Quella cupola è presente da alcune settimane sulla «rotonda» di Nozza, dove si incontrano la 237 del Caffaro e la Provinciale III che porta nel Savallese e poi in Valtrompia, causa di molte domande da parte degli utenti della strada che ogni giorno a migliaia passano di lì.
L’installazione
Il mistero è stato svelato nei giorni scorsi nel Museo del lavoro di Vestone, dove è stata presentata ufficialmente «Sércol», la grande installazione realizzata dall’artista camuno Edoardo Ferrari e promossa dalla Dnd di Casto. A raccontare come tutto è cominciato è stata la presidente Vilma Martinelli, che quella rotonda la percorre quotidianamente: «Ci passo quattro volte al giorno e, vedendo la nostra chiesa, la Rocca e questo punto così importante, pensavo che meritasse qualcosa di speciale».
Da quell’intuizione, raccolta poi dal Comune attraverso un bando e affidata alla creatività di Ferrari, è nata un’opera che vuole raccontare soprattutto la storia manifatturiera della Valsabbia e la cultura del lavoro che da secoli caratterizza il territorio. All’incontro, moderato dal giornalista Nicola Baroni, sono intervenuti anche i sindaci di Vestone Renato Verdelli e di Casto Fulvio Freddi, il presidente della Comunità montana Giovanmaria Flocchini e lo studioso Giovanni Freddi.
Proprio quest’ultimo ha riportato il racconto alle radici della lavorazione del ferro, documentata già in epoca romana e sviluppatasi con i forni fusori fra XIV e XV secolo. Nel tempo ogni vallata bresciana avrebbe trovato una propria specializzazione: la Valtrompia nelle armi, la Valcamonica nel pentolame e la Valsabbia negli utensili agricoli e negli attrezzi da lavoro.

Tra storia e identità
È questa lunga storia che Ferrari ha cercato di racchiudere dentro un cerchio. Il progetto era nato come «Circle», diventato poi «Sércol», termine dialettale decisamente più vicino all’identità della valle. All’interno compaiono mani, utensili della tradizione metallurgica e una quarantina di lastre d’ottone, alcune delle quali riproducono le texture delle rocce locali e degli attrezzi custoditi nel Museo del lavoro. I segni, volutamente essenziali, richiamano anche il linguaggio delle incisioni rupestri camune.
«Senza le mani non esiste il lavoro» ha spiegato Ferrari, indicando in quelle mani il simbolo della capacità manuale che ha accompagnato generazioni di valsabbini. Anche l’ottone non è casuale: «È il materiale che racconta la nostra storia» ha ricordato Martinelli. Il sindaco Verdelli ha ricordato il non semplice percorso autorizzativo, Fulvio Freddi ha parlato di «un esempio concreto di attaccamento al territorio», mentre Flocchini ha sottolineato il valore della collaborazione fra imprese e istituzioni. Così quella cupola che da settimane fa voltare la testa agli automobilisti ha ora un nome: «Sércol», un cerchio nel quale sono racchiusi secoli di lavoro valsabbino.



