Piazza Loggia, Milani: «L’indifferenza di Toffaloni non mi dà pace»

Ha scelto di non giocare la partita di ritorno. E ha perso a tavolino. La Corte d’appello, senza entrare nel merito, ha applicato alla lettera la riforma Cartabia e dichiarato irricevibile il ricorso presentato per lui, ma senza di lui, dall’avvocato Marco Gallina.
Rinunciando a rilasciare la sua procura speciale scritta al suo difensore, Marco Toffaloni, l’allora sedicenne accusato dalla Procura dei minori di Brescia di essere esecutore materiale della Strage di piazza Loggia (almeno uno degli esecutori), ha deliberatamente accettato il verdetto ancora prima che il suo fascicolo entrasse in aula.
«Ma come? Ti accusano di aver ucciso 8 persone, ti condannano a 30 anni in primo grado e tu che fai? Nemmeno ti presenti?». La domanda interroga anche Manlio Milani, presidente dell’associazione famigliari delle vittime di piazza Loggia. Da un lato c’è la soddisfazione per un giudicato che si avvicina. Dall’altro la delusione per l’atteggiamento di chi, oggi, 52 anni dopo, non accetta il confronto.
Che valore ha questa sentenza?
«È sicuramente importante, come lo era quella di primo grado. La sentenza Allegri valorizza diversi elementi. Credo che i giudici di appello, se fossero entrati nel merito, non avrebbero potuto fare diversamente. La condanna avrebbe senza dubbio retto. Leggeremo le motivazioni (per le quali la Corte d’appello si è presa 90 giorni, ndr) e scopriremo perché i giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso in appello. Un dato è già certo ora: Toffaloni sapeva dell’accusa a suo carico, del processo, della condanna in primo grado. Il pg Guido Rispoli ha elencato tutti gli elementi che lo provano. A partire da quella rogatoria in Svizzera del 2015 alla quale si presentò, salvo poi decidere, com’era nelle sue facoltà, di non rispondere agli inquirenti. Dubbi sulla decisione dei giudici di appello quindi non si possono avere. Uno Stato che rinuncia a giudicare nel merito forse non è così forte. Ma qui a rinunciare è l’imputato».

Perché secondo lei Toffaloni ha deciso di non difendersi? Si sente protetto dalla sua condizione di cittadino elvetico?
«Non so perché. Possono essere diverse le motivazioni. Ma anche la somma di tutte. Di sicuro sapeva. E secondo me poteva anche venire a processo. Forte della decisione del governo svizzero, che ritiene il reato di strage prescritto, avrebbe potuto presentarsi senza rischiare nulla. Avrebbe cioè dimostrato attenzione all’importanza del processo e anche alla necessità di ripensare, oggi che ha quasi 70 anni, cosa sono state per lui le scelte politiche di quegli anni. Non dimentichiamo che al di là della vicenda di piazza della Loggia, Toffaloni era legato ai movimenti eversivi della destra e ne ha combinate abbastanza. Il presidente Allegri era pronto anche a pensare ad un percorso di giustizia riparativa in caso di condanna. Io avrei sicuramente dato la mia disponibilità. E invece...».
C’è parecchia delusione nelle sue parole. Perché?
«Perché Toffaloni non si è avvalso solo della facoltà di non rispondere, ma ha proprio ignorato il processo. Oggi è un uomo di 70 anni che assume consapevolmente la scelta di dire: “A me di questo processo non me ne importa assolutamente nulla” ed è questa indifferenza che a me pesa enormemente. Poteva venire qui a tacere, a dire che non c’entra nulla, a difendersi. A spiegare le ragioni della sua scelta. Sarebbe stata un’occasione per le vittime di capire e per lui di rendersi conto quanto pesa il dolore prodotto agli altri. Il processo sarebbe stata un’occasione anche per lui. Sarebbe stato un segnale di umanità».
Ma a Toffaloni che vive in Svizzera, in un luogo sicuro anche in caso di condanna, chi o cosa dovrebbero farglielo fare di venire a processo, in aula a Brescia?
«Il suo atteggiamento è disumano e io non credo nella disumanità. Quando accompagnava i bambini nei forni crematori Etty Hillesum cercava uno sguardo di umanità nello sguardo dei kapò. Nemmeno lei credeva nella disumanità. Ed è fondamentale non farlo. Se perdiamo di vista la dimensione umana non c’è alternativa alla violenza. Eppure è evidente che a Toffaloni della dimensione umana non interessa nulla. Preferisce la sua convenienza. Io l’avrei incontrato per chiedere a lui, come avrei voluto chiedere ad altri, le ragioni delle sue scelte. Perché non si è fermato invece di compiere quel gesto che, sapeva, avrebbe ucciso diverse persone?».
Baratterebbe la condanna definitiva di Toffaloni con la spiegazione che potrebbe darle e che lei attende da anni?
«Il concetto del baratto non mi piace. Anche perché non si può barattare una non condanna con la verità. Certo se Toffaloni venisse, si assumesse la responsabilità, spiegasse perché e il perché dei ritardi il risultato del processo sarebbe un risultato più pesante di quello che conseguiremmo con una pena inflitta 52 anni dopo ad un settantenne. Ho toccato con mano, per essere stato con alcuni di loro a tenere incontri nelle scuole, qual è il peso che provano ad esempio di ex brigatisti rossi. Che dicono spesso di non sentire la colpa storica per quello che hanno fatto, ma il peso del dolore inflitto alle persone. Sentirli parlare della loro sofferenza, che è una sofferenza sincera, vederli alle prese con la sofferenza delle vittime e misurarla con la loro, è un risultato carico di significati, utile a tutti. Per questo di fronte all’indifferenza, alla disumanità di Toffaloni non riesco a darmi pace».
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