Nella centrale idroelettrica di Sonico, un gioiellino di quasi cent’anni

Insieme a Cedegolo, Cividate, La Rocca e Cogno, è uno degli impianti gestiti da Edison in Valle Camonica. Con due gruppi a turbine Pelton produce energia per 55mila famiglie
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Dentro la centrale idroelettrica di Sonico
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Vetrate in ferro battuto, grandi per far entrare molta luce; facciate in tonalite dell’Adamello, colonne con capitelli in marmo bianco di Vezza; tetto a più falde con copertura in piode.

Espressione dell’eclettismo lombardo con forti influenze liberty, la centrale idroelettrica Edison di Sonico è un gioiellino architettonico prossimo a compiere i cento anni. Progettata dall’architetto Paleni, la struttura è stata ultimata nel 1928, al termine dei lavori iniziati nel 1925. La parte ingegneristica porta invece la firma degli ingegneri Gavazzi e Bettinelli. A un altro ingegnere, figura centrale per lo sviluppo dell’idroelettrico in Lombardia, è stata intitolata: Adolfo Covi.

«È una struttura monumentale, che richiama gli edifici più belli del paese, a cominciare dalle chiese. E questa non è stata una scelta casuale – spiega Mattia Seira, responsabile Relazioni Territori e Sostenibilità di Edison –, è stato un modo per farla apprezzare agli abitanti della zona e anche per coinvolgerli nella sua costruzione. Nei cantieri hanno lavorato per lo più maestranze locali».

  • La centrale idroelettrica Edison di Sonico - © www.giornaledibrescia.it
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  • La centrale idroelettrica Edison di Sonico
    La centrale idroelettrica Edison di Sonico - © www.giornaledibrescia.it
  • La centrale idroelettrica Edison di Sonico
    La centrale idroelettrica Edison di Sonico - © www.giornaledibrescia.it
  • La centrale idroelettrica Edison di Sonico
    La centrale idroelettrica Edison di Sonico - © www.giornaledibrescia.it
  • Le condotte, la struttura e le turbine storiche
    La centrale idroelettrica Edison di Sonico - Le condotte, la struttura e le turbine storiche - © www.giornaledibrescia.it

Edison nel Bresciano

Insieme alle centrale di Cedegolo, Cividate, La Rocca e Cogno, quella di Sonico è una delle cinque centrali idroelettriche di Edison in Valle Camonica. Altre quattro (Gaver, Fontanamora, Caffaro 1 e 2) sorgono invece in Valle Sabbia. Quattro sono anche le dighe tra le due valli bresciane: Poglia, Dazarè, Lova e lago della Vacca.

Complessivamente, nella nostra provincia la società produce abbastanza energia da soddisfare il fabbisogno di 260mila famiglie.

La nascita della centrale di Sonico è però opera della Società Generale Elettrica dell’Adamello, che prese sede nel 1906 a Cedegolo, dove costruì il primo impianto idroelettrico. La SGEA confluì poi in Edison, che, nonostante la nazionalizzazione del 1963, rimase in possesso degli impianti in Valle Camonica grazie al legame con la Montecatini. Per legge, infatti, potevano mantenere la proprietà privata solo le società «autoproduttrici»: soddisfare le esigenze degli stabilimenti chimici della Montecatini salvò insomma Edison e portò alla nascita, nel 1966, di Montedison.

Gli altri impianti della valle passarono invece all’Ente nazionale energia elettrica, l’Enel. Una presenza capillare che è cambiata nel tempo, ma che trova traccia anche all’interno della centrale di Sonico. Nella sala che ospita le turbine, infatti, cartigli iconografici ritraggono i «salti» che nel 1928 appartenevano alla Sgea, da Isola a Predare, da Ligonchio ad Allione. Alcuni sono ancora in funzione, altri no.

Il cartiglio iconografico che raffigura due centrali idroelettriche della SGEA © www.giornaledibrescia.it
Il cartiglio iconografico che raffigura due centrali idroelettriche della SGEA © www.giornaledibrescia.it

Come funziona una centrale idroelettrica

Quando nel 1928 entrò in servizio, la centrale Covi contava su cinque gruppi di produzione, a cui se ne aggiungevano due per i servizi ausiliari. «Sono rimaste in funzione fino ai primi anni Duemila – spiega Antonio Minnella, responsabile degli impianti idroelettrici del Nord Est di Edison –, poi sono stati sostituiti da due turbine che garantiscono la stessa produzione».

Si tratta di turbine Pelton, che bene si adattano a contesti che hanno grandi dislivelli e piccole portate, come Sonico.

L’acqua che viene «sfruttata» è quella del fiume Oglio. Più a nord, a Temù, una traversa convoglia l’acqua in un canale lungo quasi 14 chilometri costruito dentro la pancia della montagna a metà degli Anni Venti. «Un canale “in gronda” – prosegue Minnella – che raccoglie anche le acque di quattro affluenti di sinistra e di uno di destra grazie a griglie con opera di presa».

Il grosso della portata deriva sicuramente dall’Oglio, ma anche il rio Vallaro, il rio Val Paghera, il rio Val Moriana e il rio Val Finale, oltre al rio Val Grande che confluisce da destra grazie a un sistema di vasi comunicanti, contribuiscono ad alimentare la vasca di carico.

Da qui scendono per quasi un chilometro le due condotte, due tubazioni del diametro di circa 80 centimetri che portano l’acqua alle turbine.

L’acqua non scorre all’interno delle condotte, ma resta in pressione. Si tratta dunque di energia potenziale, che diventa cinetica quando un getto con una pressione di circa 43 bar colpisce le pale a forma di cucchiaio della Pelton.

