Cronaca

Viaggio in Terra Santa, Gaza esclusa anche da Google

Anche per il principale motore di ricerca è fuori mappa. E così i pellegrini di Brevivet comunicano con il parroco dell’unica chiesa cattolica nella Striscia tramite WhatsApp: «Gaza è frantumata, qui la guerra continua»
Bambini tra le macerie nella Striscia - Foto Epa/Haitham Imad © www.giornaledibrescia.it
Bambini tra le macerie nella Striscia - Foto Epa/Haitham Imad © www.giornaledibrescia.it
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Prosegue il viaggio in Terra Santa organizzato da Brevivet. L’obiettivo è verificare se esistano le condizioni per riaprire la via dei pellegrini, dopo oltre due anni di guerra, incertezza e tensione continua. Dopo la prima tappa alla scuola Effetà di Betlemme, i pellegrini hanno dialogato via WhatsApp con padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia, l’unica chiesa cattolica presente nella Striscia.

Da Betlemme, Gaza dista 72 chilometri. Una distanza breve, quasi banale. Eppure, se la si affida a Google, la risposta è secca: nessun percorso disponibile. Non in auto. Non a piedi. Nessuna via tracciabile. La strada esiste. Ma è proibita. E così anche Google si adegua all’interdizione: Gaza è fuori mappa, fuori accesso, fuori dal mondo.

Per questo per noi, pellegrini di Brevivet in Terra Santa, oggi l’unico modo per raggiungerla è stato un collegamento WhatsApp, grazie alla «mediazione» di mons. Vincenzo Peroni. È così, dalla saletta conferenza del Casa Nova di Betlemme eccoci catapultati in canonica, a Gaza: quarantacinque minuti a colloquio con padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia, l’unica chiesa cattolica presente nella Striscia. Quarantacinque minuti sufficienti a zittirci tutti.

«Gaza è frantumata»

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Il collegamento con padre Gabriel Romanelli da Gaza

«Gaza non è solo distrutta – dice – è tritata, frantumata». Come se la parola «distruzione» non bastasse più a contenere lo scempio. La sua parrocchia, da sempre rifugio nei conflitti precedenti, oggi accoglie tutti i cattolici rimasti nell’area. In questo momento sono circa 450 persone, ma nei mesi scorsi hanno toccato quota 750: stipati nelle aule della scuola, in canonica, nei locali parrocchiali, nella casa delle suore. Bambini, anziani, disabili. Una comunità compressa, che resiste.

Romanelli parla di una tregua che non è tregua. Di una «fase due» che non si capisce quando e come comincerà. Intanto mancano le medicine. I medici rimasti fanno quello che possono e se uno ha una malattia grave, non ci resta che l’estrema unzione. Terribile ma vero. Qualche rifornimento in più comincia ad arrivare («grazie alla straordinaria grinta del nostro Patriarca») ma l’acqua potabile, quando arriva, si contamina nei secchi ancor prima di raggiungere le tende. Tende che sono una protezione solo nominale: sotto scorre l’acqua delle fognature che non esistono più. E il freddo penetra ovunque.

Bambini morti di freddo

E poi la frase che gela più di tutto: «In questi ultimi giorni almeno otto bambini che vivevano nelle tende sono morti di freddo». Morti di una guerra che sulla carta, nei titoli, perfino nei telegiornali, sembra non esserci più. Eppure lì continua. A uccidere. Anche nel tempo, non solo nello spazio. «Voglio continuare a sperare – continua il sacerdote –. Credo davvero che i tempi siano maturi per una svolta. Tanti Paesi si stanno muovendo e non lasceranno che la situazione degeneri ulteriormente. Ma la domanda è: quando? Noi viviamo in un tempo, oltre che in uno spazio. E la guerra qui continua».

Pregare, informarsi, aiutare

Poi si rivolge direttamente a noi, pellegrini collegati da Betlemme. E affida tre consegne, semplici e radicali. La prima: pregare. E far pregare. «C’è qualcosa di diabolico in questa guerra. Troppo odio. Serve pregare». La seconda: informarsi e informare. «Fate sapere. Siate testimoni». La terza: aiutare anche materialmente, se possibile. Sostenere Gaza attraverso il Patriarcato, che continua ad aiutare decine di migliaia di persone. E sostenere i cristiani di Terra Santa anche con i pellegrinaggi, perché la loro presenza qui abbia ancora un futuro.

Resta l’incognita dell’annunciata riapertura del valico di Rafah, sul confine con l’Egitto. Anche questa frontiera per Google è irraggiungibile. Dentro, però, in quella striscia di terra diventata prigione, si continua a vivere, sperare, soffrire, morire. Da Betlemme comprendiamo che non sono tanto le distanze chilometriche ad allontanare, avvicinare, (s)collegare. Piuttosto sono quelle politiche, militari, inumane. Distanze in ampiezza e soprattutto in profondità, tanto che non esiste mappa in grado di rappresentarle.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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