Poche cose bene: germoglia il manifesto dei piccoli produttori di qualità
Difesa del territorio, scelta dell’identità, ruolo dell’agricoltura e strategie di comunicazione. Perché «dobbiamo chiudere i filtri e aprire le finestre, per far vedere quello che facciamo» e anche per «parlare anche per i nostri vicini agricoltori, solo chi parla continua ad esistere ed è il momento di trainare l’agricoltura» perché «il vino passa nel mondo attraverso il tempo e lo spazio». Ma anche perché attraverso il vino «si interpretano la terra e le persone» e «abbiamo il diritto e il dovere di difendere il territorio, con il nostro lavoro possiamo scegliere di fargli bene o male».

Diletta Nember Cavalleri e Francesco Franzini, che da anni hanno raccolto il testimone delle loro madri Giulia e Maria Cavalleri, insieme a tutto lo staff della cantina di Erbusco avevano titolato la giornata «Germogli», intendendola come una «prima» per seminare e stimolare la nascita di qualcosa di più maturo e strutturato.
«Abbiamo riunito un gruppo di artigiani che come noi ha scelto di fare poche cose bene, per dirci come la pensiamo su alcuni temi che in questo momento nel nostro mondo sono centrali» hanno spiegato dando il benvenuto a 16 diverse realtà, 11 produttori di vino e cinque realtà del settore food, dal formaggio al caffè, passando per i prodotti da forno e il prosciutto, piccole aziende provenienti da Lombardia, Toscana, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Emilia Romagna, Puglia e anche dalla Francia. Attorno un centinaio di ristoratori, importatori, rappresentanti di aziende di settore e professionisti della comunicazione e dell’ospitalità.

Il primo intervento è stato affidato a Maria Teresa Mascarello, che produce Barolo e Dolcetto nelle Langhe. «Ho vissuto la mia esperienza nella langa di Barolo, l’ho vista cambiare. Ho capito che abbiamo il diritto e il diritto di preservare e proteggere il nostro territorio. Ho abbastanza esperienza e ho visto abbastanza battaglie perse per capire cosa non si deve fare». Il riferimento è alla monocoltura, alla perdita di biodioversità, al consumo di suolo ma anche alla trasformazione di paesi di campagna in centri turistici che inevitabilmente si spopolano e perdono tessuto sociale e anche al disboscamento per mettere vigneti sempre più in quota «con la scusa del cambiamento climatico». Maria Teresa Mascarello è consapevole che «abbiamo ottenuto benessere, ma a quale prezzo?».

Una posizione cui ha fatto eco quella di Giovanna Morganti della tenuta Le Boncie, Chianti classico senese: «Da tanti anni portiamo il messaggio dell’ecologia nella viticoltura, ho visto la trasformazione del territorio e la difficoltà di mantenere l’identità. Con il mio lavoro e la mia vita che passo nella mia vigna spero di rappresentare una narrazione di ricerca e resistenza, con una storia in cui ho piantato vigneti per una scelta affettiva, qualche volta ho fatto errori e sono ripartita. Vorrei che ci riuscisse a continuare a parlare di queste cose».

Particolarmente incisivo l’intervento di Saverio Petrilli, di Malgiacca, vignaioli in Lucchesia definito da molti «uno dei padri del biodinamico». Per Petrilli «il paesaggio influenza le persone, le forma. E il vino assomiglia a chi lo fa». Entrando nel vivo del suo discorso ha spiegato che «il vino è un alimento che attraversa il mondo nel tempo e nello spazio. Per questo è il momento di trainare l’agricoltura, di riconoscere l’identità dei luoghi e di mettere qualcosa in quello che facciamo. La nostra responsabilità è quella di ricollegarci, di avere un prodotto che porta lontano il nostro messaggio, dobbiamo difendere i nostri vicini agricoltori perché comunque curano il territorio. E poi dobbiamo fare lo stesso passaggio con le persone. Tutti delegano, serve la nostra presenza nella società». E concludendo a chiesto a tutti i colleghi di «tornare a far parlare il nostro territorio per difenderlo».

Una accorata esortazione che ha aperto la strada all’intervento di Filippo Marchi, che «il vino non lo produco ma lo vendo e lo racconto». Nel suo «quarto di ora» ha puntato sull’evoluzione del mondo della comunicazione: «dopo anni in cui con i manuali e con le guide avevi tutte le informazioni che ti servivano, Instagram ha dato la svolta introducendo le storie: si può far vedere quello che si sta facendo, rispondendo alla necessità di autenticità che il pubblico più giovane manifestava. Se in passato era fondamentale apparire oggi è necessario essere perché le persone non ti perdonano più una menzogna, è necessario che l’esperienza del piatto o del bicchiere sia come l’avevi presentata, serve puntare sulla coerenza».

Per dare sostanza e valore alla comunicazione dunque la ricetta vede come principale ingrediente «l’autenticità, nell’epoca della diffusione dell’intellugenza artificiale le persone cercheranno di eliminare quello che non è vero. Per questo è fondamentale togliere i filtri e aprire le finestre, non dobbiamo cercare di essere più belli di quello che siamo ma dobbiamo far vedere quello che facciamo. La parola della comunicazione di domani sarà restituzione, alla terra e alle persone perché il mondo ha bisogno di finestre e non di filtri».
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