  • Una delle due turbine Pelton e il suo alternatore: nella gallery l'interno con le pale a «cucchiaio» - © www.giornaledibrescia.it
  • Una delle due turbine Pelton e il suo alternatore: nella gallery l'interno con le pale a «cucchiaio» - © www.giornaledibrescia.it
  • Una delle due turbine Pelton e il suo alternatore: nella gallery l'interno con le pale a «cucchiaio» - © www.giornaledibrescia.it
  • Una delle due turbine Pelton e il suo alternatore: nella gallery l'interno con le pale a «cucchiaio» - © www.giornaledibrescia.it
  • Una delle due turbine Pelton e il suo alternatore: nella gallery l'interno con le pale a «cucchiaio» - © www.giornaledibrescia.it

Viene così messo in funzione l’albero della turbina connesso all’albero dell'alternatore, il cui compito è trasformare l’energia meccanica in energia elettrica. «L’impianto di Sonico – dice Minnella – produce circa 150 gigawattora di energia elettrica ogni anno, il grado di soddisfare il fabbisogno energetico di oltre 55mila famiglie e di evitare l’emissione di circa 63mila tonnellate di CO2. La produzione – aggiunge – non è continua, ma si basa sulla programmazione o sulle richieste di Terna».

Una volta prodotta, l’energia elettrica viene mandata ai trasformatori, che ne elevano la tensione per ridurre al minimo la dispersione durante la distribuzione sulla rete.

Centrali connesse

L’acqua viene invece scaricata da un canale lungo 435 metri, in parte sotterraneo, che la porta sia nell’Oglio e che nella galleria di derivazione dell’impianto di Cedegolo, per finire infine nel canale di derivazione dell’impianto di Cividate, ultimo salto dell’Asta Oglio.

L'asta idroelettrica dell'Oglio © www.giornaledibrescia.it
L'asta idroelettrica dell'Oglio © www.giornaledibrescia.it

Quello che lega questi impianti non è solo la vicinanza geografica, ma anche la continuità funzionale. In ambito idroelettrico, un’asta rappresenta infatti un sistema di centrali disposte in successione idraulica lungo un corso d'acqua, dove gli impianti sono strettamente connessi e interdipendenti.

Il meccanismo è simile a una cascata programmata: l'acqua utilizzata dalla centrale di Sonico non esaurisce il suo compito una volta colpite le turbine Pelton, ma viene recuperata per alimentare i «salti» successivi. Attraverso questo collegamento idraulico, l’acqua scende progressivamente verso Cedegolo e, infine, verso Cividate. Questa catena permette di sfruttare lo stesso volume d'acqua più volte man mano che perde quota, massimizzando l'efficienza energetica dell'intero polo idroelettrico.

La connessione tra le centrali richiede una sincronizzazione costante, poiché ogni variazione nella portata o nella produzione a monte influisce direttamente sulla disponibilità idrica per gli impianti a valle.

Sonico oggi

  • Segni di mitragliatrici, capitelli e scale in marmo: le finezze della centrale Covi
    Segni di mitragliatrici, capitelli e scale in marmo: le finezze della centrale Covi - © www.giornaledibrescia.it
  • Segni di mitragliatrici, capitelli e scale in marmo: le finezze della centrale Covi
    Segni di mitragliatrici, capitelli e scale in marmo: le finezze della centrale Covi - © www.giornaledibrescia.it
  • Segni di mitragliatrici, capitelli e scale in marmo: le finezze della centrale Covi
    Segni di mitragliatrici, capitelli e scale in marmo: le finezze della centrale Covi - © www.giornaledibrescia.it
  • Segni di mitragliatrici, capitelli e scale in marmo: le finezze della centrale Covi
    Segni di mitragliatrici, capitelli e scale in marmo: le finezze della centrale Covi - © www.giornaledibrescia.it
  • Segni di mitragliatrici, capitelli e scale in marmo: le finezze della centrale Covi
    Segni di mitragliatrici, capitelli e scale in marmo: le finezze della centrale Covi - © www.giornaledibrescia.it
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    Segni di mitragliatrici, capitelli e scale in marmo: le finezze della centrale Covi - © www.giornaledibrescia.it
  • Segni di mitragliatrici, capitelli e scale in marmo: le finezze della centrale Covi
    Segni di mitragliatrici, capitelli e scale in marmo: le finezze della centrale Covi - © www.giornaledibrescia.it

Tutto è ormai automatizzato. A Cedegolo ha sede la centrale di telecontrollo, da cui vengono regolati afflussi e deflussi lungo tutta l’Asta Oglio. La presenza costante di un operatore in ogni impianto non è più necessaria, solo il bacino del Poglia e la sua diga vengono presidiati 24 ore su 24.

L’impianto di Sonico conserva ancora oggi la grazia del progetto architettonico di Paleni. Tutelata dai Beni culturali, la centrale sembra molto più giovane dei suoi quasi cento anni, conservata alla perfezione da Edison che ha mantenuto non solo la struttura con tutte le sue finezze, dalle ringhiere sinuose alle vetrate con chiusura a gancio fino alle scale in marmo lucido, ma anche le apparecchiature storiche che testimoniano l’evoluzione tecnologica nei decenni.

Nella sala delle turbine sopravvivono alcune delle storiche Pelton, in funzione dal 1928 fin quasi al 2010, mentre protette all’interno di sale metalliche color panna che si fondono con le pareti lavorano le due moderne e potenti turbine. All’esterno, la facciata verso nord custodisce volutamente i segni delle mitragliate della seconda guerra mondiale, come cicatrici delle epoche vissute.

Stile liberty e tecnologia, storia e progresso, arte e ingegneria sono dunque il tesoro custodito in questo scrigno nei monti della Valle Camonica, pronto a festeggiare il primo secolo di vita.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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