«Credo che le fake news sui social siano gonfiate esclusivamente per scopi politici. È un fenomeno che viene sovradimensionato quando la politica non comprende le scelte degli elettori.
Quello che invece mi fa molta più paura è l’Intelligenza artificiale, perché di fronte a un cambiamento antropologico in cui le persone chiedono tutto ad un dispositivo nella propria quotidianità, le risposte possono cambiare in base ai proprietari dei software». Oltre ai punti fermi, Peter Gomez non nasconde neppure le inquietudini sull’informazione che cambia.
L’incontro
All’Università Cattolica di Brescia, intervenendo nell’ambito del ciclo «The Newsroom» organizzato dal Dams, il direttore de ilfattoquotidiano.it fotografa il presente, il passato e il futuro di un giornalismo stretto tra affinità e divergenze col mondo digitale, ricerca di nuove risorse e necessità di raccontare il mondo. La grande incognita del presente e del futuro, anche per i media, è l’Intelligenza artificiale.
«Sull’Ia sono più spaventato per il mondo circostante che per il giornalismo. Parto dal principio liberale “conoscere per deliberare”: se la fonte è inquinata tutte le scelte possono diventare sbagliate. E questo è più inquietante delle fake news su una piattaforma. Vedo poi un rischio enorme per una disoccupazione intellettuale. A differenza delle precedenti, questa rivoluzione industriale sta intervenendo sull’occupazione intellettuale».
Siamo ancora dentro questo cambiamento epocale?
Assolutamente sì. Su internet è essenziale arrivare al momento giusto. In tanti hanno anche anticipato le tendenze e sono rimasti indietro. Per i media credo che YouTube sia il posto dove stare in questo momento.
In questo sistema informativo ibrido sono meglio i giornalisti che si fanno influencer o gli influencer che si fanno giornalisti?
Sono meglio i giornalisti che si fanno influencer, perché il contrario diventa pericoloso. Fare il giornalista essendo influencer significa non avere capacità tecniche di analisi e di ricerca delle notizie che non possono essere improvvisate.
Ma oggi il giornalista chi è?
Per trovare notizie bisogna sempre consumare le suole delle scarpe. Cambia solo la tecnica e lo strumento, cambia la piattaforma. Ma la necessità di raccontare il mondo è la stessa. Poi se troviamo un modo di farci pagare le notizie anche sui muri ben venga.
«Il Fatto Quotidiano» è stato tra i primi quotidiani in Italia a scommettere sul digitale e sul futuro. E i risultati sono arrivati. Ma oggi la gente cosa cerca sui siti di informazione?
Sono tanti a cercare i gattini. Noi non li abbiamo mai pubblicati anche se sul sito mettevamo video di persone mangiate da coccodrilli e squali, con la giustificazione che fosse cronaca. Scherzi a parte, le persone cercano cose che non sanno, fatti che non trovano altrove. I motivi per cui dall’800 la gente legge i giornali sono le tre esse: sesso, sangue e soldi. Non c’è niente di male, non esiste un giornalismo di serie b, esistono solo giornalisti di serie b.
Eppure la stampa italiana ha perso autorevolezza. E non si può ignorare che molti non colgono differenze tra una testata ufficiale e il resto nel mare magnum del web. Come si supera questo paradosso?
Il brand della testata è molto importante, ma anche i media tradizionali scrivono cantonate ed è un fenomeno inevitabile. Bisogna cercare di ridurlo più possibile per restare e anzi guadagnare autorevolezza. Certo, oggi mi pare si sia perso il gusto dell’esclusiva. Poi è chiaro che in un Paese in cui si è sempre letto poco, per una questione culturale chi ha meno mezzi ci casca di più.
Qual è lo stato di salute dell’informazione italiana?
Credo che avremo ancora quattro o cinque anni molto duri durante i quali alcuni scompariranno e gli organi di stampa si ridurranno, ma quelli che resteranno potranno tornare ad un’informazione profittevole. L’alternativa è il giornalismo di nicchia, dedicato a pochi. Credo comunque che, finché questo posto resterà una democrazia e in alcuni luoghi si potrà dire ciò che si vuole, allora c’è un futuro.
Meglio l’informazione di oggi o quella del passato?
Una volta ognuno comprava solo il giornale che rispecchiava la propria visione del mondo e i fatti potevano anche essere nascosti. Da questo punto di vista oggi c’è più scelta e una notizia non può non circolare. Io però rimango affezionato al modello tradizionale del giornalismo: i fatti separati dalle opinioni. Oggi spesso si confonde tutto. Ma senza una redazione non ci sono più notizie da commentare.
Che rapporto ha la politica italiana con l’informazione digitale?
Negli Stati Uniti X viene usato davvero per influenzare le élite e le elezioni. Da noi non c’è quella forza. Chiunque sia al potere prova a utilizzare i media a proprio vantaggio, fondando tutto sul consenso. Ma credo che il primo motivo della decadenza della politica sia stata la tv: è lì che si sono autodistrutti. Una volta i politici li vedevi sullo schermo una volta all’anno, sembravano inarrivabili, oggi hanno svelato mancanze e debolezze. Lo stesso vale per il web, che al contrario della tv conserva una sua memoria. I social sono pericolosi perché portano all’autodistruzione della classe politica.




