«Il progetto che ci è stato a suo tempo presentato, e al quale abbiamo rilasciato parere favorevole (peraltro non dovuto, considerato che l'edificio non è sotto tutela culturale), era un progetto di semplice restauro conservativo di quanto era già visibile. L'esecuzione non corrisponde affatto».
A parlare del motto fascista di Acquafredda, o meglio a scrivere via email rispondendo ad una richiesta di chiarimenti, è l’architetto Giuseppe Stolfi, soprintendente all’archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Brescia e di Bergamo. «L’intervento di ripristino è andato oltre ed è intera responsabilità della proprietà committente - prosegue l’architetto Stolfi -: quindi non è stato né stabilito, né avallato in alcun modo dalla Soprintendenza, che ha per compito la conservazione delle testimonianze storiche come tali».
A poco più di due settimane dallo scoppio del caso politico attorno a quel «Credere, Obbedire, Combattere» di mussoliniana memoria, riportato alla sua originaria forma sul muro di un edificio di piazza San Biagio, vengono così messi i primi punti fermi. Su quell’intervento di restauro si era espresso anche il primo cittadino di Acquafredda, Maurizio Donini.

«L’iniziativa è stata promossa e finanziata da un’associazione privata – aveva detto il sindaco – attiva nell’ambito del recupero e della valorizzazione del patrimonio storico che, il 25 maggio, ha inoltrato la richiesta di nullaosta per l’esecuzione delle opere di restauro conservativo alla Soprintendenza. Il 21 settembre, il Comune ha ricevuto il provvedimento finale con cui quest’ultima ha rilasciato formale nulla osta, subordinandolo unicamente all’affidamento dei lavori a un restauratore abilitato e alla trasmissione della documentazione fotografica delle fasi operative». Fin qui tutto corretto.
A giudicare dalla delucidazione arrivata da via Calini, l’intervento era sì autorizzato, ma è stato realizzato in termini e proporzioni eccessive. Tradotto: la scritta, erosa dallo scorrere del tempo, stando alle intenzioni della Soprintendenza poteva essere messa «in sicurezza» ma non, come accaduto, rifatta com’era stata concepita e realizzata un centinaio di anni fa.
Con la sua risposta il soprintendente dà quindi ragione al gruppo consiliare di minoranza ad Acquafredda, che per primo ha sollevato il caso. «Col pretesto di un "restauro conservativo" è stato messo in atto un "recupero ricostruttivo" – eccepivano gli esponenti di Agorà-Acquafredda –: il risultato è che il motto è stato rifatto ex novo. Ricompaiono lettere ormai cancellate dall’usura, scritte non presenti precedentemente o quasi totalmente scomparse. È stato enfatizzato l’impatto visivo della propaganda d’epoca». Che, un secolo dopo, ad Acquafredda è tornata di attualità a colpi di pennello.




