A parlare, prima ancora dei verbali, è il referto del pronto soccorso: «Frattura scomposta delle ossa nasali e del setto nasale, una frattura del pavimento orbitario destro e plurime fratture costali», oltre a ecchimosi ed ematomi diffusi. È il segno lasciato sul corpo della donna di 50 anni vittima di un tentato femminicidio a Sarezzo da parte di un 46enne che conosceva da quattro anni e che lei ospitava ogni tanto, soprattutto «quando pioveva perché non ha fissa dimora». Lui «frequentava la casa e aiutava l’amica a fare giardinaggio». Anche la sera tra l’11 e il 12 settembre, lei gli aveva aperto la porta. La cena insieme, poi l’arrivo di una terza persona – un uomo – che fa scattare la furia cieca del 46enne.
Violenza crescente
La ricostruzione finita agli atti dell’inchiesta che ha portato all’arresto in carcere dell’uomo è quella di una notte di violenza crescente. Schiaffi, pugni e calci. Poi le mani al collo, strette fino a farle temere di perdere conoscenza. E ancora le minacce di morte: «Ti ammazzo, ti disfo». Secondo quanto riferito dalla vittima, l’uomo l’avrebbe poi trascinata sotto la doccia per lavarle via il sangue, quindi chiusa in camera e costretta a subire atti sessuali.
Il punto centrale dell’ordinanza è proprio questo: per la gip il racconto della vittima è «spontaneo», «misurato», «logico e coerente». E richiama le fotografie del volto tumefatto, la documentazione clinica e una conversazione con il figlio della donna al quale il 46enne in un messaggio audio ammette: «Le ho fatto malissimo» e «l’ho massacrata». Le accuse sono tentato femminicidio e violenza sessuale. Proprio la violenza sessuale viene definita dal gip che ha disposto l’arresto un «atto di controllo, possesso e dominio».
Condotta «violenta e spregiudicata»
Per chi indaga la condotta è stata «violenta e spregiudicata». La gip parla di «assoluta assenza di autocontrollo» e di una «spinta criminale estremamente elevata». Parole che pesano perché servono a motivare quello che il provvedimento considera un rischio concreto: che l’uomo possa tornare a commettere reati violenti contro altre persone. Per questo, secondo la gip, né i domiciliari né altre misure meno restrittive sarebbero sufficienti a «arginare l’elevato pericolo di recidiva».



