Assassini, contesse e diavoli: la nuova graphic novel del bresciano Galli

Il disegnatore e sceneggiatore torna in libreria con una storia corale ambientata nella Torino del Settecento: «Ecco come sono tornato a disegnare dopo la malattia che mi ha bloccato le mani»
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Una tavola del nuovo romanzo a fumetti di Marco Galli
Una tavola del nuovo romanzo a fumetti di Marco Galli

Al fumetto Marco Galli è arrivato tardi. Il primo libro è uscito nel 2007, quando aveva già 36 anni. Un esempio per chi teme un cambio di vita o di carriera: non è necessario trovare subito la propria strada, né seguirla sempre nella stessa direzione. Bresciano, classe 1971, Galli è oggi uno dei fumettisti più noti in Italia, autore di storie che non si fossilizzano su singoli generi, stili e registri narrativi. Il suo tratto cambia da un libro all’altro, mentre restano una certa inclinazione per il sogno e il confine incerto tra realtà e immaginazione. Ora torna in libreria con «Suppongo sia il diavolo!, disse la contessa» (Coconino Press). Un giallo filosofico ambientato nel Piemonte del Settecento, con una trama corale, un misterioso assassino e una scrittura che guarda alla lingua dell’epoca. Un libro diverso dai precedenti, anche per la scelta di una narrazione più lineare, che non rinuncia ai colpi di scena. Alle spalle c’è un percorso non convenzionale. Deviazioni, esperienze lontano dall’editoria e una malattia che ha cambiato profondamente il suo modo di disegnare: ecco ciò che c’è dietro i disegni di Galli.

Com’è stato formarsi tra gli anni Novanta e i Duemila, per un fumettista?

Anche se al fumetto sono finito piuttosto tardi, già nel 1992 avevo frequentato per un anno la Scuola del fumetto di Milano, una delle poche che esistevano allora. A Brescia c’era stata anche la scuola di Ruben Sosa, prima dell’attuale Scuola Comics, in cui insegno. Nei primi Novanta l’impostazione era soprattutto quella del fumetto Bonelli. Le riviste degli Ottanta stavano chiudendo, la forma graphic novel non esisteva ancora e quel modello mi andava un po’ stretto. Si lavorava sulla costruzione della griglia, sulla sceneggiatura, su una struttura molto classica. Io, invece, venivo dalle riviste come «L’Eternauta», «Dolce Vita», «Frigidaire» e «Corto Maltese», che mescolavano arte e classicità, fumetto sudamericano ed europeo, colore e bianco e nero. Dopo un anno me ne sono andato. Furono gli stessi professori a dirmi: «Cosa fai in questa scuola? Potresti già tranquillamente pubblicare». In effetti, durante la stessa estate mi ero presentato a una casa editrice che pubblicava un fumetto sul modello Bonelli. Avevano visto i miei disegni e li avevano trovati interessanti, così mi avevano proposto di riempire a mano i neri delle chine del disegnatore, una pratica che all’epoca si faceva ancora. Da giovane ribelle, risposi che non se ne parlava nemmeno. Per alcuni anni mi sono dedicato alla pittura e ad altri lavori, tra cui quello di decoratore per uno studio di interni. Ho vissuto anche a Londra per due anni. Poi, intorno al 2005, ho ripreso in mano il fumetto. Avevo spedito alcune mie pagine alla rivista «Scuola di Fumetto» di Laura Scarpa, che affrontava il fumetto in modo più tecnico e didattico. In fondo c’era una sezione dedicata ai nuovi talenti. Una casa editrice mi contattò e in seguito pubblicai con loro il primo libro, su Freak Antoni. O meglio, c’è un aneddoto curioso: accanto alle pagine dei nuovi talenti c’erano le lettere dei lettori, alcune accompagnate da disegni. Chi mi contattò aveva visto un disegno di fianco alle mie pagine e aveva pensato che fosse mio. Alla fine mi chiese una tavola di prova, che piacque molto.

