Un viaggio in Terra Santa per riaprire le vie dei pellegrinaggi

Il ritorno comincia dagli abbracci: siamo qui per esprimere vicinanza alle comunità cristiane che resistono e per capire davvero cosa abbiano rappresentato gli ultimi due anni
La delegazione di Brevivet all’aeroporto di Tel Aviv - © www.giornaledibrescia.it
La delegazione di Brevivet all’aeroporto di Tel Aviv - © www.giornaledibrescia.it
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Il ritorno in Terra Santa comincia da abbracci ripetuti e calorosi: all’aeroporto, dopo aver superato i controlli e le domande di rito, troviamo Madjet, Zoer e il bresciano mons. Vincenzo Peroni. Gli sguardi parlano più delle parole. C’è gratitudine, c’è stanchezza, c’è speranza. E soprattutto un bisogno profondo di essere visti. È da qui che prende forma il senso del nostro pellegrinaggio. Siamo in Terra Santa con Brevivet. Siamo una quindicina, per lo più sacerdoti con anni di promozione di pellegrinaggi alle spalle. Da Brescia ma anche da Savona, Milano, Cremona, Torino…. Ci accompagnano la direttrice di Brevivet, Barbara Chiodi, e il presidente don Claudio Zanardini, che per la diocesi bresciana é pure responsabile dell’ufficio turismo e pellegrinaggi.

L’obiettivo del viaggio è chiaro e delicato: verificare se esistono le condizioni per riaprire la via dei pellegrinaggi. Si, si può tornare. Anche se il peso degli ultimi due anni e passa di guerra si traduce in tensione continua. E incertezza. Ma la sala presenza di uno sparuto gruppo di italiani con il piglio del turista allarga sorrisi e speranza. Un ritorno carico di significati, sulle orme di San Paolo VI, il Papa bresciano che nel gennaio del 1964 decise di venire qui, primo Pontefice a visitare la Terra Santa: «un viaggio religioso» ebbe a dire e ripetere il Pontefice allora, come per scongiurare altre, strumentali interpretazioni. Le stesse ragioni che ci riportano qui, oggi, nella terra culla della cristianità, per respirar e onorare le pietre che hanno visto nascere e crescere Gesù. La gravde crisi mediorientale, pur incisiva e bruciante, resta sullo sfondo.

Il contesto è tutt’altro che semplice. È mons. Vincenzo – da cinque anni in Terra Santa, in supporto alla Custodia – a tracciarne il quadro, con parole profonde, asciutte, vissute. «Tutto è cambiato dal 7 ottobre del 2024 – racconta – non che prima non ci fossero tensioni o problemi, ma da allora si sono creati veri e propri solchi. I primissimi giorni sono stati terribili: la sirena scattava di continuo, direttamente dal telefonino, la vita si fermava di colpo. Poi, col tempo, è arrivata l’assuefazione». Alla sirena, nessuno si fermava più. Un’abitudine che racconta più di mille analisi quanto il conflitto abbia scavato in profondità. Il Paese si è spaccato. Arabi ed israeliani, sospetto reciproco, armi a vista. «In quei giorni vedevi mitra a tracolla ovunque. I coloni delle aree vicine a Gaza erano stati trasferiti negli alberghi. Ti rincorrevano, ti sputavano, facevano il verso del maiale per dirti che eri impuro», racconta mons. Vincenzo. E poi gli sguardi: quelli sono rimasti. Sono gli sguardi a ferire più delle parole.

Oggi, nella parte israeliana, la vita è ripartita. Cantieri ovunque, lavori in corso nonostante oltre due anni di guerra. Una ripresa che stride con la situazione nei territori palestinesi, Sempre più poveri, sempre più stretti nella morsa dei checkpoint, dove sopravvivere è sempre più difficile. Nelle aree interne della Cisgiordania ancora di più, per i continui attacchi dei coloni. «Dobbiamo tenere presente che le due fazioni non sono due blocchi monolitici», avverte mons. Vincenzo. «Più resto qui, meno capisco…. Ma il mondo israeliano e quello palestinese sono entrambi molto variegati. C’è chi vuole la pace e crede nella convivenza da entrambe le parti. Anche se é difficile. E vedono noi cristiani come una possibilità».

Anche in Israele non mancano le manifestazioni contro Benjamin Netanyahu e il suo governo, sostenuto da una frangia estremista legata ai coloni e a tre ministri chiave. I numeri aiutano a comprendere, ma non spiegano tutto. In Israele vivono 10 milioni e 200 mila persone: 76% ebrei, 22% arabi israeliani, più 260 mila stranieri residenti. Nei Territori palestinesi vivono 5 milioni e mezzo di persone: due milioni stipati a Gaza, gli altri in Cisgiordania. Il 36% ha meno di 15 anni, l’età media è appena 20. Un dato che pesa come un macigno sul futuro. I cristiani sono una minoranza fragile: 158 mila in Israele, l’1,9% della popolazione. Di questi, il 40% è cattolico, il resto appartiene alle Chiese ortodosse, armena, copta. Sul colle di Betlemme i cristiani oggi sono tra il 10 e il 12%; negli anni Cinquanta erano l’86%. Il diritto di esprimere il sindaco resta, ma non si sa fino a quando: la situazione è delicata, spesso soffocante.

Intanto cresce in modo esponenziale la popolazione degli haredim, gli ebrei ultraortodossi che sognano uno Stato teocratico, e quella dei coloni, sempre più aggressivi e violenti. L’età media in Israele è di 29-30 anni. Il ritorno degli ebrei dall’estero, un tempo incentivato per legge, si è però fermato. Vivere qui è impegnativo: guerra, crisi economica, tensione continua. Gran parte della popolazione è laica o atea, ma l’osservazione dei riti condiziona la vita di tutti: durante le grandi festività religiose, il Paese si blocca completamente.

In questo scenario, il nostro pellegrinaggio assume un significato che va oltre la prudenza e la verifica tecnica. È un segno. Un atto di vicinanza concreta alle comunità cristiane che resistono. Un modo per dire che la Terra Santa non può diventare solo un titolo nei notiziari o una meta rimandata a tempi migliori. Tornare, oggi, è una scelta. E forse soprattutto una responsabilità.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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