Dalla fotografia al tuffo «nell’ignoto»: l’arte di Enzo Bertuzzi

Prima disegnatore meccanico e progettista poi titolare di uno studio fotografico, la storia di una svolta artistica «per non morire senza lasciare il segno»
Alessia Tagliabue
Enzo Bertuzzi con alcune sue opere - © www.giornaledibrescia.it
Enzo Bertuzzi con alcune sue opere - © www.giornaledibrescia.it

A chi gli chiede qual è tra le sue opere quella che più lo rappresenta Enzo Bertuzzi risponde senza alcuna esitazione «il Tuffatore. È una statua nella quale mi identifico molto: un uomo si lancia di testa nell’ignoto, raffigurato come delle forme che ricordano banane. Un elemento di degrado, dalla durata ignota: un rischio». Tuffarsi nel rischio e non accontentarsi di un percorso solo: basterebbe questo per descrivere la traiettoria di Enzo. Prima disegnatore meccanico e progettista, poi, dal 1995, titolare di uno studio fotografico a Marcheno trasferitosi a Gardone Valtrompia nei primi anni 2000. Un’attività avviata, che l’ha reso conosciuto a Brescia e provincia, finché, due anni fa, sulla sua strada è arrivata l’arte.

«Sono sempre stato amante dell’arte contemporanea – ha raccontato lui –, ma era qualcosa nel quale non mi ero mai cimentato. Poi, dopo trent’anni di fotografie, mi sono reso conto che avevo bisogno di mettermi in gioco: tutti abbiamo qualcosa dentro da tirare fuori, da esprimere». La prima ispirazione è arrivata osservando i materiali di scarto industriali delle aziende del territorio durante sessioni fotografiche in azienda.

Un'opera di Enzo Bertuzzi
Un'opera di Enzo Bertuzzi

«Da lì sono nate le prime sperimentazioni, notate dall’artista internazionale Marisa Guerini: entrata nel mio studio per un servizio fotografico le ha viste e ne è rimasta molto colpita. Ci conoscevamo da anni, siamo entrambi di Sarezzo, ero stato fotografo di sue mostre ed opere. Ha subito creduto nelle mie potenzialità e mi ha spiegato tecniche e modalità di lavoro, come stucchi e resine: devo ringraziarla in maniera particolare». Dopo una prima infarinatura tecnica, necessaria «per intraprendere questo percorso in piena autonomia», e qualche lezione sulla saldatura da un amico sono quindi arrivate le prime esibizioni.

«È stato tutto molto rapido – ha continuato Enzo –: a settembre 2024 si è tenuta la prima bipersonale, insieme a Giovanni Steduto, dal titolo “Lungo la via del ferro, dialoghi tra materie”, prima esposta al Forno Fusorio di Tavernole e poi ai Magli di Sarezzo e di Ome». Da lì sono quindi seguite altre sei esperienze tra collettive e concorsi, e a febbraio Palazzo Bertazzoli a Bagnolo Mella ospiterà la sua prima personale. «Un orgoglio immenso: sto ricevendo tanti consensi, significa che era la strada giusta». Dalla mostra di Ome, terminata questo mese, sono nati infatti i primi contatti con cantine sociali della Franciacorta. «L’idea sarebbe di esporre lì le mie opere il prossimo anno, in vetrine meravigliose». I progetti per il futuro non mancano. «L’idea per il prossimo anno è procedere a progetti, come quello dell’elogio alla follia di Don Chisciotte».

Ispirazione letteraria, quindi, come nella serie dedicata alla mitologia greca, ma non solo. «L’idea può nascere ovunque: a volte viene prima la statua e poi il percorso narrativo che la circonda, a volte invece da un’ispirazione viene poi la scultura. Può venire da ciò che osservo, da un albero, dai trucioli per terra, oppure da una frase o da un’opera che leggo». Un’osservazione attenta, e sicuramente allenata da tre decenni come fotografo. «Il rapporto tra disegno, fotografia e scultura è stato un punto di forza: avendo un occhio fotografico è più semplice avere una visione completa di linee, luci e forme», ha spiegato Enzo, che si occupa anche di fotografare le sue opere e di promuoverle tra social e brochure. «Scrivo anche le descrizioni delle opere, cercando di creare un legame emotivo con chi le guarda anche attraverso le parole».

Altre opere
Altre opere

«Lavoro tra studio e casa, con tecniche che ho affinato da autodidatta: parto dall’argilla cruda con inserimento di ferro per stabilizzarla». Le statue sono poi resinate con uno stucco a base di fibre di vetro, che può essere lasciato grezzo o colorato in acrilico con una colorazione più bronzata o dorata, che le rende simili al ferro. «Ultimamente uso tanto la foglia d’oro, che dà calore e profondità».

A supportarlo anche i suoi famigliari, in uno «scambio di idee e di opinioni che diventa stimolante». A muovere la direzione artistica di Enzo, però, è soprattutto l’idea di voler lasciare qualcosa al mondo. «Come diceva Amy Winehouse, “la mia più grande paura è di morire senza lasciare il segno”. Per me trasformare un concetto in una scultura che possa restituire emozioni a chi la ammira è qualcosa di talmente stimolante e gratificante da diventare a volte un bisogno e una necessità. È qualcosa che mi serve mentalmente, ridandomi vitalità e giovinezza».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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