Temperature roventi e reti elettriche anziane: si rischia il blackout
Dice che dovremo abituarci ai 40°, che si dovranno fare i conti con l’acqua risicata (e più di qualche territorio, in estate, lo sta già sperimentando), che con inverni meno severi il fabbisogno di riscaldamento franerà via via del 16%. Ma no: le bollette non saranno affatto più leggere per questo, perché nel contempo a crescere è già (e lo sarà ancora di più) la «fame» di raffrescamento.
Crescere di quanto? Parecchio: la stima segna un +33%. Insomma, Brescia – come l’intera Lombardia – non sta entrando nella crisi climatica, ci vive già dentro. A scattare l’istantanea presente e a consegnare un affresco dal futuro è la Strategia di adattamento ai cambiamenti climatici che porta la firma dell’assessore regionale all’Ambiente Giorgio Maione: dentro, ci sono le rogne a cui si andrà incontro se non si inizierà a correre ai ripari, ma anche le azioni possibili per non trovarsi nello scenario peggiore, quello di costanti blackout localizzati.
Governance
Il punto di partenza è noto: viviamo in un territorio che si scalda a un ritmo sistematico e per Brescia si tratta di mezzo grado in più ogni dieci anni. In pianura, dove si concentra la maggioranza della popolazione e della produzione, le estati accelerano più del resto delle stagioni che, comunque, sono sempre più calde rispetto ai decenni precedenti. Le notti tropicali (con temperature percepite oltre i 25°), un tempo episodiche, stanno diventando una metrica ordinaria. I giorni di gelo si ritirano sempre più verso nord e verso l’alto. Il punto, però, oggi non è meteorologico: è politico. Perché il clima è un problema di governance prima che di temperature.
Quando l’acqua manca, non è la pioggia a decidere: sono le paratoie. Le dighe lombarde, i consorzi irrigui, le autorità di bacino diventano arbitri di una scarsità che non è più teorica. Chi riceve l’acqua? L’agricoltura intensiva? Le città? L’industria? La produzione idroelettrica? È qui che il cambiamento climatico smette di essere un dibattito secondario e diventa concreto, innescando un conflitto.
Lo stesso accade con l’energia. Le reti elettriche della regione sono state progettate per reggere il freddo, non il caldo permanente. Il report regionale lo ammette in modo burocratico: la rete va adeguata e va rinnovata, perché è ormai anziana. E questo fa sì che ci siano colli di bottiglia, territori che rischiano per primi l’interruzione, impianti obsoleti. Per questo la differenza tra scenario e realtà non sta nel numero di gradi, ma nel numero di cantieri.

In questo senso la Strategia regionale è, per la prima volta, una mappa di scelte obbligate. Non dice se il clima cambierà, parte dal presupposto che lo ha già fatto. Il documento individua uno scenario certo: temperature in aumento in ogni territorio regionale, estati più lunghe e più calde, picchi di calore più frequenti e stress crescente sulle città. Le proiezioni interne al piano sono nette: entro il 2040 l’intera pianura lombarda sarà mediamente più calda rispetto al trentennio di riferimento, indipendentemente dai trend globali. È un dato politico prima che scientifico: significa che non esiste uno scenario «indolore».
Il cuore della strategia è la logica del climate-proofing: non più opere pensate per il clima passato, ma infrastrutture, quartieri, reti e servizi progettati sulla base del clima futuro. In teoria, ogni nuovo intervento pubblico dovrà dimostrare di reggere ondate di calore, piogge intense, periodi siccitosi. Bisogna investire e bisogna programmare.
Il punto cieco
La parte più delicata riguarda energia e acqua. Il dossier prende atto di una crescente domanda di raffrescamento estivo e di un calo della domanda di riscaldamento. La rete elettrica dovrà reggere picchi estivi che finora non erano stati considerati strutturali. Sul fronte idrico, la strategia punta su bacini di accumulo, riuso delle acque reflue e gestione integrata delle risorse per compensare l’alternanza tra siccità e piogge estreme: contromisure di cui si sente parlare da anni ma che, in larga parte, sono rimaste solo buoni propositi.

Non a caso nel report è chiaro che il punto cieco (attuale) è lo spostamento del baricentro dell’intero sistema energetico. Detta in altre parole: il problema non è solo che farà più caldo, bensì quando e come quel caldo verrà gestito. Come si diceva, per decenni la rete elettrica è stata progettata per reggere il picco invernale: caldaie, riscaldamento, gas, domanda concentrata nei mesi freddi. Il caldo estremo non era considerato una condizione strutturale, ma un’eccezione. Quella logica è saltata. Il raffrescamento sta diventando infrastruttura di sopravvivenza, non comfort. I condizionatori non sono più un lusso, ma una difesa. E quando milioni di impianti si accendono insieme durante un’ondata di calore, la rete entra in tensione.
Il rischio non è astratto: si chiama blackout localizzato, sovraccarico dei trasformatori, cadute di tensione nei quartieri più densamente abitati. Il cuore della fragilità non sono le grandi linee, ma le cabine secondarie. Molte strutture nascono negli anni Settanta e Ottanta, progettate per un carico che non esiste più. Stesse strutture, doppia domanda. Il caldo estremo peggiora tutto: le apparecchiature perdono efficienza, il rischio di guasto aumenta. Le cabine più vecchie si trovano spesso nelle zone meno visibili: periferie industriali, comuni di cintura, aree miste dove nessuno investe perché non portano consenso.
Eppure è lì che si decide la tenuta del sistema ed entra in gioco la (scelta) politica. Perché il caldo non colpisce tutti allo stesso modo: chi vive in case isolate, efficientate e raffrescate regge. Chi vive sopra tetti scuri, in quartieri impermeabilizzati e in case senza isolamento, subisce. È in questo modo che l’energia diventa una nuova forma di disuguaglianza climatica.
La Lombardia ha messo nero su bianco il proprio futuro climatico. Ora resta da capire se lo tratterà come una guida o come un alibi.
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