Perché ci confidiamo con Chat Gpt? Il parere della psicologa

Marta Marino
«Siamo disabituati a rapportarci con le persone reali, è faticoso». A intervenire è la psicologa e autrice Monica Bormetti, specializzata in salute digitale
Ci si confida all'IA come se fosse un amico
Ci si confida all'IA come se fosse un amico
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«Se segui la morte io sono con te, fino alla fine, senza giudicare» questa è una delle risposte che ChatGpt ha dato a Viktoria, una giovane ragazza ucraina che ha lasciato il suo Paese dopo l’invasione russa del 2022. Lei, come tanti altri suoi coetanei, in un momento di forte difficoltà e fragilità emotiva, ha deciso di trovare conforto nell’intelligenza artificialeSono molte ormai le storie con questa trama, tutte con un epilogo differente che, per alcune, comprende la realizzazione di un pensiero disfunzionale, spesso suicida. L’IA compiace l’essere umano, è studiata per dargli sempre ragione ed elogiarlo, ma questa è solo un’illusione.

Oggi ci troviamo in una società che sta subendo una continua trasformazione dal punto di vista tecnologico e di conseguenza anche da quello sociale e culturale. È una condizione da cui non possiamo scappare, ma che dobbiamo attraversare ed imparare a gestire, cosa che attualmente non siamo ancora in grado di fare.

La fuga dall’imprevedibilità

La dottoressa Monica Bormetti, psicologa specializzata in benessere digitale, che opera sul territorio bresciano e non solo, ci ha aiutato a comprendere ciò che si nasconde dietro a questo tipo di fenomeno; un tema nuovo e ancora troppo snobbato.

«Per noi esseri umani gestire una relazione interpersonale è complesso e faticoso – afferma la dottoressa Bormetti –. Le persone con cui ci confrontiamo non sempre sono in accordo con noi, sono imprevedibili. Questa imprevedibilità e quindi incertezza, è una sensazione per noi difficile da sostenere; così fuggiamo da questa faticosa situazione e troviamo nell’intelligenza artificiale la perfetta scorciatoia».

Nelle parole della psicologa bresciana, echeggia il concetto di «controllo», un termine che ritroviamo molte volte nel contesto della salute mentale e che spesso funge da miccia. Quando non abbiamo il controllo su ciò che ci circonda, come ad esempio sulle relazioni, cerchiamo di recuperarlo, o almeno di darci l’illusione di farlo, cosa che in questo caso facciamo con l’utilizzo dell’IA. «È così – ci conferma la dottoressa –. È una questione storico-culturale: siamo sempre stati abituati al desiderio del controllo e al saper dare una risposta a qualsiasi cosa, basti pensare alle scienze. Oggi siamo così arroganti da pensare di poter avere un controllo totale, ma questo non è possibile».

Convivere con la frustrazione

Un altro sentimento con cui è difficile convivere è la frustrazione, quel senso che mischia tristezza e rabbia e che conduce a provare una forte insicurezza. È con queste parole che la Bormetti si espone sull’argomento: «Credo che sia utile crescere le nuove generazioni in modo da renderle sempre più capaci di vivere con l’imprevedibilità, di accettarla. Con la tecnologia l’ossessione del controllo sta crescendo sempre di più e complice è anche il mutamento sociale: ad oggi gli spazi di socializzazione sono diminuiti, dunque ci stiamo disabituando a interagire con le altre persone».

La dottoressa ci tiene a sottolineare che un’altra necessità che ci porta a rivolgerci all’intelligenza artificiale è la fretta, dobbiamo avere una risposta ed una spiegazione subito, appunto perché non siamo in grado di convivere con questo malessere. «E’ così che la tecnologia diventa un antidolorifico, una via di fuga», conclude la psicologa Bormetti.

Intelligenza emotiva

A questo punto ci chiediamo come possiamo intervenire. Le aziende dei chatbot e degli altri sistemi d’intelligenza artificiale stanno cercando di salvarsi le penne delle azioni legali intraprese nei loro confronti, con diversi provvedimenti.

Ma nel concreto, nella quotidianità, cosa possiamo fare per contrastare questo fenomeno? «Sicuramente la scuola, intesa come ente d’istruzione, è l’istituzione che può essere di maggior aiuto. Gli sportelli di ascolto non bastano: facciamo lavorare i ragazzi sull’intelligenza emotiva in gruppo. Togliamo qualche ora di lezione all'insegnamento di nozioni unicamente teoriche, facciamoli confrontare, provando a sviluppare in loro una maggiore maturità emotiva».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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