Violenza giovanile, la psicologa: «Usata per affermarsi nella società»

Un’aggressione che come movente sembra avere la vendetta. Un 13enne decide di riprendere e rendere pubblica la sua violenza. Con una diretta social il giovane mostra su Telegram il tragitto che compie per entrare a scuola, supera l’ingresso, sale le scale, percorre il corridoio e infine colpisce con un coltello una donna: è la sua insegnante di francese.
Ciò che è accaduto nella scuola media di Trescore Balneario (nella Bergamascoa) ha riaperto il dibattito sull’educazione giovanile e sull’utilizzo dei social media. In questo contesto non è facile capire di chi siano le responsabilità e come sia possibile far fronte al disagio: abbiamo deciso di affrontare il tema intervistando la dott.ssa Monica Bormetti, psicologa e autrice specializzata in benessere digitale.
Dottoressa, come mai la violenza è diventata così emergente tra i ragazzi, e soprattutto, perché sorge la necessità di mostrarsi sui social mentre si agisce la violenza? Qual è il ruolo del web in questo contesto?
C’è un elemento che fa da cornice a questa storia: la spettacolarizzazione del trauma. Negli ultimi quindici anni – con l’avvento dei social – la comunicazione è cambiata: ci stiamo abituando a esibire la nostra vita, specialmente il trauma, che è un momento molto delicato per i soggetti interessati. Un'altra doverosa considerazione riguarda la ricerca della validazione sociale: nel nostro contesto culturale sta assumendo sempre più importanza il senso di appartenenza ad un gruppo. L’obiettivo è poter dimostrare che io valgo e ho uno spazio nel mondo. Nella nostra comunità il vero problema è che la validazione sociale non passa più attraverso la condivisione di comportamenti positivi, bensì attraverso gesta ed episodi drammatici. In questo contesto i social diventano un mezzo per potersi esibire e sentire di appartenere a qualcosa, ad una specifica cerchia.
Perché si sceglie di posizionarsi e affermarsi all’interno della società attraverso la violenza?
Ritengo che questa attitudine sia il frutto di una cultura che confonde il concetto di coraggio con quello di violenza. Possiamo affermare che questa dinamica è accentuata dal fatto che ancora – tutte e tutti noi – ci troviamo all’interno di una società a sfondo patriarcale. Alla base persiste un desiderio di sfida: bisogna dimostrare, più agli altri che a se stessi, che io sono più forte. In questo caso la vittima è una professoressa, dunque ricopre il ruolo di un’autorità. Questa sorta di ribellione dei più giovani ci dimostra come negli ultimi vent’anni ci sia stata una forte perdita di fiducia e di considerazione nei confronti delle istituzioni.
Quando succede qualcosa siamo per natura spinti a voler comprendere perché è successo e soprattutto di chi sia la responsabilità. Il capro espiatorio, anche in questo fatto di cronaca, è stato ritrovato nei social. È corretto o si tratta di superficialità?
Episodi di questo genere, dal mio punto di vista, devono essere trattati con una visione più ampia, senza concentrarsi troppo sull’individuo: devono essere interpretati come un fallimento del sistema sociale e su questo dovremmo tutti interrogarci di più. Mi sono imbattuta in diversi commenti relativi al rinforzo delle punizioni contro la criminalità giovanile; sicuramente può essere una direzione che da un punto di vista istituzionale possiamo intraprendere, ma ritengo che dovremmo investire maggiormente su tutte quelle attività che hanno a che fare con lo sviluppo dell'intelligenza emotiva e delle capacità relazionali. Le punizioni da sole non possono risolvere il problema, dobbiamo pensare ad una rieducazione.
Lei pensa che vietare o comunque limitare l’utilizzo dei social ai più piccoli possa in qualche modo ridimensionare il problema che stiamo affrontando?
Nell'ultimo anno diversi Paesi hanno scelto di imporre divieti molto severi rispetto all’utilizzo delle piattaforme social ai più piccoli. Qua si apre un dibattito molto ampio, che va dalla modalità di verifica dell’età minima alla tutela della privacy, passando per la libertà di espressione, concetto su cui il successo dei social fa leva. Le punizioni legali non possono essere le uniche soluzioni e anche i divieti relativi all’utilizzo dei social network seguono lo stesso concetto: bisogna accompagnare i giovani a un utilizzo consapevole del proprio smartphone attraverso l’educazione digitale. È necessario che tale processo venga attivato in modo preventivo, quindi sin da piccoli.
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