C’è stato un tempo in cui la panna non faceva paura, si friggeva nell’olio e non nell’aria e quasi tutto, prima o poi, finiva su un letto di rucola. Erano gli anni Ottanta e a tavola valeva la regola dell’abbondanza.
Vecchie abitudini
Per chi allora era bambino, il Soldino non era una moneta, ma una merendina al cioccolato del Mulino Bianco da divorare davanti a una puntata di «Genitori in blue jeans».

Il giorno del compleanno si spegneva la candelina su una torta ai Mars e, nei pranzi di Comunione e Cresima, il vero obiettivo erano i vol-au-vent, da raggiungere prima che sparissero tra cascate di prosciutto, cocktail di gamberetti in salsa rosa e olive ascolane. Altro che finger food: si mangiava sul serio.
A casa e al ristorante i tortelli si vestivano di panna, prosciutto e piselli. La panna tornava nelle pennette al salmone e faceva coppia fissa con il filetto, naturalmente al pepe verde. Poi c’erano le penne alla vodka, piatto da grandi, con quel nome che da solo sembrava garantire un certo successo.

Nel vitello tonnato, invece, la panna non serviva. Bastava chiamarlo «vitel tonné» e diventava subito più elegante. Della ricetta originale, però, spesso restava poco: veniva fatto con maionese, tonno e uova sode. Maionese che, nelle occasioni di festa, ricompariva nell’insalata russa accanto alle tartine al caviale. O meglio, alle uova di lompo.
Dolci e abbondanti
Poi arrivava il dolce. I bambini affondavano il cucchiaio nel profiterole con la certezza di avere fatto la scelta giusta, mentre gli adulti si dividevano tra tartufo bianco e tartufo nero. Il sorbetto sembrava avere il compito di rimettere lo stomaco in ordine, salvo poi lasciare spazio al limoncello (offerto dal ristorante). A quel punto il pranzo poteva dirsi davvero concluso.

Al mare, in spiaggia, altro che insalatina e frutta fresca: c’erano i bomboloni. La sera, invece, ecco banana split, spaghetti gelato o mangia e bevi con l’ombrellino di carta.

Oggi questi pezzi da novanta ricompaiono, come vecchie glorie, nel menù di qualche gelateria, anche bresciana. Basta leggerne il nome per tornare bambini, a quando il dolce non si condivideva. Si finiva.




