Era arrivato dall’India da poche settimane. Viveva in città, in una traversa di via Milano. Si manteneva con gli euro raccolti volantinando pubblicità cassetta delle lettere per cassetta delle lettere. Condivideva un appartamento con alcuni connazionali. Di lui, della sua fine, nessuno di loro per ora si è interessato. Risalire alle sue origini, consentire alla sua famiglia di conoscere il suo destino, non sarà per nulla semplice. Forse non sarà proprio possibile.
Il giovane che si è tolto la vita a Canton Mombello, dov’era entrato domenica con l’accusa di aver allungato le mani su quattro ragazzine al parco acquatico, a Brescia si trovava senza parenti, senza amici, senza documenti in grado non solo di identificarlo, ma anche di collocarlo nel mondo.
La spiegazione
Incapace di mettere in fila due parole in inglese, nemmeno lui era riuscito a dare coordinate e spiegazioni. Artefice dell’odiosa vicenda esplosa in tutta la sua gravità nel pomeriggio di domenica al Tibidabo di Concesio, il 23enne era stato solo in grado, attraverso un interprete, di indicare il suo indirizzo bresciano e di spiegare la sua sorpresa per essere finito nell’inferno di Canton Mombello.
Nel primo pomeriggio di martedì, attraverso lo stesso interprete, aveva scoperto che il giudice davanti al quale si era trovato di fronte poche ore prima riteneva sussistenti i gravi indizi di colpevolezza nei suoi confronti. Contro di lui, secondo gli inquirenti, prove schiaccianti. A partire dalle denunce che le quattro ragazzine avevano sporto già nel pomeriggio di domenica e illustrato in audizione protetta nella stessa giornata.
A fronte dell’accusa di violenza sessuale aggravata, ipotesi accreditata anche dagli assistenti ai bagnanti del parco acquatico, che lo avevano visto aggirarsi con fare quanto meno sospetto, il giovane aveva abbozzato una difesa. «Ho toccato una ragazzina che era davanti a me sullo scivolo, ma non l’ho fatto apposta» aveva detto nel tentativo – fallito – di allontanare da sé la contestazione che, come prevede la legge, dalla piscina lo aveva portato dritto in carcere.
La misura
Un peso sul suo destino, oltre alle sue azioni, potrebbe aver avuto anche la sua solitudine. L’assenza di una stabile rete di relazioni, di un lavoro, e di una dimora credibile hanno sbarrato la strada ad una soluzione alternativa a Canton Mombello. Anche quando lo avesse ritenuto possibile, stante queste condizioni, il giudice non avrebbe mai potuto concedergli i domiciliari.
Pur sapendola destinata al fallimento, il suo avvocato aveva chiesto comunque una misura meno afflittiva, ma è stato facile profeta: non gli è stata concessa. Quello che il legale non poteva immaginare è che il suo giovane assistito, il tempo di mettere a fuoco il verdetto, avrebbe annodato un lenzuolo e se lo sarebbe stretto al collo, fino all’ultimo respiro.




