Cinema

Compie 50 anni il film «Tutti gli uomini del presidente»

Francesco Fredi
La pellicola «All the President’s Men» celebrava il Washington Post che nel ’72 smascherò lo scandalo Watergate e che ora è allineato alla politica di Trump
Dal film «Tutti gli uomini del presidente»
Dal film «Tutti gli uomini del presidente»
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Proprio in questi giorni del 50° dell’uscita in sala di «All the President’s Men – Tutti gli uomini del presidente» di Alan J. Pakula, che ne fece un mito giornalistico, ma anche cinematografico, il Washington Post che svelò lo scandalo politico del Watergate (1972) sfociato nelle dimissioni del presidente repubblicano Richard Nixon, vive una profonda crisi identitaria.

Cronache

Le cronache d’Oltreoceano riferiscono che la proprietà, cioè quel Jeff Bezos pur geniale creatore di Amazon – ma oggi, come tanti, ligio ai... capricci del presidente Trump in tema di informazione “fastidiosa” – ha annunciato il licenziamento di 300 dipendenti di quello che è stato finora uno dei quotidiani Usa più noti e autorevoli.

Già nel 2024 Bezos bloccò la pubblicazione d’un editoriale che avrebbe dichiarato, come usa farsi durante le campagne elettorali, l’appoggio della testata a Kamala Harris, candidata democratica alla presidenza. Ne diede conto in Italia anche la rivista Internazionale, con Margaret Sullivan del Guardian, evidenziando come la nuova linea conservatrice imposta da Bezos abbia già provocato l’addio di numerose firme del giornale e della disegnatrice Ann Telnaes che ha avuto censurata una vignetta satirica che mostrava Bezos e altri imprenditori famosi prostrarsi a Trump. Il Post, fondato nel 1877 da Stinson Hutchins, ha così perso 250mila abbonati, con conseguenti danni economici (si parla di 100 milioni di passivo l’anno).

Il nuovo corso

Bezos l’aveva acquistato nel 2013 per 250 milioni, peraltro preservandone l’indipendenza durante il primo mandato-Trump. Alla nuova tornata presidenziale vinta dal tycoon, però, il creatore di Amazon e della piattaforma-streaming Prime Video – come altri imprenditori, da Elon Musk a quel Larry Ellison fondatore di Oracle, che col figlio David e la loro Paramount Skydance ha acquistato (dopo rinuncia di Netflix) la Warner Bros. Discovery – ha messo le briglie al Washington Post compiacendo la Casa Bianca.

E oggi c’è chi sostiene che Bezos, che ha fatturati al cui confronto le perdite del quotidiano sono risibili, non intenda eventualmente vendere il Post bensì tenerlo, tagliandone costi, forze e ambizioni, riducendolo a ben più tollerante voce verso l’amministrazione-Trump.

Un progetto che stride tanto più in questi giorni di anniversario di «Tutti gli uomini del presidente» (su cui nel 2013 è stato prodotto il documentario «Revisited» di Peter Schnall) che il sito Warner Bros celebra ricordandone l’anteprima a Washington il 4 aprile e l’uscita in sala il 9 aprile 1976 (in Italia il 21 ottobre) e le otto candidature all’Oscar. Che furono coronate da quattro statuette fra cui quelle a Miglior Sceneggiatura Non Originale a William Goldman, e Miglior Attore Comprimario a Jason Robards nel ruolo di Ben Bradlee, direttore del giornale all’epoca a capo della mitica editrice Katharine Graham.

Sul grande schermo

Il film è un esempio luminoso della tradizione di fiction&realtà su giornalismo e suoi protagonisti (si pensi a telefilm come «Lou Grant», serie tv come «Newsroom», e lungometraggi come «Quinto Potere» e «The Post») ben radicata nella creatività cinetelevisiva e nell’immaginario collettivo Usa. Fu una produzione che, forte anche di star come Robert Redford e Dustin Hoffman nei panni di Bob Woodward e Carl Bernstein autori dello scoop sul Watergate, ripercorreva l’inchiesta cronachistica su intercettazioni illegali effettuate, a Washington nell’edificio Watergate quartier generale del Comitato dei Democratici, da uomini legati al Partito Repubblicano e al Comitato per la rielezione di Nixon.

Per qualità e impegno civile, «Tutti gli uomini del presidente» (noleggiabile/acquistabile su Rakuten TV, Apple TV, Prime Video, Chili) è fra i 100 Migliori di sempre per l’American Film Institute e nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso. Tra cinema e Washington Post, dunque, una celebrazione che – in tempi di “post-verità”, fake news, trumpismo senza remore, ostilità alla libera informazione – non solo omaggia il mito giornalistico, ma la speranza che l’integrità di cui fatti e film diedero testimonianza continui a essere d’esempio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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