Raccolta tessili: la Loggia introduce porta a porta e «differenziata bis»

Nelle calotte grigie tessuti raddoppiati e il sistema non regge più: la riforma affianca i cassonetti dedicati ai contenitori del riuso
Nuove regole per tessili e filati - © www.giornaledibrescia.it
Nuove regole per tessili e filati - © www.giornaledibrescia.it
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Il cassonetto è pieno, ma – in questo caso – non è un problema di spazio. Abiti, biancheria, stoffe: i volumi aumentano, la qualità cala, il valore sparisce. È così che sempre più vestiti finiscono dove non dovrebbero, scivolano nell’indifferenziata e diventano senza appello rifiuto puro.

Un dato, subito, per descrivere il peso della situazione: in due anni – stando alla ricognizione merceologica firmata da Aprica – la quota di tessili stipati nei cassonetti grigi di casa nostra è passata da valere meno del 10% a valere oltre il 20%.

Il deserto di Atacama è una delle discariche tessili più estese del mondo
Il deserto di Atacama è una delle discariche tessili più estese del mondo

Più che raddoppiata, insomma (e no: i picchi maggiori non si trovano nelle calotte grigie dei quartieri periferici, bensì nel buon vecchio centro storico). Non è solo una questione ambientale: è il segno che un modello è arrivato a fine corsa. E così –  con l’Europa che chiede di raccogliere tutto il tessile e i territori che non sanno più dove metterlo –  una filiera che per anni si è retta in equilibrio principalmente sul riuso, oggi chiede ai Comuni di intervenire per non fermarsi.

Un sistema in affanno

«La direttiva europea ha introdotto l’obbligo di raccolta del tessile, quindi non solo degli abiti, ma anche di biancheria, stoffe, scarti, il sistema ha iniziato ad andare in tensione» spiega Filippo Agazzi, amministratore delegato di Aprica (A2A).

In parallelo, però, «la qualità dei materiali è peggiorata e la quota destinata al riuso si è ridotta drasticamente». Non è un dettaglio marginale: per anni la filiera ha retto proprio perché ciò che veniva raccolto aveva un valore sociale e di mercato sufficiente a sostenere il servizio. Quel modello oggi non funziona più e a certificarlo è l’intero settore, che individua tre cause chiave: l’aumento dei quantitativi raccolti dopo l’entrata in vigore della direttiva; la scarsa qualità del fast fashion e la concorrenza del super fast fashion asiatico sul mercato del second hand.

I contenitori Cauto a Brescia
I contenitori Cauto a Brescia

Spiega Agazzi: «Il problema vero è che fino al 2024 quella della raccolta su strada per le società che la gestivano era una voce attiva sui bilanci. Oggi non più e i consorzi per gestire questo nuovo scenario non esistono ancora: ecco perché il sistema ha iniziato ad andare un po’ in tensione».

Il tavolo di lavoro

Ma chi prova a tenere insieme i pezzi della filiera sul territorio? Il suo simbolo è la margherita e il suo nome è Cauto: insieme a quelli di Caritas, i suoi rappresentanti sono seduti al tavolo di lavoro con il Comune, portando esperienze e dati concreti sulla raccolta e il riuso. «Stiamo lavorando per definire un nuovo sistema che non solo raccolga, ma valorizzi davvero i materiali» rimarcano Lorenzo Romanenghi e Michele Pasinetti, rispettivamente direttore operativo e direttore generale di Cauto, in sintonia con Marco Danesi e Chiara Buizza di Caritas.

Da cosa si riparte? Da una riorganizzazione del sistema a monte. Al momento, sul territorio cittadino, Cauto gestisce 216 contenitori gialli su strada. Ecco: quelli saranno quasi dimezzati, diventeranno cioè 120. Attenzione però: «Non diminuiremo il servizio senza integrarlo - precisa l’assessora all’Ambiente e Clima, Camilla Bianchi -. I contenitori caleranno di numero, ma amplieremo l’offerta della raccolta».

La nuova formula

Tradotto in pratica, arriverà (anche) la raccolta domiciliare, sulla falsariga di quanto già avviene per i rifiuti ingombranti, senza dimenticare l’Ecocar, utile per chi deve svuotare armadi e cantine. I punti di raccolta seguiranno inoltre una nuova geografia: verranno situati in centri presidiati come supermercati e parrocchie. Non solo: nella nuova organizzazione, i contenitori gialli verranno «sdoppiati», diventando di due tipi. Una parte resterà dedicata agli abiti in buono stato, che continueranno a generare valore sociale attraverso mercatini e donazioni e creando posti di lavoro. L’altra parte sarà destinata a raccogliere gli scarti, svolgendo la stessa funzione dei cassonetti di carta e plastica e permettendo così di differenziare a monte la frazione tessile.

Il lavoro sulla ristrutturazione del servizio scorrerà parallela a quello per redigere il nuovo piano economico di igiene urbana, documento che arriverà sul tavolo del Consiglio comunale tra aprile e luglio. Il piano prevede il cambio dei cassonetti con container smart, la rimodulazione tariffaria in ottica puntuale e la revisione di tutti i servizi connessi, dal lavaggio delle strade alla gestione dei rifiuti speciali, e include quindi anche la revisione della raccolta dei tessili.

Valore sociale

Dietro ai numeri e ai contenitori c’è una filiera in affanno. Le aziende che raccolgono e selezionano i tessili urbani, come Cauto, non riescono più a sostenere economicamente il servizio. Non si tratta solo di numeri e bilanci, ma di persone: famiglie in difficoltà, posti di lavoro legati alla preparazione e vendita degli abiti, comunità che traggono sostegno dalle donazioni. Ogni contenitore, ogni armadio svuotato e conferito correttamente diventa più di un gesto ecologico: è un tassello di rete sociale. Il Comune, con l’assessora Bianchi, prova a costruire un equilibrio tra questi due mondi: la sostenibilità economica della raccolta e il valore sociale del riuso. Ridistribuire i contenitori, differenziare a monte i tessili, introdurre raccolta domiciliare e punti presidiati non è solo un cambio logistico: è il tentativo di dare nuova vita a un servizio che rischia(va) di collassare.

In fondo, la questione del tessile urbano è la fotografia di una sfida più ampia: come trasformare obblighi normativi e sprechi in opportunità, senza perdere di vista le persone e i territori. Se riuscirà, la città avrà dimostrato che un cassonetto pieno non deve essere solo il segno di un fallimento, ma l’inizio di un modello diverso, più sostenibile e concreto.

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