A Brescia le rette delle Rsa restano più basse rispetto ad altri territori, ma questo non cancella che il sistema dell’assistenza agli anziani è sotto pressione e senza interventi rischia di non reggere. A dirlo è Stefania Mosconi, direttrice generale della Fondazione Casa di Dio onlus, tra le principali realtà socio-sanitarie e assistenziali della provincia.
«I dati sono quelli tristemente noti – spiega –: posti insufficienti, rette, liste d’attesa. A Brescia, però, va detto che le tariffe sono più contenute rispetto ad altre province: una camera doppia in posto contrattualizzato si aggira sui 64 euro. Altrove la situazione è molto più pesante dal punto di vista economico».
Il nodo del personale
Il problema non è tanto, o solo, il costo: «Si possono anche ampliare i posti letto - osserva Mosconi -, ma se poi non abbiamo personale non siamo in grado di gestirli». Per questo, secondo la direttrice, una delle priorità è rafforzare la formazione degli operatori Asa.
«La Regione ha già approvato una delibera e alcuni corsi sono partiti. Ora bisogna semplificare e ampliare la platea, così da mettere in formazione il maggior numero possibile di persone».
I costi
Altro fronte aperto è quello dei posti solventi, sempre più numerosi e sempre più difficili da sostenere per le famiglie. «Quando una famiglia trova disponibilità spesso accetta, ma dopo qualche mese a 3.000 o 3.300 euro al mese va in difficoltà. Sarebbe importante aprire nuove contrattualizzazioni, in particolare per gli enti gestori no profit».
Mosconi chiede anche una revisione delle regole: «Ci sono standard gestionali e strutturali superati da vent’anni. In Rsa esistono obblighi di spazi che oggi non hanno più senso e che potrebbero essere destinati alla socializzazione o a nuovi posti letto».
Le demenze
La «spada di Damocle» riguarda soprattutto gli anziani con Alzheimer o con demenza: «C’è una mancanza di chiarezza normativa su chi debba farsi carico delle rette. Alcune famiglie non pagano, i meccanismi di dimissione coatta sono complessi, alcuni gestori non accolgono più questi ospiti e altri rischiano la chiusura. È un problema che può far saltare il sistema».
Richieste
Da qui la necessità di ripensare l’intera filiera: «Un posto letto in Rsa costa alla collettività e alla famiglia. Bisogna potenziare non solo l’assistenza domiciliare, ma anche la residenzialità leggera. Brescia è virtuosa: comunità alloggio e alloggi protetti funzionano, permettono agli anziani con una buona autonomia di mantenerla più a lungo e ritardano l’ingresso in Rsa».
Anche qui, però, servono correttivi: «Alle condizioni attuali non è sostenibile. Bisognerebbe arrivare da 12 ad almeno 15 posti per struttura, senza perdere la dimensione domestica, ma rendendola economicamente più solida. E una minima contribuzione regionale, anche di 10 euro al giorno per anziano, aiuterebbe a garantire più qualità di vita e meno carico sulle famiglie».
La Cisl
Preoccupazione e, al tempo stesso, una richiesta di un intervento rapido per risolvere le criticità emerse. Maria Rosa Loda, segretaria Cisl Brescia, e Diego Zorzi, segretario pensionati Cisl Brescia, intervengono per commentare i dati del rapporto: «Nel territorio bresciano è preoccupante l’aumento delle liste di attesa nelle Rsa, in particolare nelle strutture che assistono le persone non autosufficienti affette da Alzheimer. Parliamo di un aumento significativo rispetto all’anno precedente: una situazione che abbiamo denunciato più volte alle istituzioni a partire dalla regione».
Un dato che, ovviamente, non va guardato solo in chiave di obiettivi territoriali, ma soprattutto in chiave sociale: «Oggi le famiglie sono lasciate sole e impotenti davanti all’impossibilità di trovare una struttura che assista il proprio caro in una fase della vita che necessita di aiuto e assistenza - scrivono Loda e Zorzi -. L’invecchiamento della popolazione, che emerge con chiarezza dalla ricerca di Cisl e Fnp non lascia scampo: questo problema va affrontato in un’ottica di lungo periodo attraverso una programmazione che non può più essere rinviata».



