Roberto Fontana – l’uomo morto dopo essere stato schiacciato da un carrello elevatore all’interno delle Acciaierie Venete – viveva a Sarezzo, dove aveva sede anche la sua «Idroval», una piccola impresa di installazione e manutenzione di impianti idraulici, di riscaldamento e condizionamento. Lavorava in proprio e da anni la sua ditta collaborava con le Acciaierie Venete: un rapporto professionale consolidato, che lo aveva portato nello stabilimento anche lunedì. Era divorziato, aveva una compagna e una figlia alla quale era profondamente legato.
Penna nera
Di quell’affetto resta una traccia anche sulla sua pagina Facebook, in una serie di fotografie di diversi anni fa. La bambina apre la felpa rosa per mostrare una maglietta bianca: accanto al disegno del cappello con la penna si legge «Mio papà è un alpino». Ad accompagnare lo scatto, pubblicato da Roberto, la frase «Sono fiera del mio papà». Un ricordo familiare che unisce il suo essere padre all’appartenenza alle penne nere, altro riferimento importante nella sua vita.
Il richiamo agli alpini torna infatti in un’immagine scelta per il profilo nell’aprile del 2016: una scritta sulla roccia, «Per gli alpini non esiste l’impossibile». Frammenti di una vita trascorsa fra il lavoro e gli affetti, adesso raggiunti dalla notizia dell’incidente mortale.
Nel pomeriggio il fratello si è recato alle Acciaierie per recuperare il mezzo con cui Roberto era arrivato nello stabilimento. Lo stesso tragitto compiuto per lavoro si è così concluso con un familiare venuto a riprendere ciò che era rimasto lì dopo la sua morte. Intanto anche Federacciai esprime il proprio cordoglio e la propria vicinanza alla famiglia e ai colleghi del collaboratore coinvolto nel tragico incidente. In segno di rispetto e partecipazione al dolore per quanto accaduto, l’assemblea pubblica prevista per lunedì 26 ottobre è rinviata a data da destinarsi.
La poesia
Yuleisy Cruz Lezcano, scrittrice e attivista cubana residente a Bologna, ha dedicato a Roberto Fontana una poesia, «nata dal dolore e dal bisogno di fermarsi davanti a una vita spezzata mentre svolgeva il proprio lavoro». Si intitola «La sicurezza negata»:
Bastò un respiro per sciogliere
i legami, un’alba d’acciaio
inghiottì i suoi domani;
tra il ferro che canta e il fuoco
che divora, si spense
il suo passo nell’ombra di un’ora.
Il sangue altrove lo riporta,
dove la vita si fa soglia e porta,
e il cielo si veste di dolore.
Sarezzo trattiene il pianto nel cuore,
il lavoro tiene a corda la vita,
che prende da molli braccia
la forza infinita, verso il cupo
contiguo che rapisce
e lascia il mondo muto,
mentre tutto finisce.
Restano senza scopo i sogni incompiuti, fiori d’inverno
dal gelo abbattuti;
restano senza fiato i sensi,
gli abbracci sospesi, i giorni silenti.
Cadono ricordi
nell’incauto nulla
che compare sul viso,
una nuova sembianza
cancella il sorriso; il nome
che tra le lacrime rimane
eco che trema sulle cose lontane.
Un travagliato abbandono
crede nella morte di sognare,
il dolore non cede; le ferite stanno
un po’ più su del cuore, o più giù,
dove non giunge la voce del dolore.