Il fumettista bresciano Marco Galli
Il fumettista bresciano Marco Galli

Nel fumetto, come nell’arte e nella letteratura, ognuno ha un proprio tratto e un proprio stile. Qual è il modo di disegnare e di raccontare per immagini di Marco Galli?

Sono conosciuto perché cambio stile a ogni libro. Non ho un tratto preciso, riconoscibile e costante. Chi mi legge da fuori, però, mi dice: «Sei comunque riconoscibile nei temi e nel modo di fare». Ed è vero, soprattutto per i primi lavori. Negli ultimi, invece, ho cambiato anche sotto questo aspetto. Nella mia narrazione non sai mai bene che cosa accadrà nelle pagine successive. I miei fumetti sono spesso molto onirici: mi sono accorto che quasi tutti contengono sogni oppure narrazioni in bilico tra realtà e fantasia. La sparo grossa: come Stanley Kubrick, ho sempre cercato di provare tutti i generi e di scomporre la narrazione classica e tipica di ciascuno, giocandoci.

Il nuovo libro, «Suppongo sia il diavolo!, disse la contessa», è un giallo filosofico. Già dal titolo ha qualcosa di enigmatico e seducente...

Invecchiando sono arrivato a scrivere quello che, dal punto di vista narrativo, è il mio libro più lineare. Ci sono dei colpi di scena, ma la storia si svolge nel Piemonte del Settecento e non ha nulla di onirico. C’è una figura misteriosa, quella di un assassino braccato che, da cacciato, diventa cacciatore. Soltanto alla fine si capisce che cosa sia. È un libro corale, con più di quindici personaggi. Il titolo gioca molto con il periodo barocco, così come l’impostazione della griglia. Anche per il testo ho cercato di rifarmi allo stile dell’epoca: una sintassi arzigogolata, ma che rimanesse comunque leggibile.

Per un periodo lei ha dovuto rinunciare al fumetto a causa di una malattia. Com’è tornato a disegnare?

È successo nel 2016. Mi sono ammalato all’improvviso di una grave forma della sindrome di Guillain-Barré e sono rimasto in ospedale per quasi nove mesi, quasi completamente paralizzato. Poi ho affrontato un anno di fisioterapia. Nel 2017 sono tornato a vivere da solo, dopo un anno di assenza da casa. Le mie mani funzionavano malissimo. Mi ero dato anche un nome, un eteronimo: Ape-hands, cioè «mani da scimmia». Ho provato comunque a disegnare e ho realizzato «La notte del corvo». In copertina compariamo entrambi, Marco Galli e Apehands. Cercavo di disegnare qualcosa, ma non usciva quello che avevo in mente. Il libro è stato realizzato in un’unica soluzione, senza matita preparatoria né cancellature. È interessante perché, dall’inizio alla fine, si vede il progressivo miglioramento della mia capacità di disegnare. La storia è un western contemporaneo che parla di migranti e di un villaggio che li considera dei mostri. Ci sono di mezzo un killer e una strage. Il disegno è molto libero proprio per questo, anche perché non riuscivo a controllarlo come avrei voluto. Alla fine ho cominciato a lavorare con una tavoletta grafica digitale.

Per necessità, dunque...

Sì, e in un certo senso mi dispiaceva, ma mi ha facilitato il lavoro e mi ha permesso di continuare a disegnare. Anche l’ultimo libro è stato realizzato così. Le mie mani non sono tornate quelle di prima. In un fumetto complesso come «Suppongo sia il diavolo!, disse la contessa», con tanto testo e moltissimi particolari, dalle boiserie alle decorazioni, fino ai vestiti, lavorare a mano sarebbe stato difficile. Prima sceglievo una storia anche in funzione del disegno che avevo voglia di fare. Oggi scelgo la storia in funzione del disegno che sono in grado di realizzare.

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