Quindici grandi dighe sono presenti in territorio bresciano, ma di queste soltanto sei sono dotate di un apposito Piano di Emergenza Dighe (in sigla «Ped») approvato da Regione Lombardia.
Atti chiave
Questi Piani sono strumenti fondamentali della protezione civile: servono a stabilire come affrontare le situazioni di pericolo, chi deve intervenire, come devono essere allertate le autorità e quali misure vanno adottate per proteggere la popolazione in caso di imprevisti.
In virtù di ciò, tali documenti comprendono un’attenta analisi delle informazioni tecniche dell’infrastruttura, le cartografie delle aree potenzialmente allagabili in caso di emergenza, l’individuazione degli insediamenti esposti e le procedure attivare i soccorsi. Sono poi definiti i flussi di comunicazione tra gestore della diga, autorità competenti, strutture operative e Comuni coinvolti.
I rischi contemplati
Questo articolato sistema viene elaborato per proteggere la popolazione da due differenti scenari di pericolosità legati alle dighe.
Il primo riguarda il rischio idraulico a valle, legato a potenziali rilasci d’acqua che possono provocare innalzamenti significativi dei livelli dei corsi d’acqua a valle.
Il secondo – più estremo – riguarda il rischio di incidente grave alla diga, giungendo fino ad ipotizzare l’eventuale collasso dello sbarramento e la conseguente onda di piena, in grado di generare effetti anche molto rapidi sui territori sottostanti.
Cosa dice la legge
La necessità di dotare ogni grande diga di un apposito Piano di Emergenza nasce – oltre che da un preciso obbligo normativo imposto a partire dal 2014 – dall’esigenza di poter intervenire con efficacia in caso di pericolo.
È comunque bene sottolinearlo: le dighe non dotate di Ped non sono di per sè esposte a maggior rischio rispetto a quelle che ne dispongono. La differenza diviene evidente solo nel caso di un incidente rilevante. Un’eventualità certo rara, che tuttavia la storia ci insegna a non sottovalutare o a scartare a priori. Predisporre un Piano di Emergenza Diga comunque non esaurisce in sè il lavoro necessario per garantire la sicurezza. È fondamentale che le procedure siano raccordate coi Piani comunali di Protezione Civile e che le amministrazioni locali conoscano gli scenari possibili.
I sindaci
In generale, se la situazione bresciana non appare ottimale, ancor meno lo è quella lombarda: su 77 grandi dighe esistenti, soltanto 13 dispongono di un Ped approvato. Eppure, la situazione sta cambiando, con appositi tavoli tecnici in fase di creazione con i Comuni interessati. E per interessati si intendono non solo quelli nei cui territori ricadono gli invasi.
Ma anche quelli che potrebbero patire le conseguenze di un incidente: «Sono previsti in autunno degli incontri con Regione. Come fatto in primavera per i Piani di emergenza valanghe, ora il focus si sta spostando su questa tematica» dichiara Claudia Carè, sindaca di Bagolino.
«È un tema che a noi interessa moltissimo; da qualche anno si sta iniziando a ragionare su queste tematiche. Quando verremo coinvolti, sarà necessario costruire un piano di emergenza che sia operativo e che funzioni realmente», sottolinea Andrea Pedrali, sindaco di Cedegolo. «Con il cambiamento climatico, eventi brevi ma intensi e lo scioglimento dei ghiacciai, dobbiamo approfondire questa tematica guardandola anche con occhi diversi, sapendo che oggi non ci sono più le condizioni di ieri».



