Opinioni

Suicidio in carcere: sappiamo ancora distinguere giustizia e vendetta?

I commenti alla notizia del 23enne che, accusato di aver palpeggiato tre ragazzine in un parco acquatico, si è tolto la vita in cella, raccontano di noi
Andrea Cavaliere · Avvocato, componente della Giunta Unione Camere Penali
Il 23enne si è tolto la vita in carcere - © www.giornaledibrescia.it
Il 23enne si è tolto la vita in carcere - © www.giornaledibrescia.it

Il suicidio di un giovane detenuto indiano, avvenuto nel carcere di Brescia a poche ore dal suo arresto, ha suscitato reazioni che dovrebbero interrogare tutti. Non soltanto per il tragico epilogo della vicenda, ma per ciò che molte delle parole comparse sui social e negli spazi pubblici raccontano di noi.
Il ventitreenne era arrivato da poco in Italia, non aveva precedenti penali ed era stato arrestato con l'accusa di avere effettuato toccamenti non consensuali nei confronti di quattro ragazzine all'interno di un parco acquatico.

Si tratta di fatti che, se accertati, meritano certamente una risposta della giustizia. Ma proprio per questo avrebbero richiesto accertamenti rigorosi e un processo. Nulla di tutto questo, però, ha avuto il tempo di compiersi. Prima ancora che la giustizia potesse seguire il suo corso, è arrivata la morte.
Eppure, per una parte dell’opinione pubblica, la notizia del suicidio non ha rappresentato una tragedia umana, ma quasi la conclusione naturale della vicenda. Come se il dolore, la disperazione e perfino la vita di una persona cessassero di avere valore nel momento in cui quella persona viene associata a un’accusa penalmente rilevante.

È un riflesso sempre più diffuso. Non riguarda soltanto questo caso. Lo vediamo ogni volta che il carcere viene percepito non come luogo di esecuzione della pena, ma come spazio di esclusione definitiva; ogni volta che la sofferenza di chi vi è rinchiuso viene considerata irrilevante, meritata o addirittura auspicabile.
La nostra Costituzione afferma un principio diverso.
Stabilisce che ogni imputato deve essere considerato non colpevole fino alla condanna definitiva e che la pena, oltre a non poter consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, deve tendere alla rieducazione del condannato.
Non si tratta di formule astratte o di concessioni buoniste. Sono i pilastri che distinguono uno Stato di diritto da una società guidata dalla vendetta.

Provare pietà per una persona che si toglie la vita non significa sminuire la sofferenza delle ragazzine che hanno riferito di avere subito quei comportamenti.
Riconoscere la dignità di chi è detenuto non significa negare la necessità di accertare eventuali responsabilità. Significa comprendere che i diritti fondamentali non dipendono dalla simpatia che suscita chi ne è titolare.

Quando la morte di un detenuto viene accolta con indifferenza, o peggio con soddisfazione e con scherno, il problema non riguarda soltanto il carcere. Riguarda la qualità della nostra convivenza civile. Perché il modo in cui trattiamo le persone più fragili, più impopolari o più detestate rivela molto più di quanto siamo disposti ad ammettere sulla tenuta dei nostri principi.

La domanda che questa vicenda lascia aperta non è soltanto cosa sia accaduto in una cella di Canton Mombello. È se siamo ancora capaci di distinguere tra giustizia e vendetta, tra responsabilità e disumanizzazione, tra la necessità di punire e la tentazione di smettere di riconoscere nell’altro una persona.
 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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