A chi gli chiede qual è tra le sue opere quella che più lo rappresenta Enzo Bertuzzi risponde senza alcuna esitazione «il Tuffatore. È una statua nella quale mi identifico molto: un uomo si lancia di testa nell’ignoto, raffigurato come delle forme che ricordano banane. Un elemento di degrado, dalla durata ignota: un rischio». Tuffarsi nel rischio e non accontentarsi di un percorso solo: basterebbe questo per descrivere la traiettoria di Enzo. Prima disegnatore meccanico e progettista, poi, dal 1995, titolare di uno studio fotografico a Marcheno trasferitosi a Gardone Valtrompia nei primi anni 2000. Un’attività avviata, che l’ha reso conosciuto a Brescia e provincia, finché, due anni fa, sulla sua strada è arrivata l’arte.
«Sono sempre stato amante dell’arte contemporanea – ha raccontato lui –, ma era qualcosa nel quale non mi ero mai cimentato. Poi, dopo trent’anni di fotografie, mi sono reso conto che avevo bisogno di mettermi in gioco: tutti abbiamo qualcosa dentro da tirare fuori, da esprimere». La prima ispirazione è arrivata osservando i materiali di scarto industriali delle aziende del territorio durante sessioni fotografiche in azienda.

«Da lì sono nate le prime sperimentazioni, notate dall’artista internazionale Marisa Guerini: entrata nel mio studio per un servizio fotografico le ha viste e ne è rimasta molto colpita. Ci conoscevamo da anni, siamo entrambi di Sarezzo, ero stato fotografo di sue mostre ed opere. Ha subito creduto nelle mie potenzialità e mi ha spiegato tecniche e modalità di lavoro, come stucchi e resine: devo ringraziarla in maniera particolare». Dopo una prima infarinatura tecnica, necessaria «per intraprendere questo percorso in piena autonomia», e qualche lezione sulla saldatura da un amico sono quindi arrivate le prime esibizioni.
«È stato tutto molto rapido – ha continuato Enzo –: a settembre 2024 si è tenuta la prima bipersonale, insieme a Giovanni Steduto, dal titolo “Lungo la via del ferro, dialoghi tra materie”, prima esposta al Forno Fusorio di Tavernole e poi ai Magli di Sarezzo e di Ome». Da lì sono quindi seguite altre sei esperienze tra collettive e concorsi, e a febbraio Palazzo Bertazzoli a Bagnolo Mella ospiterà la sua prima personale. «Un orgoglio immenso: sto ricevendo tanti consensi, significa che era la strada giusta». Dalla mostra di Ome, terminata questo mese, sono nati infatti i primi contatti con cantine sociali della Franciacorta. «L’idea sarebbe di esporre lì le mie opere il prossimo anno, in vetrine meravigliose». I progetti per il futuro non mancano. «L’idea per il prossimo anno è procedere a progetti, come quello dell’elogio alla follia di Don Chisciotte».
Ispirazione letteraria, quindi, come nella serie dedicata alla mitologia greca, ma non solo. «L’idea può nascere ovunque: a volte viene prima la statua e poi il percorso narrativo che la circonda, a volte invece da un’ispirazione viene poi la scultura. Può venire da ciò che osservo, da un albero, dai trucioli per terra, oppure da una frase o da un’opera che leggo». Un’osservazione attenta, e sicuramente allenata da tre decenni come fotografo. «Il rapporto tra disegno, fotografia e scultura è stato un punto di forza: avendo un occhio fotografico è più semplice avere una visione completa di linee, luci e forme», ha spiegato Enzo, che si occupa anche di fotografare le sue opere e di promuoverle tra social e brochure. «Scrivo anche le descrizioni delle opere, cercando di creare un legame emotivo con chi le guarda anche attraverso le parole».

«Lavoro tra studio e casa, con tecniche che ho affinato da autodidatta: parto dall’argilla cruda con inserimento di ferro per stabilizzarla». Le statue sono poi resinate con uno stucco a base di fibre di vetro, che può essere lasciato grezzo o colorato in acrilico con una colorazione più bronzata o dorata, che le rende simili al ferro. «Ultimamente uso tanto la foglia d’oro, che dà calore e profondità».
A supportarlo anche i suoi famigliari, in uno «scambio di idee e di opinioni che diventa stimolante». A muovere la direzione artistica di Enzo, però, è soprattutto l’idea di voler lasciare qualcosa al mondo. «Come diceva Amy Winehouse, “la mia più grande paura è di morire senza lasciare il segno”. Per me trasformare un concetto in una scultura che possa restituire emozioni a chi la ammira è qualcosa di talmente stimolante e gratificante da diventare a volte un bisogno e una necessità. È qualcosa che mi serve mentalmente, ridandomi vitalità e giovinezza».



