Che sia un dipinto di Moretto (e di ottima qualità), salta subito all’occhio dell’esperto. Che sia il frammento di un dipinto più ampio, è altrettanto evidente: la figura ritratta guarda verso l’alto, dove «qualcosa» sta accadendo sopra un cuscino di nubi di cui resta traccia nell’angolo superiore sinistro. Il resto è un «giallo» in piena regola, di quelli che mettono alla prova la capacità indagatrice degli storici dell’arte.
Mistero
A partire dall’apparizione dell’opera, un bel quadrone di circa 140 centimetri per 80. Già nella collezione milanese di Ottavio Venier (lo documenta con tanto di fotografia il relativo catalogo pubblicato in poche copie nel 1954) è rimasto fino ad ora nell’ombra. Lo storico dell’arte Giuseppe Fiocco riferì che lì lo vide anche il celebre critico Bernard Berenson, nella cui fototeca (ora confluita nella fondazione fiorentina di Villa I Tatti della Harvard University) è conservata un’immagine in bianco e nero dell’opera. Non lo intercettò invece Pier Virgilio Begni Redona: nella monumentale monografia dedicata nel 1988 al Bonvicino dal sacerdote e storico dell’arte bresciano, il dipinto non compare nemmeno tra le opere attribuite o perdute.
È quindi una vera e propria primizia, l’arrivo del dipinto a Brescia. Qui l’attuale proprietario, un collezionista lombardo, ha pensato di rivolgersi per il restauro, affidato allo studio di Andrea Lancini. Sotto le mani del tecnico, il dipinto ha recuperato l’integrità («ho risarcito alcune piccole lacune - spiega Lancini -, l’opera era in condizioni un po’ sofferte, era stata reintelaiata e già sottoposta a restauri probabilmente nell’Ottocento») e ha svelato «il tipico colore verde acqua della veste, abbinato al "giallo polenta" amato da Testori» aggiunge lo storico dell’arte Davide Dotti che non ha dubbi sull’attribuzione a Moretto e ha iniziato a studiare il dipinto.
Il giallo
Dubbia è l’identificazione del soggetto: tradizionalmente un San Marco, ma non ci sono indizi che lo confermino. Più facile la datazione: la cromia, la posa e la figura muscolosa rimandano agli anni attorno al 1540-45. Probabilmente la figura apparteneva ad una composizione più ampia, un’Assunzione o una Sacra Conversazione, con l’immagine sacra (una Madonna? Un Cristo in passione? Sono questi i soggetti che Moretto replicò spesso in quegli anni) in posizione sopraelevata rispetto alle figure sottostanti in adorazione.
Un’opera monumentale, comunque, che probabilmente venne smembrata in occasione delle soppressioni degli ordini religiosi praticate prima da Napoleone e poi dallo Stato italiano nell’Ottocento. Un’opera di cui non c’è memoria, e che potrebbe essere ricostruita partendo da questo primo tassello. Chissà che in qualche collezione bresciana non ci sia un"fratello" del presunto San Marco... Dotti lancia un’idea: «Una mostra-dossier in città, per far conoscere l’opera». E lanciare la «caccia al tesoro».




