti gli strumenti: fotografia, cinema, design, grafica. Non in successione, ma mettendoli insieme. Era versatile. E poi c’era l’impegno sociale.

A tal proposito, visto il suo impegno sociale, mi conceda una domanda scomoda: quanto hanno inciso sul suo ricordo le accuse di razzismo attorno a «London di Gian Butturini»? Per voi sono sempre state totalmente infondate o qualcosa di legittimo c’era?

Una cosa assolutamente infondata. Chiunque l’abbia conosciuto sa quanto fosse impegnato. Il bersaglio di allora era Martin Parr, che aveva scritto la prefazione dell’edizione inglese: lo volevano colpire come editor. Hanno usato in modo strumentale l’impaginazione del libro, nemmeno il libro intero. Il significato delle due fotografie accostate in quel modo (una donna nera in una postazione di servizio della metropolitana e un gorilla allo zoo, ndr) era chiaro sin dalla prefazione del 1969 («Contro ogni segregazione»). Bastava leggerla. Lo stesso Martin Parr lo ha riconosciuto, in seguito. Il problema non è la polemica, ma il fatto che il libro sia stato ritirato dal mercato internazionale. Un danno. Con l’editore italiano Damiani abbiamo riscattato le copie e le abbiamo rimesse sul mercato, ma con un’altra forza. Quindi è stato questo: un bersaglio assurdo, perché lui era assolutamente contro tutto ciò di cui è stato accusato.

Le immagini del libro London di Gian Butturini contestate
Le immagini del libro London di Gian Butturini contestate

Cosa emerge dalle pagine di «Scatti di vita», dunque, con il ricordo di Gian ormai sedimentato?

È emozionante. Si percepisce che è lui a parlare. Un conto è raccontare una storia, un conto è sentirla dalla voce di chi l’ha vissuta. È bello riascoltare i reportage e le storie direttamente da lui: come ha vissuto l’incontro con Basaglia, che cosa ha provato nel Sahara sotto le bombe, com’è stato vivere la Bloody Sunday in Irlanda. È in presa diretta: si ha la cognizione di come abbia vissuto lui tutto ciò che ha raccontato con la sua arte.

L'Irlanda di Gian Butturini
L'Irlanda di Gian Butturini

A Librixia l’ex sindaco di Brescia Paolo Corsini ha lanciato l’idea di una retrospettiva istituzionale, corposa. Il 2026 sta per terminare. C’è tempo o ormai, verosimilmente, non si farà?

Noi abbiamo tutto il materiale. Siamo disponibili. Devono essere d’accordo loro. Anche più avanti: l’importante è fare un buon lavoro. Ci sono diverse antologiche da cui attingere.

Con «loro» si riferisce a Fondazione Brescia Musei?

Esatto.

E per quanto riguarda la curatela di questa ipotetica mostra? Ken Damy ha chiesto che sia qualcuno che l’ha conosciuto davvero. Lui potrebbe essere un candidato papabile? Avete in mente altre persone?

Sì, potrebbe essere una persona che l’ha conosciuto. Brescia Musei già conosce Denis Curti: con lui abbiamo un ottimo rapporto, abbiamo esposto nel 2022 nella sua galleria. Mentre in questi anni le antologiche dedicate a Gian Butturini hanno visto la curatela di Gigliola Foschi. Sono idee, ma a noi sta bene tutto. Anche un pool di curatori formato, come dice Ken Damy, da persone che l’abbiano conosciuto.

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