Sono il difensore del ragazzo indiano che si è tolto la vita in carcere.
Dovrei sottolineare d’ufficio ma la sostanza non cambia, come non cambia l’esito finale della vicenda. Martedì mattina ho incontrato in carcere questo ragazzo che non parlava la nostra lingua e nemmeno siamo riusciti a comunicare con il mio elementare inglese.
Era scosso, cosa abbastanza normale per una persona che si trova sbattuta in carcere con un’accusa grave e pesante sotto ogni punto di vista, forse troppo pesante per la reale dinamica dei fatti.
La convalida è scivolata via sui soliti binari senza potere, sotto il mio punto di vista, fare alcun che di concreto per poter far uscire il ragazzo dal girone infernale in cui era stato condotto. Anche di ritorno in studio avevo cercato una via percorribile ma le condizioni del giovane (mancanza di domicilio, del lavoro, di assistenza di terze persone disponibili ad accudirlo) mi avevano fatto desistere almeno al momento.
Poi verso sera mi è arrivata la telefonata. Un cazzotto, forse più un calcio nel sedere se intende la sensazione e gli effetti. E allora ho pensato al meccanismo messo in moto in un’afosa domenica dove tutti, me compreso, hanno fatto diligentemente la loro parte e che come risultato ha prodotto l’ennesima tragedia.
Tutti abbiamo svolto, come detto, il nostro compito la nostra funzione: chi doveva denunciare ha denunciato, chi doveva arrestare ha arrestato, chi doveva difendere ha difeso, chi doveva giudicare ha giudicato: come si dice in altri ambiti l'operazione (mi permetta la macabra ironia) è perfettamente riuscita... ma il paziente è morto.
Non intendo accusare nessuno, non è il mio ruolo, ma riflettere sul modello di accoglienza e integrazione che offriamo, ovvero non siamo in grado di offrire oggi e in futuro, sulle effettive possibilità date a queste persone, sulla capacità del nostro sistema di aiutare tutte le persone che realmente, venendo in Italia, vogliono migliorare la loro esistenza.
Da ultimo come padre di famiglia mi scuote nel profondo la circostanza che, mi auguro davvero di sbagliare, del giovane indiano morto a 23 anni nel carcere di Brescia nessuno nella sua famiglia saprà mai».



